Archivio per la categoria ‘Iran Curdi’

Kulbar

La regione del Kurdistan iraniano e’ di nuovo in protesta. Decine e decine di curdi iraniani hanno chiuso i loro negozi e sono scesi in piazza – soprattutto nel capoluogo di Sanandaj e presso Baneh e Mariwan – dopo l’uccisione di due trasportatori “Kolbar”, da parte del regime (Rudaw.net).

Con il termine Kolbar (o Kulbar), ci si riferisce a dei trasportatori curdi che importano merce al confine tra confine tra Iran e Iraq. Il regime accusa i Kolbar di importare droga, ma e’ provato che le merci trasportate da questi curdi iraniani non hanno nulla a che vedere con gli stupefacenti. Si tratta di merci di vario genere, tra cui anche le sigarette, che i curdi iraniani importano illegalmente dall’Iraq, allo scopo di mantenere le loro famiglie (spesso portano a casa meno di dieci dollari al giorno). Ricordiamo che l’area del Kurdistan iraniano e’ tra le più povere del Paese, discriminata dal potere centrale di Teheran.

Solidarietà ai curdi iraniani e’ arrivata anche dai curdi siriani del cantone di Kobani, che hanno appoggiato la protesta di Baneh e hanno condannato duramente gli abusi dei diritti umani commessi dalla Repubblica Islamica dell’Iran (ANHA). Solidarietà ai curdi iraniani e’ arrivata anche dal partito turco HDP (Kurdistan24).

In conseguenza delle nuove repressioni in atto nel Kurdistan iraniano, il movimento di opposizione curdo Komalah, ha dichiarato la ripresa della lotta armata contro il regime. Ad annunciarlo e’ stato direttamente uno dei comandanti Peshmerga, Ibrahim Minsham, in una intervista a Kurdistan24.

A seguito delle manifestazioni di questi giorni, il regime ha arrestato oltre 30 attivisti curdi, nonostante le proteste fossero state tutte pacifiche e non violente.

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sarias sadeghi

Sarias Sadeghi, uno degli attentatori di Teheran

I media iraniani accusano dei due attentati di Teheran, compiuti la scorsa settimana contro il Parlamento e il Mausoleo dell’Imam Khomeini, i curdi iraniani affiliati ad Isis. Negli attentati, purtroppo, hanno perso la vita almeno 17 persone.

Se le accuse del regime sono vere, si tratta dell’ennesima dimostrazione di come questi attacchi, siano il frutto del cortocircuito dei rapporti tra la Repubblica Islamica e il terrorismo sunnita di matrice salafita.

Come detto in un articolo scritto qualche giorno addietro, il regime iraniano ha sempre sostenuto il terrorismo sunnita, non solo nei Territori Palestinesi, ma soprattutto in Iraq e Afghanistan, contro le forze militari Occidentali. In questo, e’ nato il sostegno di Teheran a gruppi jihadisti come “Ansar al-Islam” e “Tawheed e Jihad”.

Volontariamente, il regime iraniano ha – attraverso i Pasdaran – favorito la radicalizzazione religiosa nelle zone curde, permettendo a diversi curdi di agire liberamente e di arruolarsi per la jihad salafita in Iraq, Afghanistan e Siria. Assad stesso, su ordine di Teheran, ha liberato centinaia di terroristi sunniti dalle prigioni siriane, dando loro un pass per arruolarsi contro gli americani in Iraq.

L’uso dei curdi iraniani, quindi, aveva per Teheran non solo lo scopo di contrastare gli americani in Iraq, ma anche quello di indebolire il potere delle forze curde iraniane favorevoli all’indipendenza dalla Repubblica Islamica (in particolare il Partito del Kurdistan Democratico-KDP).

Uno degli attentatori di Teheran, si chiamava Sarias Sadeghi. Si scopre che, dal 2014, Sadeghi era conosciuto come un estremista e sostenitore di Isis. Talmente noto che la stessa agenzia di stampa curda KurdistanKurd.com, aveva denunciato la sua presenza nella regione e la sua attività di proselitismo filo-Isis nelle Moschee. Impensabile credere che il regime iraniano e i Pasdaran, fossero all’oscuro di quanto avveniva.

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L’agenzia di Kurdistan Kurd del 2014, che denuncia l’attività pro-Isis di Sarias Sadeghi

Non solo: alcuni siti hanno riportato che Sarias Sadeghi era stato addirittura arrestato dagli agenti del Ministero dell’Intelligence iraniano e detenuto per alcuni mesi. Dopo l’arresto, era stato quindi rilasciato previo il pagamento di una condizionale di 200 milioni di rial. Chiaramente la sua liberazione e’ legata al reclutamento di Sadeghi da parte del regime iraniano. 

