Archivio per la categoria ‘Iran Basij’

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Ali Shariati e’ un coraggioso giovane iraniano di appena 30 anni. Gli ultimi mesi della sua vita, li ha passati in galera, ad Evin. Una sofferenza non dovuta al fatto che Ali ha compiuto un crimine materiale, ma unicamente per la scelta di questo coraggioso attivista, di protestare contro gli abusi del regime sulle donne.

Come si ricorderà, infatti, due anni or sono, le donne iraniane furono soggette di decine e decine di attacchi con l’acido. Attacchi compiuti dai membri di Hezbollah Iran, contro le donne che portavano male il velo. Nessuno ha mai pagato per quanto accaduto, nonostante il fatto che diverse di queste giovani iraniane, hanno avuto il volto totalmente sfigurato in seguito alla violenza subita. Al contrario, la risposta dei legislatori iraniani fu quella di promuovere un “Piano per la virtù della donna”, in cui si autorizzavano i Basij ad usare le maniere forti contro coloro che violavano i codici di abbigliamento islamici (Iran Human Rights Campaign). Al contrario del Parlamento iraniano, però, centianaia e centinaia di iraniani si ribellarono agli attacchi con l’acido contro le donne. Le strade di numerose città della Repubblica Islamica furono protagoniste di proteste pacifiche, purtroppo represse duramente dal regime.

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Tra coloro che protestarono, davanti al Parlamento iraniano c’era anche Ali Shariati. Arretstato il 18 Febbraio del 2015, Ali è stato condannato a 12 anni e 9 mesi di carcere dal giudice Salavati, noto per essere al servizio dell’intelligence. Il giudice accusò Ali di “aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale“, di “avere una parabola satellitare a casa” e di “fare propaganda contro lo Stato“, per alcuni post scritti contro il regime sui social (Iran Human Rights Campaign).

Poco dopo la condanna, nel Novembre del 2015, Ali Shariati dichiarò lo sciopero della fame e della sete. Uno sciopero che gli fece quasi perdere totalmente la coscienza e gli rese alcuni arti parzialmente paralizzati. La sua richiesta alla Corte era quella di ottenere la libertà condizionata. Una libertà ottenuta per brevissimo tempo dopo la morte del padre nel Maggio del 2016. Purtroppo, una libertà breve; alla fine di ottobre, infatti, le forze di sicurezza sono tornate senza preavviso a prelevarlo e lo hanno rinchiuso nuovamente nel carcere di Evin. A distranza di mesi, Ali ha deciso di dichiarare nuovamente lo sciopero della fame. Per questo, qualche giorno fa, Ali ha deciso di dichiarare nuovamente lo sciopero della fame.

Purtroppo, il caso di Ali Shariati dimostra, nuovamente, l’incapacità del Presidente Rouhani di mantenere le sue promesse elettorali. Le carceri iraniane, dalla sua elezione nel 2013, si sono riempite a dismisura di detenuti politici e di coscienza. Un aumento delle repressioni, davanti alle quali il Presidente ha taciuto quasi totalmente.

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Parlando alla Fars News, agenzia di stampa vicino ai Pasdaran, il comandante Basij della città di Neishabur, Seyd Ali Akbar Hossein, si è vantato dell’arresto di 40 giovani colpevoli di aver participato a due feste “miste” (ovvero con ragazzi e ragazze insieme).

Secondo quanto affermato da Ali Akbar Hossein, in una prima festa sono stati arrestati 14 ragazzi e 8 ragazze. In una seconda festa, in un giardino di Neishabur, sono stati fermati invece 11 ragazzi e 7 ragazze. Tutti questi giovani, colpevoli unicamente di volersi divertire e fuggire dalle repressioni di un regime fondamentalista, verranno accusati di aver bevuto alcohol, vietato nella Repubblica Islamica e di aver avuto “relazioni sessuali illecite”, ovvero di essere stati a contatto con l’altro sesso senza aver essere sposati.

