Archivio per la categoria ‘Iran Arabia Saudita’

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E’ stato scritto, che la dura posizione espressa in questi giorni da Khamenei contro l’Arabia Saudita, fosse anche una azione contro il Presidente Rouhani. Alcuni giornalisti, infatti, avevano riportato alcune notizie relative ad una diplomazia silenziosa, per mezzo del quale il Presidente Rouhani stesse tentando di riavviare un canale di dialogo con Riyad.

Se le notizie erano reali, le recenti dichiarazioni fatte dallo stesso Rouhani, segnano la nuova vittoria di Khamenei e la fine di ogni prospettiva di riappacificazione con i sauditi. Dopo le durissime parole di Khamenei espresso il 5 settembre scorso – in cui la Guida Suprema chiedeva di togliere ai sauditi la responsabilità della gestione dell’Hajj, del sacro pellegrinaggio annuale al La Mecca – è arrivata anche la reazione del Presidente Hassan Rouhani.

Invece di stemperare la tensione, Rouhani ha lanciato impressionanti anatemi contro l’Arabia Saudita. Parlando ieri in una riunione di Gabinetto, Rouhani ha praticamente dichiarato “takfiri” (infedeli) i sauditi e ha indirettamente invitato ad avviare un jihad contro Riyadh. Secondo Rouhani, infatti, il Governo saudita, con i suoi comportamenti, “si è allontanato dalla via di Dio” (vera e propria scomunica nell’Islam). Non solo: il Presidente iraniano ha aggiunto che, al di là dei problem relativi all’Hajj, i sauditi sono responsabili di crimini contro i mussulmani in Iraq, Siria e Yemen. Per questo, ha concluso Rouhani, “i Paesi della regione devono prendere misure coordinate per affrontare i problemi esistenti e disciplinare i sauditi”. In pratica, una indiretta richiesta ai proxy del regime iraniano – leggi Hezbollah – di agire duramente per punire gli indisciplinati sauditi (President.ir).

Nel frattemo, la TV iraniana manda in onda video come quello che potete vedere qua sotto, minacciando di colpire l’Arabia Saudita con centinaia di missili balistici.

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In pochi giorni il Presidente turco Erdogan sembra aver dato una svolta radicale alla politica estera della Turchia. Dopo il fallimento dell’ipotesi “zero nemici” e dell’abbattimento del regime di Bashar al Assad in Siria, il leader dell’AKP sembra aver deciso di voltare pagina.

A Roma e’ stata finalizzata la pace tra Israele e Turchia. In cambio di alcune riparazione economico-umanitarie per il caso della Mavi Marmara, i due Paesi hanno deciso di ristabilire le relazioni diplomatiche, economiche, militari e di sicurezza. Non solo, hanno anche deciso di approfondire le relazioni energetiche, un aspetto importante considerando i giacimento offshore scoperti al largo delle coste israeliane e il ruolo della Turchia come territorio di passaggio di importanti pipeline verso l’Europa (Hurriyet Daily News).

L’accordo tra Israele e Turchia cela la debolezza di Hamas, ormai un attore in cerca di sopravvivenza per mantenere il suo ‘statarello de facto’ a Gaza, ma anche il sostegno (o perlomeno il non ostacolo) anche dell’Arabia Saudita, un Paese che attualmente ha avviato una nuova collaborazione con il Presidente Erdogan. Il Re saudita Salman, ha infatti iniziato una politica di dialogo anche con la Fratellanza Mussulmana, di cui Erdogan e’ oggi il principale esponente.

Al fianco della riconciliazione con Israele, la Turchia avrebbe anche offerto a Mosca le sue scuse ufficiali per l’abbattimento del Su-24 avvenuto lo scorso anno. Nella lettera di scuse ufficiali, Erdogan ribadisce a Putin la centralità dei rapporti strategici tra la Russia e la Turchia (Russia Today). Si tratta di rapporti estremamente importanti sia in tema di interscambio commerciale e che di import energetico (per Ankara).

Nello stesso momento in cui Erdogan da prova di realismo, dall’Iran trapela la notizia del viaggio di Ali Shamkhani, segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale, a Mosca. Shamkhani e’ l’uomo chiave delle relazioni tra l’Iran e la Siria ed e’ stato da poco nominato anche come mediatore delle relazioni tra Teheran-Damasco e Mosca. Secondo le notizie ricevute, in Russia Shamkhani ha incontrato il suo omologo Nikolai Patrushev e l’inviato speciale di Putin per la Siria, Alexander Lavrentiev (EA WordView).