La collusione tra regime iraniano e estremismo sunnita Salafita, e’ talmente radicata che proprio recentemente, le forze di sicurezza afghane hanno arrestato degli iraniani reclutati da Isis in Afghanistan. A questo si aggiunga che, negli ultimi mesi, il Governo di Kabul ha accusato Teheran di aver sviluppato rapporti privilegiati con i Talebani, in ottica anti Governativa (Middle East Institute).

Aggiungiamo anche che, lo stesso regime iraniano, non e’ nuovo a “inside jobs” per giustificare l’uso del terrorismo internazionale o la repressione degli oppositori. Gli attacchi contro il Mausoleo dell’Imam Reza presso Mashhad, avvenuti nel 1994, furono imputati inizialmente all’opposizione iraniana riconducibile al MKO. Successivamente, in uno scontro interno al regime, venne arrestato Saeed Imami, ex agente dell’intelligence iraniana, accusato anche di aver ucciso per conto del regime numerosi oppositori e intellettuali iraniani all’estero. Saeed mori’ in carcere prima che potesse fare i nomi dei suoi comandanti all’interno del regime.

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La bella ragazza della foto in alto, si chiamava Mahdi Mir Kwame ed era un architetto e una attivista democratica curda. Il 5 febbraio scorso, Mahdis è stata convocata all’ufficio dell’intelligence di Krmashan, dove è stata rinchiusa per due giorni nelle prigioni del palazzo, e sottoposta a numerosi interrogatori.

L’8 febbrao scorso, quindi, appena un giorno dopo il suo rilascio, la giovane Mahdis ha deciso di suicidarsi, ingerendo un quantativo eccessivo di sonnifero. Secondo quanto riporta al-Arabiya, la decisione di commettere un gesto estremo da parte di Mahdis è direttamente ricollegata alle violenze subite in carcere. Sembra che la giovane è stata anche violentata dalle guardie carcerarie del Ministero dell’Intelligence. Mahdis aveva solo 26 anni (Hegaw).

Appena poche settimane prima, il 15 gennaio scorso, un’altra attivista curda residente a Krmashan, si era uccisa dopo essere stata detenuta per ben quattro mesi, ovviamente senza alcuna accusa e processo formale. La giovane si chiamava Shiler Farhadi e aveva solo 23 anni.

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Il regista iraniano Keyvan Karimi, rinchiuso nelle carceri iraniane dal novembre del 2016, sta molto male. Nonostante le sue pessime condizioni di salute, il regime rifiuta di consentirgli l’uscita dal carcere di Evin, per essere trasferito in una struttura ospedaliera esterna (Iranhumanrights.com).

Come si ricorderà, il regista curdo iraniano Karimi venne condannato al carcere con l’accusa di “aver insultato il sacro”, dopo aver pubblicato un documentario dal titolo “Scrivere sulla città”, relativo ai murales sui muri della capital Teheran. In realtà, Karimi non ha in alcun modo offeso l’Islam sciita, ma solamente denunciato gli abusi del regime, soprattutto dopo le repressioni dell’Onda Verde nel 2009.

Inizialmente, il giudice Mohammad Moghisseh aveva condannato Karimi a sei anni di dentenzione e 223 frustrate (No Pasdaran). Fortunatamente, anche grazie alle pressioni interne e internazionali, in appello la condanna è stata ridotta ad un anno di carcere e al pagamento di 20 milioni di rial (700 dollari).

Una settimana la condanna di Karimi, ben oltre 130 registi e documentaristi iraniani, decisero di scrivere un appello pubblico, chiedendo alla magistratura iraniana di cancellare la condanna contro il regista curdo (comunicato in farsi). La stessa cosa, a livello internazionale, fecero numerosi registi dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia. Per l’Italia, la solidarietà al Keyvan Karimi venne dall’associazione “100 autori” (km-studio.net).

Keyvan Karimi ha anche vinto importanti premi internazionali – anche in Italia – grazie ai suoi documentari di denuncia sulle condizioni sociali della Repubblica Islamica dell’Iran.

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Sono almeno 57 i detenuti messi a morte dal regime iraniano, solamente nei primi venti giorni del 2017. Venti di questi condannati, sono stati impiccati in un solo giorno, il 14 gennaio scorso, nelle carceri di Gohardasht, di Karaj, di Rasht e di Kermanshah. Il 17 gennaio, quindi, altri Quattro detenuti sono stati impiccati presso il carcere Vakilabad di Mashhad (Freedom Messenger).