Questi arresti dimostrano nuovamente come il regime iraniano, anche sotto la Presidenza di Hassan Rouhani, non ha minimamente messo in atto alcuna apertura verso le istanze di libertà della popolazione, particolarmente dei numerosi giovani. Al contrario, per preservare il potere dei Mullah e dei corpi paramilitari, Teheran continua ad usare le sole tre “parole” che conosce per “convincere” i suoi cittadini ad “obbedire”: bastone, repressione e terrore…

 

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Bisogna esprimere soddisfazione per la fine della prigionia di quattro detenuti americani in Iran. Tra loro, a casa sono tornati anche Saeed Abedini, pastore cristiano incarcerato per motivi religiosi, e Jazon Rezaian, giornalista del Washington Post, incarcerato per motivi politici.

Nonostante la soddisfazione, pero’, ci sono delle problematiche molto importanti relative alle tempistiche del rilascio di questi detenuti e al significato del loro rilascio. Il rilascio dei detenuti americani in Iran – ovviamente tutti accusati molto genericamente di spionaggio – non e’ solo coinciso con il rilascio di sette prigionieri iraniani negli Stati Uniti (responsabili di aver commerciato con Teheran materiale proibito), ma anche con la sospensione delle sanzioni verso la Repubblica Islamica. 

E’ naturale quindi, ritenere che i soldi incamerati dall’Iran per la liberazione dei quattro detenuti stranieri, rappresentino anche una forma di riscatto monetario, ottenuta dal regime dei Mullah. A confermare questa tesi, ora, e’ anche  Mohammad Reza Naqdi, il barbuto comandante della milizia Basij. 

Secondo quanto riporta l’agenzia Fars News, infatti, Naqdi ha dichiarato: “La fine delle sanzioni contro la banca iraniana Bank Sepah e l’ottenimento – dopo 36 anni – di 1,7 miliardi di dollari di assets congelati, mostrano come gli Stati Uniti comprendano solamente il linguaggio della forza. Questi soldi sono ritornati nelle mani dell’Iran, in cambio della libertà delle ‘spie americane’ e non e’ in alcun modo collegato con i negoziati nucleari (Fars News).

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Non solo: come ricordato da alcuni analisti, il recente scambio tra USA e Iran sui detenuti, ricorda la fallimentare strategia di Reagan delle “Armi in cambio di ostaggi”. Tra il 1984 e il 1992, infatti, l’Iran fece rapire almeno 24 ostaggi americani. Nella speranza di liberare questi ostaggi, nel 1986 Reagan approvo’ una vendita di missili alla Repubblica Islamica dell’Iran. Oggi l’Iran, tramite il Nuclear Deal, non riceve direttamente dei missili o delle armi, ma ne riceve indirettamente in due modi: 

  1. ritornando ad avere libero commercio di armamenti con Paesi come Cina e Russia;
  2. ottenendo soldi che, in parte sicuramente, userà per finanziare la compravendita di armamenti e rafforzare i Pasdaran. 

Piccolo particolare: la strategia di Reagan funziono’ per poco tempo dopo la vendita di missili a Teheran. Per alcuni mesi gli americani non furono rapiti da Hezbollah e altri proxy iraniani e ci fu il rilascio di Padre Lawrence Jenco. Purtroppo, pero’, fu solamente un successo temporaneo. Dopo un breve stop ai rapimenti per ottenere le armi, l’Iran riprese a dare i soliti ordini ai suoi schiavi regionali (AEI).

Perché la storia parla chiaro: quando le democrazie negoziano con i terroristi, a vincere sono sempre i terroristi…

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L’Occidente e’ abituato ad una lettura unilaterale della storia. Questo vale per le conquiste positive – non tutte infatti vengono dall’Occidente – ma anche per gli errori negativi – non tutti vengono dall’Occidente. L’Occidente, quindi, e’ abituato anche a pensare la geopolitica intorno a se stesso, guardando alle regioni del mondo confinanti come parte di questa unilateralità. La questione della strategia da applicare contro il Califfato, ne e’ un esempio lampante. 

