Archivio per la categoria ‘Iran armamenti clandestini’

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Il regime iraniano continua a violare le sanzioni internazionali, contrabbandando armamenti illegalmente. Questa volta, il regime iraniano ha provato a sfruttare l’instabilità dell’Ucraina, per esportare nella Repubblica Islamica dei componenti per missile, caricandoli su aerei commerciali segretamente (anche qui violando i regolamenti dell’aviazione, che proibiscono di usare vettori civili e commerciali a scopi militari).

Il 19 gennaio scorso, le Guardie di Frontiera ucraine (DPSU) hanno intercettato all’aeroporto di Kiev un cargo commerciale, con a bordo 17 casse prive di documento di accompagnamento. In tre di queste casse, erano contenuti dei componenti per missili guidati anti-tank del tipo Fagot (Janes.com).

Ricordiamo che, solamente lo scorso mese, l’ex Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon – pochi giorni prima di lasciare la carica per fine mandato – aveva presentanto al Consiglio di Sicurezza un report, in cui denunciava i continui tentativi iraniani di esportare armamenti illegalmente, soprattutto verso Hezbollah (GaiaItalia.com).

 

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Mentito su tutta la linea. Questa e’ la sola conclusione che si puo’ trarre dopo le rivelazioni dell’Associated Press. L’AP, infatti, ha reso noto che esistono una serie di documenti segreti nell’accordo nucleare tra il P5+1 e l’Iran. Questi documenti, classificati come acccordi tra l’AIEA e Teheran, garantiscono alla Repubblica Islamica la fine di ulteriori sanzioni e restrizioni relative al programma nucleare iraniano, ben prima dei 15 anni previsti dall’accordo firmato a Vienna il 14 luglio del 2015. Accordo confermato dalla Risoluzione ONU 2231 (ABC News).

In particolare, i documenti di cui e’ venuta in possesso l’AP attraverso fonti diplomatiche, rivelano che l’Iran installera’ modelli di centrifughe avanzate entro il gennaio 2027, ovvero solamente undici anni dopo la firma dell’accordo nucleare (e non quindici come previsto). Centrifughe che saranno cinque volte piu’ veloci di quelle attuali in possesso del regime dei Mullah, permettendo a Teheran di ottenere potenzialmente il quantitativo di uranio richiesto per la produzione di un ordigno nucleare entro breve termine (magari proprio entro la fine dei termini dell’accordo del 2015).

 Dopo le rivelazioni dell’AP, il Portavoce del Dipartimento di Stato americano Mark Toner e’ stato costretto ad ammettere l’esistenza di questi documenti segreti, pur provando a mascherare la verita’ affermando che si tratta di una informazione di cui il Presidente Obama – e tutto il gruppo del P5+1 – e’ gia’ al corrente.

Dobbiamo ricordare che il tema degli accordi segreti contenuti all’interno dell’accordo nucleare iraniano era gia’ stato denunciato dalla Commissione Armamenti del Senato americano. Come il video sottostante dimostra, il Senatore Tom Cotton aveva interrogato il Segretario di Stato John Kerry in merito all’esistenza di ben due accordi segreti tra l’AIEA e l’Iran. Accordi che, per stessa ammissione di Kerry (e il Segretario all’Energia Moniz), egli non aveva letto direttamente.

Purtroppo l’Iran Deal e’ pieno zeppo di bugie. Basti solamente ricordare che, anche in merito ai personaggi che godono della sospensione delle sanzioni internazionali proprio grazie alla Risoluzione ONU, l’Amministrazione USA ha provato a mascherare – comicamente – la verita’. Nel video sottostante, ad esempio, proprio Kerry sostiene che il Qassem Soleimani menzionato nella Risoluzione ONU 2231, non era il Capo della Forza Qods iraniana. Oggi sappiamo bene che si tratta proprio del Generale Soleimani, un uomo che gira liberamente tra Mosca, Damasco e Baghdad, pur teoriacamente necessitando dell’autorizzazione degli Stati contranti la Risoluzione ONU 2231, per poter lasciare l’Iran. Ricordiamo anche che, pochi mesi fa, il Dipartimento di Stato americano ha ribadito che l’Iran resta il primo Stato “sponsor del terrorismo internazionale”.

