Archivio per la categoria ‘Iran censura’

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La Magistratura iraniana ha annunciato di aver aperto una inchiesta contro Pavel Durov, fondatore e CEO dei social network VK.com e Telegram, molto usati dai giovani iraniani.

Ufficialmente, l’inchiesta e’ stata aperta con l’accusa di “diffusione di materiale pornografico e terroristico”. Le ragioni pero’, come affermato dallo stesso Durov, sembrano essere diverse.

Commentando la notizia su Twitter, Durov ha scritto che Telegram blocca costantemente ogni tipo di messaggio relativo a terrorismo e pornografia all’interno dell’Iran. Per questo, sostiene l’imprenditore russo, le accuse della magistratura iraniana sono senza sostanza.

La verità e’ che, come suddetto, Telegram e’ un programma molto usato dai giovani iraniani per conversare e organizzare eventi sociali. Per questo, colpire il fondatore di Telegram accusandolo di promuovere materiale “haram“, significa colpire indirettamente il social network stesso e, probabilmente, arrivare a bloccarlo totalmente.

L’ennesima mossa del regime iraniano per colpire i diritti civili, vivendo nell’illusione di poter bloccare cosi ogni forma di dissenso e opposizione.

 

 

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Yusef Emadi, musicista iraniano rinchiuso nel carcere di Evin, e’ stato recentemente accusato di un nuovo reato, per aver comunicato con i media relativamente al suo caso giudiziario.

Per queste ragioni, il regime ritiene che sia colpevole di “propaganda contro lo Stato” e il nuovo processo e’ stato affidato al giudice Moghiseh, responsabile della Sezione 28 della Corte Rivoluzionaria, noto per le sue posizioni estremiste (hrana).

Le nuove accuse contro Emadi, molto probabilmente, determineranno una nuova condanna già scritta e nuovi anni di carcere. Anni da sommare ai sei (poi ridotti a tre) già decisi dal regime nel 2016, quando Yusef Emadi fu condannato per “propaganda contro lo Stato”, insulto al sacro” e “distribuzione di musica illegale”, in un processo che duro’ solamente tre minuti.

Con Yusef furono condannati al carcere anche i fratelli Mehdi e Hossein Rajabian. Tutti e tre erano responsabili di una etichetta musicale underground, la Barg Music, che ha permesso a tanti musicisti e artisti iraniani di potersi esprimere liberamente.

 

 

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Era il 18 gennaio del 2015, quando a Buenos Aires veniva ritrovato il corpo senza vita del procuratore argentino Alberto Nisman. Come noto, Nisman aveva lavorato anni investigando sull’attentato del 1994 contro il centro ebraico AMIA, ove persero la vita oltre 80 civili innocenti.

L’attentato all’AMIA fu opera di Hezbollah, ma i mandanti – come dimostrato dalle indagini internazionali – sedevano nell’Ambasciata iraniana in Argentina e a Teheran. Per quell’attentato, infatti, l’Interpol emise mandati di cattura internazionali addirittura contro l’allora presidente iraniano Rafsanjani.

Negli anni in cui indago’, Nisman fu in grado di dimostrare – attraverso intercettazioni telefoniche – che l’ex Presidentessa argentina Cristina Fernandez de Krichner, aveva agito per coprire le responsabilità iraniane nell’attentato del 1994, allo scopo di firmare accordi petroliferi con il regime islamista. Alberto Nisman, tra le altre cose, mori’ il giorno prima di presentare le prove raccolte davanti ad una commissione speciale del Parlamento argentino.

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Secondo quanto dichiarato alla stampa dal procuratore criminale Ricardo Saenz, una nuova autopsia sul corpo di Alberto Nisman ha dimostrato la presenza di clonazepam – un forte tranquillizzante – e di ketamina, un forte anestetico, usato spesso in veterinaria. Secondo Saenz, quindi, quanto trovato nella nuova autopsia prova indiscutibilmente che Alberto Nisman non e’ morto per cause naturali, ma e’ stato ucciso!

Ricordiamo che, già nel 2015, il Daily Beast aveva messo in luce come, proprio il regime iraniano, fosse tra i probabili mandanti dell’omicidio di Alberto Nisman, probabilmente con settori deviati dell’intelligence argentina, interessati a chiudere la bocca al coraggioso Procuratore.