In questi giorni, infatti, l’Occidente non e’ solo preso a cercare una strada per sconfiggere Daesh con i propri mezzi, ma discute anche di come farlo con gli alleati regionali. Il tutto, senza veramente aver compreso l’altra parte della geopolitica, ovvero quella che riguarda gli interessi dei potenziali “alleati”. Ecco allora che, in questo contesto, in tanti propongono di creare una special relationship soprattutto con l’Iran e le forze sciite (Khomeiniste) in Medioriente, evitando di farsi una domanda centrale: ma l’Iran vuole davvero sconfiggere il Califfato? 

Beh, apparentemente la risposta sarebbe positiva. Il vicino Stato Islamico di al-Baghdadi, infatti, non solo e’ sunnita, ma e’ anche di tradizione Hanbalita, Salafita e jihadista. Ergo, i primi nemici del Califfato sono proprio gli sciiti, in particolare gli sciiti legati alla Repubblica Islamica dell’Iran, vista come un male assoluto. Per questo, dicono analisti e esponenti politici alla D’Alema, l’Iran ha inviato mezzi e Pasdaran per combattere Isis, rappresentando sul terreno una forza che l’Occidente deve sostenere.

Premessa: una tesi simile, apparentemente basata sul realismo, e’ di per se una strategia perdente. Come sottolineato da sempre, pensare di sostenere il jihadismo sciita contro quello sunnita, non farà che aumentare il conflitto settario all’interno della regione Mediorientale, garantendo la nascita di una nuova spirale di violenza e odio nel futuro remoto. Non solo: anche chi propende per una nuova demarcazione di parte dei confini mediorientali fondata sulle divisioni etniche e religione, dovrebbe ricordarsi che in questa parte del mondo non e’ ancora lontanamente giunto quel processo di “laicizzazione” della politica iniziato nel Vecchio Continente con il “Date a Cesare quel che e’ di Cesare” e con il “cuius regio, eius religio“.

Torniamo alla domanda precedente: ma l’Iran vuole davvero sconfiggere il Califfato? Ne siamo davvero certi? Beh, per dare una risposta a questa domanda, proviamo a farlo ripercorrendo alcune fasi storiche centrali e il loro significato sugli interessi del regime iraniano.

Partiamo da un nome: Nuri al Maliki. Ex Primo Ministro iracheno, al-Maliki era in carica quando gli Stati Uniti decisero il ritiro delle truppe dall’Iraq (ritiro definitivo nel dicembre 2011). Lo stesso momento in cui, per mezzo di una strategia impressa dall’allora Generale Petraus, gli Usa cercavano di recuperare il sostegno delle tribù sunnite irachene e riportarle ad essere parte del gioco politico di Baghdad. Fu al-Maliki, a terminare il sostegno alle tribù sunnite irachene e ai cosiddette “Comitati del Risveglio”, creati appositamente per combattere le forze salafite presenti in Iraq, quelle da cui e’ originato Isil (Che cos’e’ l’Isis?). Perché? La risposta e’ semplice: al-Maliki volle approfondire lo scontro settario all’interno dell’Iraq – non solo con i sunniti ma anche con i curdi – per aumentare il suo potere. Lo fece nonostante la sua alleanza formale con gli Usa e appoggiandosi totalmente all’Iran. Fu il regime iraniano, infatti, a sostenere maggiormente il Governo al-Maliki, non solo politicamente, ma anche militarmente, rafforzando la presenza nel Paese di milizie sciite al servizio dei Pasdaran, quali l’Organizzazione Badr e Khata’ib Hezbollah. Senza capire questo passaggio, senza comprendere il peso di questa decisione, non e’ possibile comprendere l’evoluzione di Isis e la sua presa del potere a Musul, avvenuta praticamente quasi senza combattere. Quale interesse geopolitico per l’Iran? Il regime iraniano, geograficamente parlando, ha una sola via naturale di espansione territoriale: quella nel pianeggiante Iraq sciita, per anni religiosamente controllato dall’Ayatollah al Sistani, da sempre contrario al Khomeinismo. Grazie ad al-Maliki e al vuoto di potere creatosi, l’Iran e’ riuscito ad infiltrare radicalmente questa area – sia militarmente che religiosamente – con lo scopo di cambiare la natura dello sciismo locale, una volta venuto a mancare il ‘competitor’ al Sistani.