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Dalla firma dell’accordo nucleare, il regime iraniano ha aumentato i suoi sforzi per acquisire material utile al fine di costruire la bomba nucleare (The Algemeiner). La denuncia arriva direttamente da Berlino, ed e’ contenuta nell’annuale rapporto del BfV, il servizio segreto tedesco. Non solo: il BfV rileva anche l’aumento dei tentative iraniani di acquisire tecnologia utile al fine di sviluppare il suo programma missilistico, anch’esso contrario alla risoluzione ONU 2231 (quella che ha legittimato l’accordo nucleare e ha permesso la fine delle sanzioni sul nucleare).

Davanti alle rivelazione del suo servizio segreto, la Cancelliera Angela Merkel ha espressamente dichiarato al parlamento Tedesco (il Bundestag) che, quanto reso noto dal BfV, rappresenta una chiara violazione dell’accordo nucleare e della Risoluzione 2231 (Bild).

Insieme alla rivelazione del servizio segreto tedesco, va anche riportata quella fatta dal think tank americano Institute for Science and International Security – ISIS, voce di primo livello per quanto concerne le questioni tecniche relative al nucleare. Secondo quanto rivela un report l’ISIS, l’Iran ha tentato di comprare da un Paese terzo tonnellate di fibbra di carbonio, materiale usato nelle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, al fine di aumentarne le prestazioni. Il report non cita quale sia il Paese terzo che era disposto a rifornire l’Iran di questo materiale dual-use.

Ad ogni modo, e’ ovvio anche in questo caso l’Iran non ha rispettato i suoi obblighi verso l’accordo nucleare del 14 luglio 2015, considerando che per mezzo della fibbra di carbonio, Teheran potrebbe produrre molto piu’ uranio arricchito rispetto a quello prestabilito a Vienna. Ricordiamo che, secondo quanto dichiarato dall’AIEA, l’Iran gia’ possiede il quantitativo di fibbra di carbonio necessaria, per costruire rotori di sostituzione per le sue centrifughe avanzate  (ISIS).

Queste informazioni rappresentano l’ennesima prova della volonta’ di Teheran di sfruttare il tempo concesso dall’accordo nucleare, non al fine di rappresentare un attore di pace nella regione, ma solamente allo scopo di agire liberamente (e senza pressioni) per completare la strada verso l’ordigno nucleare. Lo stesso principio che nel 2003, come ammesso dall’allora negoziatore nucleare (oggi Presidente) Rouhani, porto’ l’Iran ha firmare l’accordo di Teheran con gli EU-3 (Francia, Germania e Gran Bretagna).

 

Gentiloni arriva alla Farnesina accolto dalla Mogherini

Siamo ormai quasi giunti al traguardo di un anno dalla firma dell’accordo nucleare con l’Iran, noto anche come Iran Deal. Quando quell’accordo fu firmato, i principali leader internazionali ci dissero che sarebbe stato un “turning point” non solo delle relazioni tra Occidente e Iran, ma soprattutto per la pacificazione della regione Mediorientale. 

All’epoca, scrivemmo chiaramente che questo rappresentava una illusione e che le modalità in cui si stava formulando quell’accordo e soprattutto il contenuto completamente sbilanciato a favore di Teheran, avrebbero determinato l’aumento dello scontro regionale, piuttosto che una diminuzione delle tensioni (si legga: Geopolitica dell’Iran Deal).

A distanza di quasi un anno, quindi, abbiamo deciso di ritornare sull’argomento, partendo dalle dichiarazioni fatte da Federica Mogherini e Paolo Gentiloni, all’epoca della firma dell’accordo di Vienna, il 14 luglio del 2015. Confuteremo le loro stesse parole, allo scopo di dimostrare quante imprecisioni sono state affermate da coloro che avrebbero avuto la responsabilità di analizzare meglio gli effetti di ciò che andavano a ratificare.