In merito al contenuto dei colloqui non ci sono informazioni ufficiali. E’ noto pero’ che i russi non sono contenti del comportamento dei comandanti iraniani nella campagna per la riconquista di Aleppo (mentre gli iraniani accusano l’aviazione russa di scarso supporto). Allo stesso modo, e’ noto che Mosca non considera Bashar al Assad un partner non sacrificabile.

Chiaramente, pero’, sul tavolo della discussione c’e’ stata anche la svolta compiuta da Erdogan, un partner che la Russia ritiene importante. Nonostante l’alleanza tattica tra Mosca e Teheran in Siria, Putin non vede la geopolitica della regione Mediorientale come Khamenei. Putin non intende portare lo scontro con il fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita fino allo stremo. Al contrario, il Presidente russo ritiene la monarchia saudita un partner necessario, anche per combattere il jihadismo wahhabita presente nel Caucaso.

Con la riconciliazione tra Israele e Turchia – tesa a bloccare l’espansionismo imperialista iraniano nel Mediterraneo, in primis in Siria e Libano – e con la normalizzazione dei rapporti russo-turchi, l’Iran comincia a sentire il peso della strategia a tenaglia che il fronte sunnita gli sta costruendo introno. Una strategia che intende isolare Teheran e premere sugli Stati Uniti per far fallire la normalizzazione dei rapporti tra Occidente e Repubblica Islamica.

 

 

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Prima sulla Repubblica, poi sul Corriere della Sera, l’ex Ministro degli Esteri e Primo Ministro Italiano Massimo D’Alema, aveva rilasciato delle dichiarazioni promuovendo a spada tratta l’alleanza con il regime iraniano e i suoi proxy (primo fra tutti Hezbollah). Una alleanza preferenziale da portare avanti a scapito dell’Arabia Saudita – considerata praticamente il primo nemico dell’Occidente – e di Israele, considerato un “problema” (Corriere).

All’intervista del “leader Massimo” reagi’ in primis l’Ambasciatore di Israele a Roma, Naor Gilon, che – in una lettera al Corriere della Sera – parlo’ di una vera e propria “ossessione unilaterale” di D’Alema verso Israele (Corriere della Sera).

 Renzi “agente del Mossad da sconfiggere”

La polemica a colpi di penna, venne chiusa dallo stesso rappresentante italiano, in una risposta che lasciava trapelare come D’Alema avesse preso male la critica del rappresentante israeliano in Italia. Talmente male che, secondo quanto dichiarato dalla giornalista Maria Teresa Meli – e incredibilmente mai smentito – durante una cena Massimo D’Alema avrebbe dichiarato che il Primo Ministro italiano Matteo Renzi e’ un “uomo del Mossad” (il servizio segreto esterno di Israele) e che, per questo motivo, “bisogna sconfiggerlo” (Affari Italiani).

Dal Mossad al MOIS…

Alle dichiarazioni silenziose senza smentita, quindi, Baffino ha voluto aggiungere una ciliegina sulla torta: come per magia, senza neanche una riga sui media italiani, e’ volato a Teheran per incontrare Ali Akbar Velayati, potente Segretario del Centro di Ricerca Strategica del Consiglio del Discernimento. Questo “think tank”, non si limita ad attività di ricerca sulla politica estera, ma partecipa attivamente alla definizione delle azioni di sostegno al terrorismo internazionale del regime iraniano.

A tal proposito, proprio legato ai temi di Israele e del mondo ebraico, vogliamo ricordare che contro Ali Akbar Velayati, l’Interpol emise un mandato di cattura, per il suo coinvolgimento nell’attentato al centro ebraico AMIA di Buenos Aires nel 1994 (85 vittime innocenti). Anche il Governo federale della Germania, emise un mandato di cattura contro Velayati nel 1996, per il suo ruolo nel “massacro di Mykonos” del 1992 (FAS).

Mentre D’Alema elogia l’Iran le milizie sciite…

In Iran Massimo D’Alema questa volta ci e’ andato come Presidente del FEBS –  Foundation for European Progressive Studies – potente think tank legato ai socialisti europei (D’Alema conserva questa carica dal 2010). Ovviamente, durante la visita l’ex Ministro degli Esteri che amava andare a braccetto con Hezbollah, ha elogiato il regime iraniano e sostenuto la necessita’ di un rapporto stretto con Teheran per favorire la stabilita’ e la sicurezza regionale (Abna).