Ora un secondo nome: Bashar al Assad. Il regime di Assad, dopo il 2003, ha favorito l’ascesa del jihadismo sunnita in Iraq in funzione anti-americana. Lo ha fatto esattamente come l’Iran: lasciando a disposizione il proprio territorio per il libero passaggio di milizie salafite legate ad al-Zarqawi, in quel momento naturale alleato contro l’Occidente. In seguito, centinaia di questi jihadisti sunniti – non più utili dopo il ritiro USA – sono finiti nelle carceri siriane. Dall’Ottobre 2011, quindi, il regime iraniano e Assad, hanno scientificamente avviato una campagna di delegittimazione dell’opposizione siriana. Lo hanno fatto, ovviamente, liberando dalle prigioni siriane i peggiori jihadisti sunniti e lasciandoli liberi di unirsi a quello che poi sarebbe diventato il Califfato. Quando Isis ha conquistato Raqqa, quindi, Assad e i Pasdaran iraniani, si sono ben guardati dall’attaccare quella città. Al contrario, hanno avviato una indiretta collaborazione con il Califfato, comprando indirettamente il petrolio da al-Baghdadi e avviando di concerto con Isis, una campagna di attacco alle altre formazioni ribelli presenti in Siria. Per la cronaca, tra coloro che sono stati liberati dalle carceri siriane, c’era anche Abu Musab al-Suri, ideologo di Isis e dei attentati terroristici nello stile di quelli recentemente avvenuti a Parigi. Quale interesse geopolitico per l’Iran? Grazie alla “jihadizzazione dell’opposizione siriana”, avvenuta in primis grazie a Isis, il regime iraniano e’ riuscito a dare nuova legittimita’ ad Assad, presentandolo al mondo come il campione della “Siria pluralista”. Salvando il sistema Assad – anche grazie all’intervento militare della Russia – l’Iran e’ riuscito a salvare i suoi sbocchi nel Mediterraneo (Alawiti e Hezbollah). Che si salvi o no Assad, il regime iraniano ora non teme più di vedere le aree Alawite e i contatti diretti con Hezbollah, cadere in mano ai ribelli siriani. 

Una indiretta conferma di quanto affermato, arriva anche da un altro fattore. Pur avendo a disposizione un esercito ufficiale – l’Artesh – il regime iraniano ha sempre e solo agito in Siria e Iraq per mezzo dei Pasdaran. In altre parole, ha sempre e solo agito per mezzo di quella Guardia Rivoluzionaria che, ufficialmente, non ha il compito di difendere la “nazione iraniana”, ma “l’Iran Khomeinista”. Allo stesso tempo, lo ha fatto privilegiando il potere della Forza Quds – controllata dal Generale Qassem Soleimani – il cui compito e’ quello di esportare la rivoluzione Khomeinista nel mondo. Eppure, logica vuole che, se davvero una realtà come il Califfato fosse una minaccia esistenziale per l’Iran, la Repubblica Islamica dovrebbe usare tutte le sue forze per eliminarla. Al contrario, l’Artesh non e’ praticamente nella “partita Isis”, se non in maniera secondaria, ovvero dopo i Pasdaran e gli stessi Basij. Quando il comandante delle Forze di Terra dell’Artesh, Generale Mohammad Pakpour, si azzardo’ qualche mese fa a denunciare i rischi di una presenza di Isis ai confini iraniani, ad azzittirlo fu direttamente il Capo di Stato Maggiore iraniano, Generale Hassan Firouzabadi, un uomo legato ai Pasdaran. Firouzabadi dichiaro’ perentoriamente che “l’Iran non ha preoccupazioni per la minaccia di Isis” (Critical Threats).

