Archivio per la categoria ‘Iran censura’

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Qualche giorno fa, la Magistratura iraniana ha annunciato il blocco definitivo di Telegram, la nota applicazione per la messaggistica instantanea, creata dai fratelli Durov.

Considerato il blocco di altre applicazioni social come Whatsapp, Facebook, Twitter e Instagram, Telegram e’ diventato molto popolare in Iran, mandando su tutte le furie i clerici, impaurito dal rischio che tramite questa applicazione possano essere organizzate manifestazioni anti regime.

Annunciando il completo blocco di Telegram, la magistratura iraniana ha sottolineato i rischi per la sicurezza nazionale, ed evidenziato che il blocco avviene dopo la decisione del Presidente Rouhani di impedire a tutti i Ministri di usare Telegram per comunicare.

Qui pero’ arriva la sorpresa: in un comunicato ufficiale diffuso dopo la decisione della Magistratura iraniana, l’esecutivo ha criticato il blocco, affermando che nessuna decisione simile puo’ essere presa senza l’approvazione del Governo.

Questo duro scontro tra due importanti poteri istituzionali, e’ l’ennesima dimostrazione della guerra in corso nella Repubblica Islamica. Una guerra che ha ben poco da fare con il riformismo, come la stessa decisione di Rouhani di bandire Telegram dimostra. Alla base dello scontro non c’e’ la liberta’ degli iraniani, ma il potere decisionale all’interno del regime.

Purtroppo per Rouhani ci sara’ ben poco da fare: la Guida Suprema e i Pasdaran – i veri poteri in Iran – non penderanno mai dalla sua parte!

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Khosravi-Arash-Ilkhani-and-Nikan-Siyanor-Khosravi-from-band-Confess

Il cantante metal iraniano Nikan Khosravi, fondatore del gruppo “Confess”, ha lasciato l’Iran. Anzi, per meglio dire, Nikan e’ scappato dalla Repubblica Islamica, per evitare una condanna a sei anni di carcere, inflittagli dal giudice Mohammad Moghisseh.

Nikan e il suo amico Arash Ilkhan sono stati arrestati dai Pasdaran iraniani il 9 novembre del 2015, pochi giorni dopo la pubblicazione del loro secondo album “In Pursuit of Dreams”. Come suddetto, i due vennero subito accusati di produzione di musica satanica. Durante gli interrogatori, i due musicisti sono stati accusati di “lavorare per Satana” e di “negare l’esistenza di Dio”.

Il 17 marzo del 2017, Moghisseh ha condannato Nikan Khosravi ha sei anni di carcere per “insulto al sacro” e “propaganda contro lo Stato”. Sicuro della sua condanna, Nikan ha deciso di lasciare l’Iran, per evitare di essere sbattuto in carcere. Arash Ilkhani, invece, si trova ancora nella Repubblica Islamica, in attesa della sentenza del giudice.

Nikan Khosravi, giunto in Turchia, si e’ immediatamente rivolto all’agenzia delle Nazioni Unite UNHCR per chiedere asilo politico, anche in un Paese terzo. Descrivendo il suo arresto, Khosravi ha che tra i sei e gli otto Pasdaran sono entrati nella sua casa, senza alcun mandato, hanno perquisito ovunque la stanza, confiscato gli effetti personali e l’hanno portato fuori incappucciato. Arash invece, e’ stato fermato mentre andava all’università. Durante gli interrgatori, Nikan Koshravi ha dichiarato di aver temuto di essere condannato a morte.

Fortunatamente, grazie al suo avvocato, Nikan e’ riuscito a dimostrare che le sue canzoni non contenevano alcun contenuto satanico, ma che erano riferite solamente a Dio e alla natura. Spiegazioni che, nonostante tutto, non sono bastate per evitargli la condanna al carcere. Una condanna decisa dal giudice Moghisseh in soli 15 minuti…

 

parlamento iran

In una lettera resa pubblica ai media, la maggioranza dei parlamentari iraniani ha chiesto al Governo censurare i social network. La lettera, molto significativamente, e’ stata pubblicata nelle stesse ore in cui il Governo di Rouhani, dopo settimane, ha finalmente  parzialmente sbloccato l’applicazione Telegram (usata da 40 milioni di iraniani).