Le dichiarazioni

Partiamo da Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza della UE. Il 28 luglio del 2015, la Mogherini affermo’ testualmente:

L’accordo con l’Iran può davvero aprire un capitolo nuovo – per l’Iran, per il Medio Oriente e per il mondo intero…E poi la questione più difficile e forse più importante: possiamo gettare le basi per una dinamica nuova nella politica mediorientale, basata non più sullo scontro ma sul confronto

Continuiamo con quanto affermato all’epoca da Paolo Gentiloni, Ministro degli Esteri italiano, richiamandoci a quanto pubblicato dal sito della Farnesina:

Sono convinto che da questo accordo potranno derivare effetti positivi a livello globale e nella regione, sia per l’evoluzione dei diversi teatri di crisi sia per fare fronte alla minaccia comune rappresentata dall’estremismo violento e dal terrorismo.

Cosa e’ successo in verità

Al contrario di quanto hanno previsto Mogherini e Gentiloni, dopo l’accordo nucleare con l’Iran le tensioni internazionali e regionali sono aumentate. L’Iran, nonostante i divieti previsti dalla Risoluzione ONU 2231, ha compiuto diversi test con missili balistici intrinsecamente capaci di trasportare una ogiva nucleare (CNN). Non solo: il 30 dicembre 2015, un razzo e’ stato provocatoriamente lanciato dalla marina iraniana, vicino ad una nave americana nel Golfo Persico (NBC News). A proposito di Stati Uniti: come dimenticare il lancio di un attacco cyber partito da Teheran verso gli USA e l’arresto (e l’umiliazione) dei marines americani, entrati per una avaria alla loro imbarcazione nelle acque territoriali iraniane?

Passiamo quindi al contesto regionale: invece di abbassare le tensioni, l’accordo nucleare con l’Iran ha generato un vero e proprio caos. I rapporti tra l’Iran e l’Arabia Saudita, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche, sono praticamente sull’orlo di un conflitto. La battaglia tra Riyad e Teheran si combatte oggi sui terreni della Siria e dell’Iraq, con i Pasdaran iraniani impegnati a finanziare centinaia di milizie paramilitari sciite, allo scopo di esacerbare il conflitto settario all’interno dell’Islam. In Iraq, in particolare, le milizie sciite pagate dall’Iran, stanno portando avanti una vera e propria pulizia etnica dei sunniti dalle aree di interesse della Repubblica Islamica.

Frutto diretto di questa politica aggressiva dell’Iran, e’ stata la storica decisione del Consiglio di Cooperazione del Golfo e della Lega Araba, di inserire il gruppo libanese di Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroriste.

Proprio a proposito di Golfo, dopo l’accordo nucleare l’Iran ha continuato ad agire allo scopo di aumentare la tensione con le vicine monarchie sunnite. Pensiamo alle continue minacce contro il Bahrain, ma anche al sostegno dei Pasdaran nei confronti delle milizie Houthi in Yemen, autori di un vero e proprio colpo di Stato a Sana’a.

Ovviamente, neanche a dirlo, l’Iran ha aumentato (e non diminuito) il sostegno ai suoi classici clienti, riallacciando le relazioni con Hamas a Gaza, imponendo un capo militare alla Jihad Islamica palestinese, aumentando il sostegno al macellaio Assad in Siria, continuando a spedire centinaia di profughi afghani a combattere la jihad a Damasco e Baghdad e incrementando il supporto politico e militare ai Talebani in Afganistan (Foreign Policy Initiative).

Tutto questo in un solo anno e con i soldi ottenuti dalla fine di parte delle sanzioni internazionali, permesso da un Occidente cieco e economicamente interessato…

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Il 12 – 13 aprile il Primo Ministro Matteo Renzi sara’ in Iran, dove si spera l’Italia riuscirà a mantenere un rapporto più decoroso rispetto a quello avuto durante la visita di Rouhani a Roma (leggi “statue coperte). Soprattutto, si spera che il Premier avrà finalmente il coraggio di dire agli iraniani le cose che non vanno, ovvero di denunciare l’abuso dei diritti umani (senza limiti), l’elevatissimo numero di condanne a morte e le violazioni della Risoluzione ONU 2231 (leggi test missilistico).