Diviene allora fondamentale ricordare quanto affermato dal Capo dei Pasdaran, Mohammad Ali Jafari, solamente qualche giorno fa. In un pubblico discorso, Jafari ha dichiarato che l’Iran sta formando una sola grande nazione Islamica con Siria, Iraq e Yemen (No Pasdaran). Un obiettivo di propaganda ovviamente, ma che ben disegna il quadro geopolitico perseguito dalla Repubblica Islamica. Un quadro che, per poter esser minimamente realizzato, ha bisogno della “contrapposizione”, ovvero di un “nemico provvidenziale”, come il Califfato islamico di al-Baghdadi. Proprio grazie a questo nemico provvidenziale – e a coloro che follemente propongono di sconfiggere il salafismo sunnita con il khomeinismo sciita – l’Iran può presentarsi al mondo Occidentale come il solo rappresentante di un “Islam del dialogo”. Peccato che, quando dalla propaganda si passa alla realtà, si tratta dello stesso Iran che, perseguendo questo imperialismo, sta ponendo in atto tutte le premesse per lo scoppio di una crisi senza fine. Che si chiami Isis o altro, nessun sunnita, infatti accettera’ di farsi dominare o rischiare di essere dominato da agenti dell’Iran.

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La battaglia contro l’Occidente e per il mantenimento della censura all’interno dell’Iran, si fa sempre più forte. Per quanto concerne la concorrenza alle applicazioni Occidentali, va rilevato un attivismo incredibile da parte delle compagnie e delle forze paramilitari controllate dai Pasdaran. E‘ di queste ore la notizia del lancio del servizio chat “Salam”, una applicazione mobile prodotta dai Basij, che intende fare concorrenza a programmi come WhatsApp e Viber (molto popolari in Iran e per questo spesso bloccate dal regime). Il guadagno dei Basij nel lancio di questo servizio e’ ovviamente duplice: per un verso i Pasdaran entrano prepotentemente anche nel business delle applicazioni per telefonini, per un altro verso, quindi, grazie a sistemi come Salam le forze di sicurezza saranno in grado di controllare al 100% le conversazioni private dei cittadini iraniani. Insomma: una unione di guadagno e repressione sociale davvero unica, che ben spiega i profondi interessi della guerra culturale “anti-Occidentale” da sempre portata avanti dalle Guardie Rivoluzionarie.

L'app per cellulari dei Basij, "Salam"

L’app per cellulari dei Basij, “Salam”

A dispetto delle parole di apertura delle Governo iraniano verso i social networks, non sembra che il regime abbia intenzione di allentare le strette maglie della censura. Abdolsamad Khorramabadi, Procuratore Generale iraniano, ha dichiarato alla Tabnak il 5 maggio scorso, che Teheran non ha alcuna intenzione di inserire Facebook tra i programmi inclusi nello “smart filtering” (ovvero il sistema che la Repubblica Islamica sta studiando per controllare la Rete). Ovviamente, per confermare la linea dura contro le reti sociali, il regime ha condannato a sette anni di carcere Atena Daemi – coraggiosa attivista di 27 anniarrestata nell’Ottobre del 2014 e per mesi detenuta senza alcun processo. La colpa di Atena? Sempre la solita: “propaganda contro lo Stato” e “insulti alla Guida Suprema”. Tutte accuse raccolte dal regime monitorando il profilo Facebook e il telefonino di Atena. Ovviamente, dietro l’arresto in realtà c’e’ l’attivismo di Atena contro l’imposizione del velo obbligatorio e contro la pena di morte. Tra le altre cose, le autorità iraniane le hanno contestato la condivisione via chat delle canzoni del rapper iraniano Shahin Najafi, noto per le sue posizioni contro la pena capitale e sulla cui testa verte una fatwa. Recentemente un sito iraniano ha offerto 150.000 euro per far saltare in aria il concerto di Shahin Najafi in Germania.