Tutto questo avviene mentre il Governo USA e’ costretto ad ammettere che le milizie sciite – al servizio del Governo iracheno e sostenute attivamente dall’Iran – stanno commettendo in Iraq una vera e propria pulizia etnica contro i sunniti e i cristiani (Vox.com). Primi responsabili di questi massacri etnici sono gli jihadisti della Brigata Badr, comandata da Hadi al Ameri, praticamente un uomo di Qassem Soleimani e Ali Khamenei (esiste anche un video di un bel bacio tra i due…).

Ancora: mentre Massimino elogia Teheran, gli iraniani stanno attivamente lavorando per costruire una milizia simile ad Hezbollah in Siria. Ormai da tempo gli sciiti siriani si definiscono  “Hezbollah fi Suriya” (Hezbollah in Siria). Questo avviene mentre, anche qui, gli iraniani e i loro proxy stanno favorendo una vera e propria pulizia etnica, soprattutto intorno alle aree di Damasco (The Tower). Peggio, l’elogio del rappresentante italiano verso l’Iran avviene mentre le milizie sciite continuano ad assediare il villaggio siriano da Madaya, dove donne e bambini sono praticamente costretti a mangiare l’erba per poter sopravvivere (EA World View, No Pasdaran).

Dulcis in fundo, il viaggio di Massimino coincide con la continuazione del contrabbando illegale di armamenti dall’Iran verso lo Yemen, in aiuto alle milizie Houthi, ormai diventate una sorta di Hezbollah locale. A fine febbraio, una fregata australiana ha bloccato una nave carica di armi dirette alla minoranza sciita yemenita. Una piccola barca da pesca, partita dall’Iran e con a bordo l’intero equipaggiamento di nazionalità iraniana (FDD).

Concludendo, possiamo certamente dire che il concetto di “stabilita’ e sicurezza” che promuove il Caro Leader Massimo, risulta rivelarsi alquanto destabilizzante, pericoloso e insicuro…

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Nei quotidiani Occidentali – in particolare in quelli italiani – della storia del processo ad una rete di spie ingaggiate dall’Iran in Arabia Saudita, non sta trovando praticamente alcuno spazio. Eppure, una attenzione a questo caso sarebbe necessaria, soprattutto alla luce della capacita’ di rivelare il modus operandi dell’intelligence iraniana (Okaz).

In primis alcune informazioni: la cellula era composta da 32 persone, 30 sauditi, un afghano che lavorava come cuoco in un ristorante e un iraniano che parla fluentemente arabo. Secondo quanto gli stessi imputati hanno confessato, obiettivi della cellula era:

  • raccogliere informazioni sensibili relative al settore militare e di sicurezza dell’Arabia Saudita;
  • favorire azioni di disturbo della pubblica sicurezza, al fine di contribuire alla destabilizzazione dell’area del Golfo;
  • mettere in atto azioni di sabotaggio contro infrastrutture vitali all’economia del Regno saudita. 

Basandoci sulle prime informazioni che arrivano dal processo in corso, le spie reclutate hanno viaggiato in Libano e in Iran, ove hanno ricevuto un addestramento direttamente dai Pasdaran e dagli uomini di Hezbollah. A quanto sembra, durante la permanenza in Iran, alcune delle spie saudite avrebbero anche incontrato la Guida Suprema Ali Khamenei (Saudi Gazette). Una volta tornati in Arabia Saudita, le spie hanno mantenuto un rapporto costante con l’intelligence iraniana (Okaz).

Tra i reclutati da Teheran – punto assai interessante – c’erano anche un professore della King Saud University di Riyad, uno studente della Imam Muhammad Bin Saud Islamic University (sempre della capitale) e un accademico in contatto con il Ministero dell’Educazione saudita (Saudi Gazette). Altrettanto interessante, quindi, e’ il fatto che alcune spie lavoravano invece nel settore finanziario, particolarmente nell’area di Medina (Okaz).

Probabilmente, pero’, la notizia piu’ importante relativa alla composizione di questa cellula filo-iraniana, e’ il fatto che tra gli arrestati c’e’ anche un fisico nucleare. Segno evidente anche del fatto che l’Arabia Saudita sta lavorando attivamente ad un suo programma nucleare, che rappresenta una reazione a quello della Repubblica Islamica dell’Iran. Il fisico nucleare ha lavorato per sei anni in Cina (Saudi Gazette).