Ovviamente, Matteo Renzi non arriverà solo in Iran, ma con una folta delegazione di imprenditori, pronti a gettarsi a capofitto nel mercato iraniano. A questi imprenditori vorremmo ricordare l’eticità che il business dovrebbe avere, ma sappiamo che servirebbe a poco. Ricordiamo loro allora solamente che in Iran e’ in corso una feroce lotta per il potere e per questo sarebbe il caso che i soldi restino in saccoccia, almeno sino a quando si capirà chi pagherà il prezzo della di questa battaglia senza esclusione di colpi (cari imprenditori leggete qua, vi conviene: No Pasdaran).

Purtroppo, sembra che anche questo consiglio pragmatico non verrà molto ascoltato. Da Teheran, infatti, arrivano già notizie di un prossimo accordo tra FIAT e la Iran Khodro, per l’acquisto della casa automobilista italo-americana di una parte della compagnia iraniana. A questo proposito, vorremmo ricordare qualcosina a Sergio Marchionne che, riteniamo, possa davvero essere interessante (Kayhan).

La Iran Khodro e’ una sussidiaria della IDRO – Industrial Development and Renovation Organization of Iran – un colosso statale che controlla decine di altre compagnie, in tutti i settori economici della Repubblica Islamica. La IDRO e’ parte diretta del business dei Pasdaran e, fino all’accordo nucleare del 2015, era inserita nella lista delle organizzazioni soggette a sanzioni internazionali, per il suo ruolo clandestino nel programma militare nucleare e missilistico dell’Iran (Iran Watch). Tra le altre cose, a riprova del contatto diretto tra la IDRO e le Guardie Rivoluzionarie, riportiamo il fatto che il Pasdaran Rostan Ghasemi siete proprio nel board della IDRO (GaiaItalia.com). Ghasemi, ex Ministro del Petrolio, e’ tra le altre cose un uomo chiave nei rapporti finanziari tra Iran e Bashar al Assad…

Fare affari in Iran nel settore automotive, non e’ “pacifico”. Il settore dell’automotive, infatti, contribuisce direttamente alle attività militari e di abuso dei diritti umani del regime. Basti pensare, per parlare proprio di FIAT, all’uso dei mezzi IVECO che l’Iran mette in atto: invece di usarli per ragioni commerciali, vengono usati come rampe di lancio mobili per i missili balistici di Teheran. Foto in alto). Proprio per questo, nel recente passato, la FIAT e’ stata costretta a sospendere il business con l’Iran (UANI).

Ora Marchionne dovrebbe tener presente che, nonostante l’accordo nucleare, l’Iran ha già violato la risoluzione 2231 dell’ONU. L’Allegato B di quella risoluzione, infatti, vieta a Teheran di fare test missilistici con vettori capaci di trasportare un ordigno nucleare (e quelli iraniani sono riconosciuti come tali). A dispetto dei silenzi di alcuni leader Occidentali e le protezioni diplomatiche che garantisce la Russia a Teheran, ricordiamo a Marchionne che:

  • Esiste già una lettera degli Ambasciatori ONU di Usa, Gran Bretagna, Germania e Francia, in cui viene denunciato che i test missilistici di Teheran sono una violazione della risoluzione ONU (Reuters);
  • Il Congresso americano ha aperto una inchiesta sulla Casa Bianca, per sapere se sta dicendo la verità sull’accordo nucleare con l’Iran o se sta mutando i patti prestabiliti senza permesso (No Pasdaran).

Alla FIAT e a Marchionne, quindi, consigliamo di ripensare l’accordo con la Iran Khodro. Come detto, sia per ragioni etiche, ma soprattutto per il rischio di investimento. Anche perché, il prossimo inquilino della Casa Bianca non e’ ancora noto.