L'attivista Atena Daemi

L’attivista Atena Daemi

Concludiamo questo articolo dedicato alla repressione della Rete da parte del regime iraniano, con la notizia del lancio di “Parsijoo”, un browser sviluppato dal Governo iraniano che, guarda caso, non permette di fare ricerche su questioni relative alla politica e ai diritti umani. In pratica, se su Parsijoo mettete la parola Mir Hossein Mousavi – il leader dell’Onda Verde – i risultati che otterrete saranno solamente una sfilza di link di propaganda del regime contro la protesta popolare del 2009. Per la cronaca, mentre in Iran la disoccupazione aumenta, il Governo del “moderato Rouhani” sta investendo 27 milioni di dollari per lo sviluppo di una Rete Internet nazionale (fonte ILNA).  A tal proposito, il Presidente Rouhani il 4 maggio scorso, ha definito Internet una “spada a doppio taglio che richiede restrizioni“…In poche parole: censuriamo quello che non ci piace

Ragazzo iraniano racconta la censura di Internet nella Repubblica Islamica

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Quanto avevamo scritto qualche tempo addietro, oggi è diventato una triste realtà: il regime criminale di Bashar al Assad ormai non esiste più e il potere in Siria è passato totalmente nelle mani dell’Iran e di Hezbollah. Solamente ieri il sito Good Morning Iran riportava la notizia del tentativo di Qassem Soleimani, capo della Forza Qods, di uccidere Rustom Ghazali, responsabile dell’intelligence di Damasco. Secondo i Pasdaran iraniani, infatti, Ghazali sarebbe colpevole di non collaborare ai piani di Teheran e di aver costituito una sua personale milizia, non controllata dalle Guardie Rivoluzionarie.

In queste ore, quindi, il Generale dei Pasdaran Hossein Hamedani, ha pubblicamente reso noto che l’Iran è riuscito a ricreare la milizia Basij in Siria. Secondo quanto dichiarato da Hamedani all’agenzia Mashregh News, la nuova milizia si chiama “Figli della Jihad”. Questa milizia è organizzata esattamente secondo il modello dei Basij, ovvero una forza paramilitare composta da volontari molto ideologizzati – formati nelle Moschee sotto il controllo dell’Iran – e totalmente devoti all’ideologia khomeinista.

Vogliamo spiegare il profondo significato di questo passaggio. Con la nascita dei Basij siriani, il regime iraniano considera probabilmente conclusa la questione siriana. In altre parole, Teheran ritiene che ormai il potere di Bashar al Assad non sia piu’ realmente in pericolo, grazie soprattutto al nuovo clima di appeasement internazionale. Chiaramente, il dittatore siriano è ormai solo un fantoccio, svuotato di ogni potere. La Siria, invece, è un territorio a disposizione della Repubblica Islamica per i suoi fini militari ed economici. Ecco allora che Hezbollah prende il potere nel Golan Siriano (uccidendo ufficiali di Assad…) e i nuovi Basij siriani si occuperanno del business e della repressione delle opposizioni alla Velayat-e Faqih nelle aree sotto controllo del potere centrale di Damasco (il cosiddetto “jihad della ricostruzione”).