Nella lettera, firmata da 170 membri del Parlamento iraniano (su 290), i deputati sostengono che “al fine di proteggere l’indipendenza politica e culturale del Paese e prevenire assalti contro la sicurezza e contro i privati cittadini…chiediamo il bando dei social network esteri e la loro sostituzione con applicazioni nazionali).

La lettera, promossa dal deputato Ahmad Amirabadi Farahani, eletto dalla città di Qom, accusa i social network non solo di essere responsabili delle recenti proteste, ma anche dell’attentato compiuto nel giugno del 2017 contro il Parlamento iraniano. Oltre al bando dei social network, la lettera chiede anche un maggiore controllo dei VPN – i virtual Private Networks – usati da milioni di iraniani per superare la censura del regime.

In questo periodo, diverse compagnie di Stato hanno iniziato a sviluppare delle applicazioni di messaggi istantanei, create in linea con i blocchi imposti dal regime. Tra queste menzioniamo Soroush (sviluppata dall’IRIB) e Hotgram. Nonostante il tentativo del regime di spingere gli iraniani ad usare queste applicazioni “indigene”, la popolazione continua a preferire i social network esteri, al fine di garantire (per quanto possibile) la loro privacy.

internet ban

 

 

vice head iran judiciary

L’Hojatoleslam Hamid Shahriari, parlando all’agenzia di stampa ISNA, e’ stato chiaro: “l’Iran ha individuato tutti i capi della ‘sedizione’ (cosi il regime definisce le recenti proteste), che dovranno aspettarsi di ricevere la massima punizione”.

In Iran, come noto, vige la pena di morte che e’ la massima punizione che i giudici iraniani possono emettere. In altre parole, quindi, Shahriari ha affermato che molti di coloro che sono scesi in piazza contro il regime, saranno condannati alla pena capitale.

Neanche a dirlo, Shahriari ha ribadito che quanto accaduto nelle ultime due settimane in Iran e’ meramente frutto della propaganda – rea di aver corrotto i giovani – e ha annunciato che ci sara’ un incontro ad hoc per quanto concerne i social network, al fine di garantire che “vengano usati nel modo corretto”. Praticamente l’annuncio di una nuova forte censura di programmi come Telegram e Twitter.

Nel frattempo, dall’Iran arriva la notizia della morte in carcere di un secondo manifestante arrestato durante le proteste. Dopo il decesso dello studente Sina Qanbari nel carcere di Evin, adesso viene annunciata la morte di  Vahid Heidari, venditore di Arak, fermato durante le proteste il 31 dicembre scorso. Per il regime, sia Qanbari che Heidari si sarebbero suicidati.

arak vendor

Iran's Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei meets Italian Prime Minister Matteo Renzi in Tehran

C’e’ un Iran che vive, un Iran che protesta contro le storture drammatiche di un establishment fondamentalista. Un Iran che, nonostante le leggi e le repressioni, scende in piazza senza paura e grida forte “morte al regime”. Di questo Iran, purtroppo, i media principali italiani – e Occidentali – attualmente non raccontano quasi nulla.

Troppo schiacciati sugli interessi politici, questi media si ricordano del nero del regime iraniano, solamente quando si arriva ai casi più drammatici, come ad esempio quello del ricercatore medico Ahmadreza Djalali. Dell’Iran che resiste alla corruzione del potere clericale e miliziano dei Pasdaran, si e’ smesso ormai di raccontare nel 2009, anno delle famose proteste dell’Onda Verde.

Dell’Iran che resiste, quindi, si e’ completamente persa traccia dopo l’elezione di Hassan Rouhani alla Presidenza della Repubblica Islamica, nell’illusione che un bel sorriso cambiasse la natura perversa della Velayat-e Faqih. Cosi non poteva essere, cosi non e’ stato.