Per approfondire si legga: “L’Italia pronta ad investire nel settore automobilistico, ma il profitto finirà ai Pasdaran

Notare dove sono montati i missili

Il business con l’Iran non e’ un gioco

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Ok, lo sappiamo ovviamente. Alla domanda del titolo ci sono diverse risposte positive: la prima riguarda la natura stessa di Isis, movimento che trova la sua base proprio sull’ideologia fondante dell’Arabia Saudita, ma che rappresenta una minaccia stessa all’esistenza di Riyadh. Non dissimile dal ragionamento che venne applicato sul rapporto tra al-Qaeda e Arabia Saudita. Con la ‘piccola’ differenza che, questa volta, il ‘figlio e competitor’ dei sauiditi ha anche una base territoriale. Ancora, un’altra risposta positiva potrebbe essere questa: i sauditi vorrebbero eliminare Isis per la sua brutalità, ma su questo entriamo in un campo di discussione pericoloso, sul quale e’ meglio non addentrarsi. Basti dire che, come noto, diverse follie ideologiche che Isis compie, trovano esatti corrispettivi alti Paesi, Arabia Saudita e Iran in testa.

La domanda provocatoria “ma perché l’Arabia Saudita dovrebbe voler eliminare Isis?”, e’ pero’ riferita in questo caso ad un ragionamento (geo)politico. Non solo: nominando l’Arabia Saudita, si intende molto generalmente anche parlare dell’intero spettro dei Paesi sunniti del Medioriente. Paesi tra loro estremamente diversi, ma con un punto che elimina ogni diversità ideologica, politica e religiosa: l’avversione verso la Repubblica Islamica dell’Iran.

Ora: Isis non e’ un prodotto impazzito della storia contemporanea. Che i suoi milizia siano dei pazzi, criminali e drogati, questo e’ ovvio. Ma la nascita di Isis, il suo sviluppo e la sua capacita’ di giungere sino a dove e’ arrivato, non sono ne casuali e ne alieni alla storia. Come abbiamo sempre evidenziato – sempre – dopo la morte di al Zarqawi (2006) e dei suoi due successori – Abu Ayyub al-Masri e Abu Omar al Baghdadi (2010) – quello che oggi e’ lo Stato Islamico era un movimento in piena ritirata. Cosa ha permesso all’allora AQI (al Qaeda in Iraq) di sopravvivere, trasformarsi e divenire quello che conosciamo oggi, ovvero Isis? Semplice: il vuoto di potere e la politica anti-sunnita impressa dai puppet dell’Iran in Medioriente!

Il vuoto di potere e il caos derivato dall’inizio della guerra in Siria, ha permesso al nuovo leader di AQI, Abu Bakr al Baghdadi, di infiltrarsi nel territorio siriano, trovare alleanze locali, combattere prima sotto la bandiera di Jabat al Nusra, per poi sganciarsi e rientrare in Iraq. Qui, come noto, la storia racconta che Isis e’ riuscito a prendere Musul e dichiarare la nascita del Califfato il 29 giugno del 2014. 

Purtroppo per D’Alema & Co., pero’, se Isis e’ riuscito a fare tutto questo, e’ perché in Siria ha trovato il terreno fertile di un regime ormai fallito, salvato unicamente dalle repressioni violente delle proteste pacifiche della popolazione. Repressioni permesse dall’ingresso dell’Iran e di Hezbollah nel conflitto, a protezione del regime del puppet Bashar al Assad.

In Iraq invece, dall’arrivo di al-Maliki al potere e particolarmente dal ritiro americano nel 2011, il Governo di Baghdad ha completamente abbandonato i Sunniti. Tribu’ che in quel periodo si erano impegnate direttamente a sconfiggere al-Qaeda, per mezzo dei Comitati del Risveglio. Non solo al-Maliki ha cancellato questo Comitati, ma ha anche represso le manifestazioni di protesta della popolazione sunnita irachena (esemplare il massacro di Hawaija nell’aprile del 2013). Ecco allora, da qui la seguente domanda: a chi obbediva al-Maliki? Ancora una volta la risposta e’ sempre la solita: al regime iraniano e ai Pasdaran, a cui l’ex Premier iracheno ha praticamente appaltato meta’ del Paese.