A proposito di business e Pasdaran, riportiamo la notizia – passata sotto silenzio – della delegazione Iraniana-siriana guidata dal Pasdaran Rostam Qassem –  ex Ministro del Petrolio di Ahmadinejad, e oggi uomo di connessione tra Teheran e Damasco – giunta a fine febbraio ad Erbil. Durante la visita, le parti hanno firmato un intesa per la fornitura del gas iraniano al Kurdistan iracheno, un nuovo passo di Teheran per garantirsi un controllo diretto sull’Iraq ed escludere i sunniti dal potere. Un nuovo passo che, chiaramente, non farà che isolare ancora di piu’ le tribu’ sunnite, regalandole praticamente nelle mani del Califfo al Baghdadi…

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Lo denuncia BBC e lo dicono i fatti: mentre l’Occidente parla con Rouhani e Zarif, la politica estera dell’Iran è sempre di piu’ nelle mani dei Pasdaran. Forse non si tratta di una novità, ma è certo che le Guardie Rivoluzionarie stanno militarizzando l’intera attività esterna del regime islamico. Quanto appena affermato, è dimostrato dai recenti accadimenti nell’area del  Golan siriano. Qui, il 18 gennaio scorso, sono stati uccisi sei terroristi di Hezbollah – tra cui Jihad Mughiniyah – e un alto Generale della Forza Qods iraniana, Mohammed Ali Allahdadi. A questo punto, però, la domanda è: ma cosa ci faceva un generale iraniano nel Golan siriano? Considerando che, dal 2011 ad oggi, l’Iran controlla praticamente il regime di Assad, sicuramente la presenza dei Pasdaran in Siria non stupisce. Tuttavia, bisogna considerare che l’area del Golan siriano, per le forze sciite, è divenuta recentemente molto pericosa, soprattutto perchè controllata in buona parte dalle forze ribelli. Allora: come mai l’Iran ha deciso di rischiare un alto ufficiale in una zona altamente a rischio? Secondo alcune fonti di intelligence, il Generale Allahdadi svolgeva un compito specifico.

Il Golan come nuovo fronte strategico

Non solo Teheran ha salvato il regime di Bashar al Assad con armi e finanziamenti, ma ha anche creato un nuovo corpo pretoriano, improntato sul modello delle milizie Basij. Ordinando ad Hezbollah ad entrare nel conflitto siriano, quindi, l’Iran ha determinato lo scoppio di un vero e proprio conflitto settario all’interno dell’Islam. Una guerra ormai senza confine tra il khomeinismo e il salafismo piu’ radicale (Isis, al Nusra). La recente uccisione del terrorista libanese Jihad Mughniyah e del generale iraniano Mohammed Ali Allahdadi, ha dimostrato come – a dispetto delle parole di dialogo e pace predicate da Rouhani e Zarif nel mondo – i centri di potere in Iran stanno attivamente lavorando per ampliare la profondità strategica della Repubblica Islamica. Secondo le informazioni provenienti dalla stampa araba, infatti, l’obiettivo dell’asse sciita nel Golan era quello di aprire un nuovo fronte di guerra nel sud della Siria. Come dimostrato dai ribelli in occasione della cattura dell’area di Tel al Harrah e come confermato dai mediala missione affidata al Generale Allahdadi  era quella di costruire una base missilistica nel Golan, con lo scopo di provocare un conflitto con Israele, senza tuttavia coinvolgere il Libano. A tal fine, secondo quanto scritto dal quotidiano arabo Al Hamdan, Hezbollah e i Pasdaran avevano da tempo costruito nella zona delle basi militari. Tra queste il quotidiano nomina: la base regionale di Tel Al-Sha’er (nell’area di Ayouba), la base della Divisione 90 (nell’area di al Koum) e la base di Tel al Ammar (area di Al-Nouriyya).