Infine, rileviamo che la cellula e’ stata attiva tra nel periodo tra il marzo e il maggio del 2014 e avrebbe avuto un ruolo nelle proteste anti-governative nell’area di al Qatif – a maggioranza sciita – vitale per l’infrastruttura petrolifera e industriale dell’Arabia Saudita.

 

 

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La migliore risposta a chi sostiene che le minacce che provengono dall’Iran sono solo propaganda, e’ questa notizia che arriva direttamente dalle Filippine.

Secondo quanto denunciano le autorità aeroportuali di Manila, infatti, i Pasdaran iraniani stanno pianificando una azione contro la Saudi Airlines, compagnia aerea dell’Arabia Saudita. Il piano – già in uno stadio avanzato – prevede di dirottare o far saltare in aria un volo saudita in partenza del sud est asiatico. Ovviamente, l’azione e’ parte della “divina vendetta” promessa da Khamenei in persona in seguito all’esecuzione dello Sceicco sciita Nimr al-Nimr a Riyadh (The Telegraph).

Alcuni dettagli del progetto terrorista iraniano sono stati rivelati dal quotidiano filippino “The Manila Times” (Manila Times). L’attentato verrebbe realizzato da un gruppo di dieci persone, guidati e finanziati dai Pasdaran, sei delle quali di nazionalità yemenita (legati alla minoranza Houthi, ormai praticamente asservita al volere di Teheran). Il progetto, fortunatamente, e’ finito nelle mani dell’intelligence e l’Ambasciata saudita a Manila ha immediatamente avvisato le autorità locali (speriamo serva ad arrestare la cellula terrorista il prima possibile).

I nome dei dieci terroristi non sono ancora stati resi noti. Si sa che hanno già lasciato l’Iran per compiere la loro azione, passando attraverso la Turchia. Non e’ possibile sapere se il loro obiettivo e’ quello di compiere l’attentato nelle Filippine, o in paesi come la Malesia e l’Indonesia. Nel frattempo l’Ambasciata saudita a Manila ha chiesto alle autorità filippine di installare nuovi sistemi di sicurezza all’aeroporto, allo scopo di prevenire urgentemente il rischio di un attacco.

Ancora una volta viene dimostrato come la natura terrorista del regime iraniano, non importa quale sia il nome o la corrente politica del suo Presidente, resta immutata e drammaticamente pericolosa.

Ricordiamo che, attraverso Hezbollah e la Jihad Islamica, l’Iran ha già compiuto in passato azioni terroriste contro aerei civili, come nel caso del volo TWA 847 (17 giorni di terrore e un morto).

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Ok, lo sappiamo ovviamente. Alla domanda del titolo ci sono diverse risposte positive: la prima riguarda la natura stessa di Isis, movimento che trova la sua base proprio sull’ideologia fondante dell’Arabia Saudita, ma che rappresenta una minaccia stessa all’esistenza di Riyadh. Non dissimile dal ragionamento che venne applicato sul rapporto tra al-Qaeda e Arabia Saudita. Con la ‘piccola’ differenza che, questa volta, il ‘figlio e competitor’ dei sauiditi ha anche una base territoriale. Ancora, un’altra risposta positiva potrebbe essere questa: i sauditi vorrebbero eliminare Isis per la sua brutalità, ma su questo entriamo in un campo di discussione pericoloso, sul quale e’ meglio non addentrarsi. Basti dire che, come noto, diverse follie ideologiche che Isis compie, trovano esatti corrispettivi alti Paesi, Arabia Saudita e Iran in testa.

La domanda provocatoria “ma perché l’Arabia Saudita dovrebbe voler eliminare Isis?”, e’ pero’ riferita in questo caso ad un ragionamento (geo)politico. Non solo: nominando l’Arabia Saudita, si intende molto generalmente anche parlare dell’intero spettro dei Paesi sunniti del Medioriente. Paesi tra loro estremamente diversi, ma con un punto che elimina ogni diversità ideologica, politica e religiosa: l’avversione verso la Repubblica Islamica dell’Iran.

Ora: Isis non e’ un prodotto impazzito della storia contemporanea. Che i suoi milizia siano dei pazzi, criminali e drogati, questo e’ ovvio. Ma la nascita di Isis, il suo sviluppo e la sua capacita’ di giungere sino a dove e’ arrivato, non sono ne casuali e ne alieni alla storia. Come abbiamo sempre evidenziato – sempre – dopo la morte di al Zarqawi (2006) e dei suoi due successori – Abu Ayyub al-Masri e Abu Omar al Baghdadi (2010) – quello che oggi e’ lo Stato Islamico era un movimento in piena ritirata. Cosa ha permesso all’allora AQI (al Qaeda in Iraq) di sopravvivere, trasformarsi e divenire quello che conosciamo oggi, ovvero Isis? Semplice: il vuoto di potere e la politica anti-sunnita impressa dai puppet dell’Iran in Medioriente!