Di seguito, invece, pubblichiamo le immagini delle ennesime esecuzioni capitali avvenute in pubblico in Iran. Questa volta, a finire sulla forca davanti alla folla sono stati due detenuti curdi, entrambi accusati di furto in una gioielleria. L’esecuzione è avvenuta presso Sarpol-Zahab l’8 gennaio del 2017 (Kurdpa).

Le esecuzioni pubbliche in Iran, sono state più volte condannate dalla Comunità Internazionale, soprattutto dalle organizzazioni per i diritti umani. Non solo si tratta di un metodo brutale e medievale, volto a incutere terrore nell’intera popolazione. Queste esecuzioni, purtroppo, hanno anche un risvolto sociale disarmamete: a guardare i detenuti penzolare da una corda, infatti, ci sono anche diversi bambini. Nel 2013, volendo simulare quanto aveva appena visto, un bimbo iraniano di 12 anni si è involontariamente impiccato da solo dentro casa (Radio Free Europe).

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E’ morto ieri in Iran l’Ayatollah Hashemi Rafsanjani, ex Presidente, nonchè uomo ombra dell’attuale Presidente Rouhani e colui che ha permesso ad Ali Khamenei di essere nominato Guida Suprema della Repubblica Islamica alla morte di Khomeini (nonostante la mancanza totale dei titoli religiosi richiesti).

La scomparsa di personalità politiche di primo livello del regime iraniano, rappresenta sempre una liberazione. Si tratta, infatti, di figure che hanno direttamente contribuito all’oppressione di un intero popolo e alla morte di innocenti civili. Nel caso di Rafsanjani, inoltre, la sua dipartita rappresenta anche la fine della vita terrena di un vero e proprio fiancheggiatore del terrorismo internazionale. Durante la Presidenza di Rafsanjani, considerato addirittura un ‘moderato’, il regime iraniano ha dato il meglio di sè nel sostegno a terribili azioni di terrorismo internazionale (Washington Institute). Con la benedizione di Rafsanjani, infatti, furono:

  • uccisi nel 1992 a Berlino, all’interno del ristorante Mykonos, importanti rappresentanti dell’opposizione curda iraniana in esilio. I loro nomi erano Sadegh Sharafkandi, Fattah Abdoli e Homayoun Ardalan, a cui va aggiunto il traduttore Nuri Dehkordi. I quattro, vennero crivellati di colpi in una esecuzione in pieno stile mafioso. L’intelligente tedesca accertò il coinvolgimento dell’allora Ambasciatore iraniano in Germania, Hossein Musavian – oggi ricercatore universitario negli Stati Uniti – e dei massimi vertici del regime iraniano (in primis Khamenei e Rafsanjani);
  • venne fatta saltare in aria l’Ambasciata israeliana a Buenos Aires (1992). Ventinove persone innocenti perirono nell’attentato e anche in questo caso, nonostante l’esecuzione materiale da parte di Hezbollah, venne provato il coinvolgimento diretto delle autorità iraniane, nella pianificazione e nel finanziamento dell’attentato;
  • un attentato suicida fece crollare l’intero edificio dell’AMIA, associazione ebraica a Buenos Aires (1994). Nell’attentato perirono oltre 80 civili innocenti. Anche in questo caso, nonostante materialente l’attentato venne compiuto da Hezbollah, l’INTERPOL provò il coinvolgimento delle massime cariche del regime di Teheran ed emise addirittura un mandato di cattura internazionale contro lo stesso Rafsanjani. Nella speciale commissione che diede luce verde a questo attentato, era presente anche l’attuale Presidente Rouhani. Le inchieste del Procuratore argentino Alberto Nisman, dimostrano l’esistenza di un accordo tra l’ex Presidentessa argentina Cristina Kirchner e l’Iran, per mettere a tacere il coinvolgimento della Repubblica Islamica nell’attentato. Nisman ha pagato con la vita le sue inchieste, ed è stato ucciso nel gennaio del 2015, il giorno prima della sua testimonianza davanti al Parlamento argentino sul segreto accordo Buenos Aires – Teheran (No Pasdaran);
  • furono attaccate le Khobar Towers in Arabia Saudita (1996). Perirono 20 persone, per la maggior parte americani in servizio in nel Golfo. L’attentato fu rivendicato da Hezbollah Arabia Saudita e le indagini americane dimostrarono, neanche a dirlo, il ruolo centrale del regime iraniano. Recentemente, i sauditi hanno arrestato la mente di quell’attentato, tale Ahmed al-Mughassil, che per anni ha vissuto nascosto a Beirut sotto protezione di Hezbollah (New York Times).