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L’Iran produce i missili direttamente in Siria 

Con lo scoppio della guerra settaria in Iraq, per l’Iran si è fatto sempre piu’ difficile rifornire di armamenti il regime siriano. Per questo, al fine di raggiungere i suoi obiettivi, il regime iraniano ha deciso di usare il territorio della Siria per costruire in loco i missili. Una conferma è stata data direttamente da un alto comandante iraniano lo scorso anno. Parlando all’agenzia Fars News, il Generale Amir Ali Hajizadeh, alto comandante Pasdaran, ha publicamente ammesso che Teheran ha costruito sul suolo siriano un’industria per la produzione dei missili. Ricordiamo che, sino a pochi mesi fa, la via preferita usata dal regime iraniano per inviare armamenti in Siria era quella aerea. In particolare, il Governo iracheno di al Maliki ha lasciato i suoi aeroporti a disposizione dei Pasdaran che, violando ogni normativa internazionale, hanno usato gli veicoli civili a questo scopo.

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Il fronte del Golan si unisce a quello palestinese. Hamas si inchina, Abu Mazen presto in Iran?

In questa nuova guerra, nonostante la recente “crisi diplomatica”, Hezbollah e l’Iran avrebbero ricevuto l’aiuto Hamas. Il movimento islamico palestinese, infatti, ha completamente dimenticato i profughi palestinesi in Siria, lasciati senza acqua dal regime di Bashar al Assad. In cambio dei soldi, quindi, i salafiti di Gaza hanno deciso di abbandonare la Jihad contro Assad, per mantenere il controllo nella Striscia. Una decisione derivata soprattutto dalla fine dell’esperienza Morsi in Egitto e dall’arrivo al potere di al Sisi, giurato nemico della Fratellanza Islamica.

Secondo i piani del Generale iraniano Ali Hajizadeh, l’mpianto di costruzione dei missili in Siria, sarebbe stato a disposizione dei proxy iraniani in Libano e nei Territori palestinesi. Non bisogna dimenticare che, negli ultimi mesi, la Guida Suprema Ali Khamenei ha pubblicamente affermato che Teheran intende armare non solo Gaza, ma anche tutta la Cisgiordania. In tal senso, è importante sapere che in questi giorni, Azzam al Ahmad, membro del Comitato Centrale di Fatah, ha rilsciato una intervista al quotidiano iraniano Ettelaat: dopo aver elogiato il regime dei Mullah, al Ahmad ha dichiarato che il Presidente Palestinese Abu Mazen è pronto a visitare l’Iran ed attende unicamente un invito ufficiale.

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Conclusione: fermare la “Jihad Sciita” per evitare l’esplosione di tutto il Medioriente 

La Siria è solo la punta, probabilmente piu’ importante, di una vera e propria Jihad sciita. Una Jihad basata sulla versione Khomeinista dello sciismo, attualmente in atto in buona parte del Medioriente e del Golfo. Nell’area del Golfo, proprio allo scopo di minacciare l’Arabia Saudita, la Repubblica Islamica ha forzato la minoranza Huthi a rompere il patto con il Governo centrale di Sanaa, provocando lo scoppio di una nuova guerra civile. Purtroppo, l’Occidente ha deciso di combattere la guerra ad Isis, alleandosi indirettamente con l’Iran. Accettando passivamente il fatto che gli iraniani fossero già presenti in Siria e Iraq, l’Occidente ha scelto la via piu’ facile per avviare quella guerra ad Isis via terra che, per via delle opinioni pubbliche interne, non è possibile combattere pubblicamente. Tuttavia, questa strategia rischia di rivelarsi una mera tattica e di provocare effetti disastrosi. Proprio l’azione iraniana in Siria e Iraq ha determinato la scelta di numerse tribu’ sunnite di accettare il potere del terrorista salafita al Baghdadi. La sola via per sconfiggere Isis, quindi, passa proprio dalla fine dell’influenza iraniana nella regione mediorientale e dal ritorno alla politica di quelle forze sunnite escluse per troppi errori di miopia. Serve, infine, non dimenticare il pericolo del programma missilistico iraniano, da tempo condannato dalle Nazioni Unite, a cui la Repubblica Islamica non intende rinunciare. Firmare un accordo nucleare con Teheran, dimenticando il pericolo dei vettori balistici, costituirebbe davvero un precendente pericoloso.

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