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Lo scorso mese di maggio, poco dopo essere stato rieletto, il Presidente iraniano Hassan Rouhani aveva dato mandato al Ministero dell’Educazione e della Guida Islamica, di lavorare per integrare l’Agenda 2030 sull’Educazione approvata dall’Unesco, con il sistema in vigore nella Repubblica Islamica.

Considerando le polemiche da tempo in corso in Iran sul tema, Rouhani aveva sostenuto che Ali Khamenei, la Guida Suprema, fosse stata male informata in merito al contenuto dell’Agenda 2030 Unesco, da alcuni membri della fazione conservatrice, contrari al testo stesso (Payvand).

Il tema dell’Agenda Unesco 2030 – firmata dal regime iraniano nel 2016 – era diventato anche un tema di scontro durante la campagna elettorale e, già nel maggio 2017, Khamenei ne aveva vietato l’implementazione (Fars News).

Purtroppo per Rouhani, a smentirlo ci ha pensato direttamente Khamenei che, ancora una volta, ha dimostrato come in Iran il vero potere non sia nelle mani del Presidente. Parlando davanti all’Unione degli Studenti islamici lo scorso 8 giugno, Khamenei ha negato che qualcuno avesse mal riportato il contenuto del documento Unesco e ha ribadito che, “la grande Repubblica Islamica”, non si farà dettare la politica nazionale sull’educazione dall’estero. Infine, chiudendo la questione, Khamenei ha aggiunto: “Perché poche persone all’Unesco o alle Nazioni Unite devono scrivere la nostra politica sull’educazione? Questo colpisce la nostra indipendenza” (Tasnim News).

La domanda e’ ora una sola: perché Khamenei & Co., si oppongono con estrema tenacia all’Agenda Unesco 2030 sull’Educazione? Perché tanto clamore in Iran, anche se questa agenda Unesco che, tra le altre cose, non e’ considerata vincolante? Le ragioni sono almeno due.

La prima riguarda la lotta interna fra fazioni in Iran: Rouhani punta a sfruttare l’Agenda Unesco, come tema per colpire la fazione conservatrice. Lo stesso identico ragionamento, quindi, va fatto per la fazione contraria al Presidente, che preme sulla questione dell’educazione, al fine di bloccare ogni tentativo di cambiare le regole del gioco in Iran.

Purtroppo, pero’, c’e’ qualcosa di peggio: l’Agenda Unesco 2030 sull’Educazione, infatti, ha tra i suoi obiettivi il diritto all’accesso all’educazione senza discriminazioni e la parità di genere. Due temi che, nella Repubblica Islamica, sono praticamente un tabù. Il sistema iraniano, ad esempio, discrimina l’accesso all’istruzione ad alcune minoranze, primi fra tutti i Baha’i, considerati dal regime una setta peccaminosa. Praticamente su base settimanale, dei Baha’i vengono esclusi dal sistema educativo nazionale. Secondariamente, come noto, nel sistema iraniano le donne valgono legalmente la meta’ dell’uomo e a loro e’ negato l’accesso agli stadi pubblici e persino il diritto di pedalare in pubblico. Divieti a cui le donne iraniane si ribellano costantemente, ma che formalmente restano costantemente in vigore.

L’Agenda Unesco 2030 sull’Educazione, in poche parole, tocca le basi discriminatorie su cui il sistema della Repubblica Islamica e’ fondato. Non a caso, il sociologo dell’Unesco Said Peyvandi, ha espressamente sottolineato che “il documento Unesco e’ diametralmente opposto al pensiero dell’Ayatollah Khamenei” (CHRI).

Ecco perché, se davvero si vuole parlare di “nuovo Iran” e avere con questo Paese delle relazioni fondate sullo Stato di Diritto, e’ assolutamente centrale che documenti Unesco come l’Agenda 2030 sull’Educazione, siano considerati una condizione fondamentale dei rapporti tra Occidente e Iran. Di converso, prendere una posizione diversa, significherà permettere a Teheran di perpetuare il suo sistema fondamentalista e razzista.

Servizio del canale del regime iraniano in inglese, Press TV

 

 

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Il regime di Teheran ha condannato a 12 anni di carcere ciascuno, tre ventiquattrenni iraniani, per aver criticato l’establishment politico e il clero sui social. In particolare, i tre avrebbero scambiato via Facebook e Telegram, delle vignette e degli articoli critici nei confronti della Repubblica Islamica.