Il vuoto di potere e il caos derivato dall’inizio della guerra in Siria, ha permesso al nuovo leader di AQI, Abu Bakr al Baghdadi, di infiltrarsi nel territorio siriano, trovare alleanze locali, combattere prima sotto la bandiera di Jabat al Nusra, per poi sganciarsi e rientrare in Iraq. Qui, come noto, la storia racconta che Isis e’ riuscito a prendere Musul e dichiarare la nascita del Califfato il 29 giugno del 2014. 

Purtroppo per D’Alema & Co., pero’, se Isis e’ riuscito a fare tutto questo, e’ perché in Siria ha trovato il terreno fertile di un regime ormai fallito, salvato unicamente dalle repressioni violente delle proteste pacifiche della popolazione. Repressioni permesse dall’ingresso dell’Iran e di Hezbollah nel conflitto, a protezione del regime del puppet Bashar al Assad.

In Iraq invece, dall’arrivo di al-Maliki al potere e particolarmente dal ritiro americano nel 2011, il Governo di Baghdad ha completamente abbandonato i Sunniti. Tribu’ che in quel periodo si erano impegnate direttamente a sconfiggere al-Qaeda, per mezzo dei Comitati del Risveglio. Non solo al-Maliki ha cancellato questo Comitati, ma ha anche represso le manifestazioni di protesta della popolazione sunnita irachena (esemplare il massacro di Hawaija nell’aprile del 2013). Ecco allora, da qui la seguente domanda: a chi obbediva al-Maliki? Ancora una volta la risposta e’ sempre la solita: al regime iraniano e ai Pasdaran, a cui l’ex Premier iracheno ha praticamente appaltato meta’ del Paese.

Mentre tutto questo accadeva cosa faceva l’Occidente? Altra risposta semplice: decideva di abbandonare i suoi alleati storici nella regione (in primis Mubarak), per legarsi a doppie mani non con leader veramente democratici, ma con un regime spietato come quello iraniano, considerato un nemico da quasi tutti i Paesi della regione. Questo appeasement non e’ andato avanti solo a parole, ma anche con fatti.

L’Occidente ha riconosciuto il programma nucleare iraniano. Un programma nato clandestinamente, a dispetto del fatto che l’Iran e’ stato da sempre parte del Trattato di Non Proliferazione Nucleare. L’Occidente ha chiuso gli occhi davanti agli abusi dei diritti umani da parte dell’Iran – primo fra tutti le 2000 condanne a morte eseguite sotto Rouhani – e davanti alle ripetute violazioni dell’accordo nucleare, compiute da Teheran negli ultimi mesi.

Dulcis in fundo: gli stessi Stati Uniti hanno deciso di chiudere gli occhi davanti all’umiliazione dei 10 Marines USA, fermati dai Pasdaran qualche giorno fa. Nonostante i Marines siano stati mostrati in pubblico come trofei da guerra e costretti a rilasciare assurde interviste sulla “bonta’ degli iraniani”, l’Occidente tutto e’ rimasto in pieno silenzio, dando ai sauditi – e a tutti i sunniti – l’ennesima conferma che l’accordo con gli iraniani rappresenta uno stravolgimento della geopolitica tradizionale del Mediorente.

Ergo, sicuramente provocatoriamente, la domanda e’: ma perché i sauditi dovrebbero voler eliminare Isis?

 

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Come ormai stranoto, Arabia Saudita e Iran sono arrivate nuovamente ai ferri corti. Oggetto del nuovo scontro, la riprovevole pena capitale inflitta al clerico sciita Nimr al-Nimr, condannato a morte da Riyadh come agitatore e considerato una quinta colonna di Teheran nel Regno degli al-Saud (Saudi Gazette). La storia potrebbe – tra le altre cose – ripetersi presto con la condanna a morte (per crocifissione) di Ali al-Nimr, nipote dello Sceicco Nimr al-Nimr.