Mentre tutto questo accadeva cosa faceva l’Occidente? Altra risposta semplice: decideva di abbandonare i suoi alleati storici nella regione (in primis Mubarak), per legarsi a doppie mani non con leader veramente democratici, ma con un regime spietato come quello iraniano, considerato un nemico da quasi tutti i Paesi della regione. Questo appeasement non e’ andato avanti solo a parole, ma anche con fatti.

L’Occidente ha riconosciuto il programma nucleare iraniano. Un programma nato clandestinamente, a dispetto del fatto che l’Iran e’ stato da sempre parte del Trattato di Non Proliferazione Nucleare. L’Occidente ha chiuso gli occhi davanti agli abusi dei diritti umani da parte dell’Iran – primo fra tutti le 2000 condanne a morte eseguite sotto Rouhani – e davanti alle ripetute violazioni dell’accordo nucleare, compiute da Teheran negli ultimi mesi.

Dulcis in fundo: gli stessi Stati Uniti hanno deciso di chiudere gli occhi davanti all’umiliazione dei 10 Marines USA, fermati dai Pasdaran qualche giorno fa. Nonostante i Marines siano stati mostrati in pubblico come trofei da guerra e costretti a rilasciare assurde interviste sulla “bonta’ degli iraniani”, l’Occidente tutto e’ rimasto in pieno silenzio, dando ai sauditi – e a tutti i sunniti – l’ennesima conferma che l’accordo con gli iraniani rappresenta uno stravolgimento della geopolitica tradizionale del Mediorente.

Ergo, sicuramente provocatoriamente, la domanda e’: ma perché i sauditi dovrebbero voler eliminare Isis?

 

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L’Iran combatte Isis? Hamas e l’Iran sono ai ferri corti? Isis e Hamas sono nemici? Tutte teorie che, come sempre accade, sono smentite dai fatti. Gia’, perché al di la delle diversità politiche e religiose, non c’e’ contrapposizione che tenga all’interno del mondo terrorista, quando si tratta di attaccare un nemico comune.

Ecco allora che – mentre l’Occidente si riempie la bocca di illusioni sull’Iran – Teheran non si fa alcune problema a cooperare con Hamas e Isis per contrabbandare armamenti nella Penisola egiziana del Sinai. Secondo informazioni di intelligence, Hamas da mesi coopera con l’ala di Daesh nel Sinai, anche nota come Ansar Bait al-Maqdis. L’uomo che farebbe da intermediario in questa cooperazione e’ il capo dell’ala militare di Isis nel Sinai, tale Shadi al-Menai (Washington Institute).

Menai – inserito dall’Egitto nella top list dei “most wanted” – ha visitato numerose volte la Striscia di Gaza segretamente, incontrando diversi esponenti dell’ala militare di Hamas, le Brigate Izz al-Din al-Qassam. Grazie a queste discussioni avrebbero permesso l’avvio di una cooperazione tra Isis e Hamas, per il contrabbando delle armi provenienti dall’Iran e dalla Libia. Come sempre, a sostegno di questo accordo ci sono le tribù Beduine della Penisola del Sinai, capaci di far entrare le armi nella Striscia di Gaza per mezzo di tunnel. In questi mesi, diversi tunnel scavati tra Gaza e il Sinai sono stati attaccati dall’esercito egiziano. Ancora, sempre secondo l’intelligence, l’uomo di Hamas responsabile di mantenere le relazioni con i Beduini del Sinai, sarebbe Ayman Nofal, già arrestato dal Cairo nel 2008 e riuscito a scappare dalle prigioni egiziane solamente grazie al caos generatosi in seguito alla Primavera Araba del 2011. Vogliamo ricordare che fu proprio Ayman Nofal uno dei capi di Hamas incaricati dall’Iran di destabilizzare la Penisola del Sinai, in seguito al colpo di Stato che porto’ al potere il Generale al Sisi (No Pasdaran).

Queste informazioni rappresentano l’ennesima conferma della pericolosità del gruppo terrorista palestinese di Hamas. Una organizzazione che, proprio grazie al sostegno iraniano, contribuisce direttamente all’instabilità dell’Egitto e della Libia, Paesi chiave nell’ottica della sicurezza del Mediterraneo e dell’Italia stessa.


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