I tre giovanissimi sono: Alireza Tavakoli, Mohammad Mehdi Zamanzadeh e Mohammad Mohajer, arrestati tutti nell’estate del 2016 da agenti del Ministero dell’Intelligence iraniano. Dopo il fermo, i tre sono stati trasferiti presso il braccio 209 del carcere di Evin, sotto diretto controllo del MOIS. Qui, sono stati interrogati senza avere alcuna difesa legale e portati successivamente nel braccio 8 del centro detentivo (Iran Human Rights).

La condanna a 12 anni di carcere e’ stata decisa il 10 aprile scorso dalla Sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario, sotto diretto controllo del giudice Abolqasem Salavati. In particolare, per aver criticato il regime, i tre sono stati accusati di “insulto al sacro”, “minaccia alla sicurezza nazionale” e “insulti alla Guida Suprema”.

Tutto questo avviene mentre, solamente qualche mese fa (nel dicembre del 2016), proprio il Presidente Rouhani aveva firmato la Carta dei Diritti del Cittadino, in cui – nero su bianco – sta scritto che il Governo deve “garantire la libertà di parola e di espressione”. L’articolo 26 della stessa Carta del Cittadino, impone al Governo di tutelare questa liberta’, specialmente nei media, compresi quelli relative al cyberspazio (ovvero Internet).

Come sempre accade in Iran, pero’, quanto viene scritto e deciso dallo stesso regime, viene sempre violato in nome della difesa della tutela del sistema della Velayat-e Faqih, imposto con la violenza dall’Ayatollah Khomeini soprattutto dopo il 1981.

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Freedom House, la storica ONG che si occupa di monitorare lo stato delle libertà politiche e civili nel mondo, ha rilasciato il queste ore il rating del 2017. Il regime iraniano, purtroppo, si trova sempre più in basso, con soli 17 punti rispetto ad un massimo di 100. Ufficialmente, quindi, Freedom House classifica l’Iran come “Not Free”, ovvero un Paese senza libertà.

In poche parole, l’Iran è un “Paese oppressivo”, in cui la libertà di stampa e di circolazione in Rete, sono praticamente nulle. Bassissimo. quasi nullo, anche il livello delle libertà civili e politiche (in entrambi i casi, il punteggio è 6 su 7, ove 7 è il livello più basso…).

A breve Freedom House rilascierà il report completo relativo ai nuovi rating, con tutte le informazioni relative anche al regime iraniano. Nelle anticipazioni riportate sul sito, viene denunciato come nella Repubblica Islamica i fondamentalisti controllano le istituzioni principali, quali la magistratura e il Consiglio dei Guardiani. Proprio il controllo di queste istituzioni chiave, ha portato alla squalifica di numerosi candidati riformisti, anche nelle elezioni parlamentari dello scorso febbraio. Inoltre, sempre sul sito, vengono ricordati i numerosi abusi dei diritti umani e lo straziante caso dell’attivista Narges Mohammadi, condannata a 16 anni di carcere per la sua campagna contro la pena di morte in Iran (Freedom House).

Chiunque accetta di legarsi al regime iraniano senza precondizioni deve sapere perciò che, cosi facendo, favorisce e si rende complice attivo di un regime che opprime il suo popolo e ne abusa quotidianamente!

Un incontro del 2015 della Freedom House sui Diritti Umani in Iran

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Il regime iraniano ha deciso di sospendere il calciatore Mehdi Rahmati, portiere della nazionale e della squadra di Teheran, lo Esteghlal. La ragione è la diffusione di una foto che lo ritrae in Armenia, accanto ad una giovane ragazza senza velo ed in minigonna (Khabar One).

Non è la prima volta che accade qualcosa di simile: nel gennaio del 2016, il portiere del Persepolis Sosha Makani fu addirittura incarcerato con una motivazione simile, ovvero per la pubblicazione di alcune foto che lo ritraevano mentre ballava e abbracciava una ragazza senza velo (No Pasdaran).

A quanto pare, però, le regole sono diverse per i leader iraniani. Questi, infatti, non solo possono avere account social senza paura della censura, ma anche farsi fotografare con leader politici donne occidental, senza il velo. Un esempio è la foto scattata a New York, durante l’assemblea ONU, tra il Premier britannico Theresa May e Hassan Rouhani. Neanche a dirlo, al Presidente iraniano nessuno ha chiesto conto di questo “scatto haram”.

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