In questi giorni le strade della capitale Teheran si sono riempite di migliaia di persone che, stanche della corruzione e del potere finanziario dei Pasdaran, hanno manifestato tutta la loro rabbia. Persone comuni che hanno messo da parte la paura, forse perché spinti dalla disperazione, e’ hanno gridato “Marg Bar” (Morte al) dittatore (Khamenei) e al regime islamista, considerato alla stregua di Isis.

Ora questa protesta sociale si e’ spostata di nuovo nelle università. I primi a manifestare sono stati gli studenti dell’Università di Teheran, spinti anche dalla scelta di Hassan Rouhani di voler nominare a nuovo Ministro Mansour Gholami, considerato uno di coloro che favorirono le repressioni contro gli studenti dell’Ateneo Bu Ali Sina.

Eppure di questo Iran quasi non si sente parlare. Meglio organizzare delegazioni di imprenditori in accordo col regime, rinchiuderli in hotel e portarli a vedere solo ciò che piace agli alleati di Khamenei.

Le stesse cose che l’iraniano medio odia…

BBC-Persian

La BBC ha deciso di denunciare il regime iraniano alle Nazioni Unite, per la continua persecuzione dei suoi giornalisti – e delle loro famiglie – impiegati nella Repubblica Islamica per il canale BBC Persian.

Teheran ha da anni preso di mira il canale in farsi della BBC, accusandolo di essere al servizio “di agenti esterni” e di lavorare contro l’Iran. Neanche a dirlo, la reale ragione dietro questa accusa e’ legata al fatto che BBC Persian – al contrario della maggioranza dei media iraniani – pubblica notizie non gradite al regime, anche legate al drammatico status dei diritti umani nel Paese.

La protesta della BBC, in particolare, e’ stata indirizzata a David Kaye, inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libertà di Opinione e di Espressione. Kaye, per la cronaca, ha appena presentato un report al Segretario ONU, denunciando le persecuzioni che il regime iraniano porta avanti contro giornalisti, bloggers, attivisti e artisti, incarcerati unicamente per aver criticato le politiche governative.

Rispondendo ad una domanda precisa concernente l’Iran, David Kaye ha rivelato di aver già protestato formalmente contro le politiche del regime islamista, chiedendo che Teheran fermi immediatamente le persecuzioni e le repressioni nei confronti dei giornalisti di BBC Persian e dei loro famigliari.

Ricordiamo che, come l’immagine sotto dimostra, recentemente la magistratura iraniana ha addirittura disposto il congelamento dei beni di 150 collaboratori di BBC Persian in Iran, accusandoli di “cospirazione contro la sicurezza nazionale”.

 bbc persian

 

iran-telegram-block

La Magistratura iraniana ha annunciato di aver aperto una inchiesta contro Pavel Durov, fondatore e CEO dei social network VK.com e Telegram, molto usati dai giovani iraniani.

Ufficialmente, l’inchiesta e’ stata aperta con l’accusa di “diffusione di materiale pornografico e terroristico”. Le ragioni pero’, come affermato dallo stesso Durov, sembrano essere diverse.

Commentando la notizia su Twitter, Durov ha scritto che Telegram blocca costantemente ogni tipo di messaggio relativo a terrorismo e pornografia all’interno dell’Iran. Per questo, sostiene l’imprenditore russo, le accuse della magistratura iraniana sono senza sostanza.

La verità e’ che, come suddetto, Telegram e’ un programma molto usato dai giovani iraniani per conversare e organizzare eventi sociali. Per questo, colpire il fondatore di Telegram accusandolo di promuovere materiale “haram“, significa colpire indirettamente il social network stesso e, probabilmente, arrivare a bloccarlo totalmente.

L’ennesima mossa del regime iraniano per colpire i diritti civili, vivendo nell’illusione di poter bloccare cosi ogni forma di dissenso e opposizione.