La Repubblica Islamica dell’Iran aveva ripetutamente preannunciato “gravi conseguenze” se lo Sciecco al-Nimr fosse stato veramente condannato a morte. Dopo l’annuncio dell’esecuzione capitale, quindi, Khamenei ha dato il la’ ad una grande passione del Khomeinismo: l’assalto alle ambasciate straniere. Come avvenuto con l’Ambasciata americana a Teheran nel 1979 (Youtube) e come accaduto contro l’Ambasciata britannica nel 2011 (Youtube), le fazioni radicali del regime iraniano si sono scatenate contro la rappresentanza saudita a Teheran e contro il consolato saudita a Mashhad. Ancora una volta, ovviamente, in piena violazione delle normative internazionali sulla tutela delle missioni diplomatiche straniere. Come sempre, neanche a dirsi, il regime iraniano ha condannato l’assalto ma continuato ad aizzare la folla. Sembra che, in queste ore, quaranta persone siano state fermate per l’attacco contro le sedi diplomatiche dell’Arabia Saudita in Iran (ma ovviamente saranno tutte rilasciate molto presto…).

Cosa dobbiamo aspettarci ora? Una guerra diretta tra Iran e Arabia Saudita? Difficile. Teheran non ha alcun interesse oggi ad avviare una guerra diretta contro Ryiadh. Non ne ha l’interesse politico – leggi appeasement con l’Occidente – e non ne ha le facoltà economiche – leggi il peso di anni di guerra in Siria e di coinvolgimento in Iraq. Questo, pero’, non significa che non dobbiamo preoccuparci. Anzi, al contrario, e’ necessario che l’Occidente tenga in enorme considerazione le parole che arrivano da i maggiori centri di potere all’interno della Repubblica Islamica.

La Guida Suprema Ali Khamenei ha invocato una “punizione divina” contro l’Arabia Saudita (Tasnim News). Una punizione che, sempre secondo il Rahbar, arriverà “molto presto”. A fargli da eco sono arrivati i Pasdaran che, in un comunicato ufficiale, hanno dichiarato che “l’odioso regime dei Saud dovrà senza dubbio pagare un prezzo per la vergognosa azione” (Tasnim News). Fuori dall’Iran, l’ex Premier iracheno Nuri al Maliki ha promesso di rovesciare presto la monarchia saudita (Indipendent) e la milizia irachena Harkat Hezbollah al-Nujaba ha annunciato che presto compirà attacchi all’interno dell’Arabia Saudita (al Sumaria TV). Ovviamente, non e’ potuto mancare l’intervento del Segretario di Hezbollah, il terrorista Hassan Nasrallah, sempre pronto a far da sponda a qualsiasi posizione dell’Iran (al Manar). Infine, assai interessante e pericoloso, l’agenzia iraniana Fars News (vicina ai Pasdaran), ha pubblicato un comunicato di un sedicente gruppo saudita denominato “Fadaeeyoun al-Nimr” (i devoti di al-Nimr), che ha promesso vendetta per l’esecuzione del clerico sciita a Riyadh (Fars News).

Il regime iraniano, come noto, e’ professionista della guerra asimmetrica e dell’esportazione del terrorismo a livello internazionale. La destabilizzazione dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati sunniti, quindi, rappresenterebbe per l’intera Comunità Internazionale un danno senza precedenti, soprattutto alla luce del drammatico fallimento delle Primavere Arabe, dell’irrisolta crisi siriana/irachena/yemenita e della guerra in corso contro Daesh. Impedire questa destabilizzazione, perciò, deve rappresentare un interesse prioritario per l’intero Occidente.

Ecco allora che urge immediatamente un ripensamento della strategia verso la Repubblica Islamica dell’Iran. Urge soprattutto una sospensione immediata del prossimo alleggerimento delle sanzioni internazionali verso Teheran. Anche se questo significherà indebolire la cosiddetta fazione pragmatica (non moderata…) vicina a Rouhani, esiste il rischio concreto che una parte sempre più cospicua dei soldi che l’Iran otterrà dalla fine delle sanzioni internazionali, venga immediatamente girato ai Pasdaran e alla Forza Quds (adibita all’esportazione del terrorismo iraniano nel mondo).  La sorte dei soldi che arriveranno presto nelle casse di Teheran, infatti, più che da Rouhani e Rafsanjani, dipende dalla Guida Suprema Khamenei, oggi in prima fila nella lotta ad ogni “infiltrazione Occidentale” nella Repubblica Islamica. La crisi con Riyadh, quindi, servirà unicamente Khamenei per amplificare lo scontro e rafforzare le Guardie Rivoluzionarie.

Il prezzo di una politica Occidentale “naive” (ingenua) verso l’Iran, potrebbe costare anni di violenze e morte non solo in Medioriente, ma anche a livello globale.

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