Al curriculum terrorista di Rafsanjani, va aggiunto il suo ruolo determinate nell’ingresso dei Pasdaran nell’economia iraniana. Con la scusa della ricostruzione post guerra Iran – Iraq, Rafsanjani premise alle compagnie delle Guardie Rivoluzionarie di ottenere contratti in ogni settore del sistema economico della Repubblica Islamica, con il risultato che oggi queste compagnie controllano oltre il 50% dell’economia visibile e tutta quella sommersa (compreso il traffico di droga dalla frontiera con l’Afghanistan).

Questa in breve quanto ha realizzato Rafsanjani per l’Iran e il mondo, nella sua lunga vita di uomo cardine di un regime fondamentalista e repressivo. Per tutte queste ragioni, vanno ritenute ipocrite le lacrime di chi lo piangerà e chi ne tesserà addirittura le lodi. Chi lo farà, infatti, dovrà rendersi conto di aver indirettamente espresso ammirazione per un uomo che, sulla sua strada, ha lasciato prevalentemente sangue e dolore!

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Una base militare controllata dall’Iran alle porte del Kurdistan iracheno, precisamente presso Khurmatu (cittadina vicino Kirkuk, in cui vivono sia sciiti che sunniti). In un video pubblicato da Kurdistan24 e riproposto qui sotto per i lettori di No Pasdaran, si vede chiaramente la base militare e si vedono le bandiere gialle della Unità di Mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi, da poco integrata nell’esercito iracheno) e le bandiere rosse della Sarayat Khurosani, operante anche in Siria dal 2013.

Questo video dimostra come, usando come scusante la guerra contro Isis, il regime iraniano stia drammaticamente penetrando all’interno dell’Iraq. Una penetrazione che non riguarda solamente l’area sciita, ma anche la regione del Kurdistan, strategicamente centrale sia per le sue ricchezze petrolifere, sia per la sua posizione geografica ai confini con la Turchia e con la Siria. Non è un caso, tra le alter cose, che proprio in questo periodo il regime iraniano ha deciso di aumentare la repressione dei curdi all’interno della Repubblica Islamica. Solamente ieri, ben 36 detenuti curdi sono stati impiccati in poche ore (Hrana).

Secondo le informazioni fornite dai media curdi, la base militare sciita presso Khurmatu, sarebbe sotto il controllo di un agente iraniano identificato come “Signor Iqbalpoor”, a cui spetterebbero tutte le decisioni in merito alle attività delle forze paramilitari pro-Tehran stanziate nell’area. Non solo: questo agente prenderebbe decisioni anche in merito alle attività della stessa municipalità di Khurmatu. Nella base militare, per la cronaca, sarebbero già stato trasferito un ingente quantitative di armamenti pesanti.

Lo scorso aprile, le forze Peshmerga curde e le milizie sciite dell’Hashd al-Shaabi hanno rotto il cessate il fuoco e si sono scontrate duramente. Lo scontro ha provocato almeno 20 morti e i curdi hanno stimanto intorno ai 4000, il numero di forze paramilitari sciite presenti nell’area (Kurdistan24). Non solo: solamente poche settimane fa, il Pasdaran iraniano Mohsen Rezaei, Segretario del Consiglio per il Discernimento, ha pubblicamente accusato i dirigenti del Kurdistan iracheno di sostenere i sauditi, minacciando una escalation dello scontro militare (EKurd Daily).

Vogliamo ricordare che abbiamo già parlato del ruolo provvidenziale che l’Isis riveste per l’Iran, sottolineandone la funzione vitale per gli obiettivi geopolitici dei Mullah (No Pasdaran). In questo senso, nei piani di Teheran c’è anche la destabilizzazione del potere di Mas’ud Barzani nel Kurdistan iracheno. Una destabilizzazione che i Pasdaran portano avanti profittando anche dello scontro all’interno del mondo curdo, in particolare tra le forze del KDP legate a Barzani – in buoni rapport con i curdi iraniani del KDPI – e quelle del PUK controllate da Jalal Talabani (e in diretto contatto con i curdi siriani del PYD e dei curdi turchi del PKK). Tra le altre cose non va dimenticato che lo stesso partito di Barzani, il Kurdistan Democratic Party, è stato fondato proprio nella storica città iraniana di Mahabad.

Video esclusivo: la base militare iraniana presso Khurmatu

Per approfondire:

L’Iran constrisce una base missilistica nel Kurdistan. Vi spieghiamo la strategia di Teheran“, pubblicato da No Pasdaran il 31 Maggio 2016

Iraqi Kurds double standard on terrorism“, pubblicato da EKurd Daily il  12 gennaio 2015