Archivio per la categoria ‘Iran Arabi’

khamenei saleh

Ali Abdullah Saleh ex Presidente dello Yemen e dal 2012 alleato dei ribelli sciiti Houthi, aveva deciso di cambiare nuovamente schieramento politico e di sostenere la strategia del Vice Re saudita Mohammed Bin Salman. Per questo, molto probabilmente, temeva per la sua vita e stava lasciando la capitale Sanaa per rifugiarsi in Arabia Saudita.

Come noto, Saleh non ha fatto in tempo ad arrivare a Riad: al contrario di quanto accaduto sette anni or sono, questa volta Saleh non e’ sopravvissuto ad un attacco di un cecchino contro il suo convoglio. Il suo corpo martoriato e’ stato quindi mostrato alle telecamere, circondato da una folla di Houthi esaltati che gridavano “morte ad Israele”.

L’uccisione di Ali Abdullah Saleh, e’ solo l’ennesimo atto criminale compiuto per ordine del regime iraniano, al fine di eliminare fisicamente un politico inviso, o diventato sgradito a Teheran. E’ stato cosi con Rafiq Hariri in Libano e, se considerato necessario dai Pasdaran, potrebbe essere la sorte anche di alcuni rappresentanti sciiti iracheni che non si conformano al volere della Repubblica Islamica.

In questa ottica, con preoccupazione devono essere lette le parole di Ali Shamkhani, Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dell’Iran. Shamkhani, incontrando il Vice speaker del Parlamento iracheno Hammam Hamoudi, si e’ scagliato contro coloro che in Iraq vogliono sciogliere la Forza di Mobilitazione Popolare, ovvero l’ombrello di milizie sciite che prendono ordini diretti dal generale iraniano Qassem Soleimani. Tra coloro che vorrebbero sciogliere la FMP c’e’ Moqtada al-Sadr e, in parte, lo stesso premier iracheno Haider al-Abadi.

La morte di Ali Abdullah Saleh, quindi, rappresenta un messaggio che Teheran lancia anche a questi leader sciiti: “o fate come diciamo noi, o saltate in aria”. Un puro atto mafioso, nel pieno stile del regime iraniano…

 

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Dopo le pressioni bipartisan, l’Italia ha deciso di bloccare l’ingresso della terrorista palestinese Leila Khaled, responsabile di dirottamente aerei con a bordo innocenti civili tra la fine degli anni ’60 e inizio anni ’70.

L’arrivo della Khaled in Italia era parte di un tour organizzato da attivisti filo-palestinesi, in occasione delle celebrazioni dei cinquant’anni del movimento Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), organizzazione inserita nella lista dei gruppi terroristici sia dagli Stati Uniti che dalla stessa Unione Europea. 

Tra le altre cose, solamente pochi giorni prima dell’arrivo della Khaled in Italia, il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, aveva fatto approvare una mozione che, sistematicamente, vieta a personalità, gruppi ed entità coinvolte in azioni terroristiche di accedere al Parlamento Europeo.

La decisione di bloccare Leila Khaled da parte del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, ovvero dal Ministero dell’Interno, ovvero dal Ministro Minniti, va assolutamente elogiata. Ora pero’ e’ tempo di fare un passo avanti, e di bloccare anche coloro che sono responsabili di sostenere il terrorismo.

In questo senso, e’ necessario che l’Italia prenda coscienza che l’Iran e’ da anni il primo sponsor del terrorismo internazionale, come riconosciuto dallo stesso Dipartimento di Stato americano. Proprio l’Iran da decenni finanzia le attività del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, gruppo che tanto scalda i cuori dei sostenitori della sinistra radicale, ma che non e’ altro che l’ennesimo movimento armato con le mani sporche di sangue.

Non solo: proprio il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, in questi anni, si e’ reso responsabile dei peggiori massacri in Siria, combattendo su ordine dell’Iran, per il macellaio Bashar al-Assad.

E’ tempo che a pagare non siano solamente coloro che concretamente compiono gli attentati e i massacri, ma anche coloro che materialmente pagano i terroristi per uccidere civili e seminare violenza: e’ tempo, per il mondo democratico, di chiudere le porte all’Iran! 

pflp iran

 

Protesters carry posters of Shi'ite cleric al-Sadr and Ayatollah al-Sistani during a demonstration against U.S. forces in Kut

Secondo fonti irachene vicine ad al-Sadr, sia Moqtada al-Sadr che il Grand Ayatollah al-Sistani, hanno rifiutato di incontrare l’inviato di Khamenei, Mahmoud Hashemi Shahroudi.

Shahroudi, potente capo del Consiglio per il Discernimento – e tra i possibili successori dello stesso Khamenei – era arrivato in Iraq per cercare di riunire il fronte sciita iracheno e di chiedere ai due maggiori leader di questa Comunità religiosa – Sistani e al-Sadr – di sostenere l’ex Premier iracheno Nuri al Maliki.

Non solo Shahroudi e’ tornato a casa a mani vuote, ma non e’ stato neanche ricevuto dai suoi interlocutori. Volontariamente, la notizia e’ stata fatta circolare proprio dagli ambienti di Moqtada al-Sadr, ormai in rotta totale con Teheran. Al-Sadr, negli ultimi mesi, ha preso una serie di posizioni critiche verso la Repubblica Islamica e i suoi proxy in Iraq.

In particolare, al-Sadr ha chiesto lo scioglimento della Forza di Mobilitazione Popolare e l’inclusione della stessa nell’esercito iracheno, e ha iniziato un tour regionale nei Paesi arabi sunniti – sia in Arabia Saudita che negli Emirati Arabi Uniti – allo scopo di evitare nuovamente la spaccatura dell’Iraq su basi settarie.

Va aggiunto che, alle frizioni descritte in alto, va aggiunto il recente accordo firmato dall’esercito libanese e da Hezbollah, con Isis in Siria. Un accordo considerato un tradimento da parte degli iracheni e che vedrà numerosi terroristi del Califfato trovare campo libero per schierarsi nuovamente ai confini tra Siria e Iraq.

Lungi dal comprendere il messaggio che parte della Comunità irachena sciita sta inviando a Teheran – ovvero “non immischiatevi più'” –  l’inviato del regime iraniano ha fatto sapere che non intende retrocedere di un passo, ovvero che non muterà il suo sostegno alle milizie sciite irachene sotto il suo controllo.

Il destino dell’Iraq, quindi, sembra essere quello di un nuovo scontro settario, non solo tra le diverse Comunità etniche e religiose (sciiti-sunniti, Kurdistan, triangolo sunnita), ma anche all’interno della stessa componente sciita, spaccata tra la fedelta’ a Teheran e quella a Baghdad…

Protesta a Baghdad dei Sadristi contro l’influenza iraniana in Iraq

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Il Premier iracheno al-Habadi lo ha definito un accordo disgustoso, che offende tutto il popolo iracheno. E’ stato questo il commento fatto dal Primo Ministro di Baghdad, dopo l’annuncio dell’accordo di tregua tra l’esercito libanese e Hezbollah, con i jihadisti sunniti di Isis.

Ufficialmente, l’accordo e’ stato concordato per arrivare allo scambio dei corpi di otto soldati libanesi uccisi dai terroristi di Isis, con la liberazione di circa 400 jihadisti sunniti dalle carceri libanesi, 17 bus con aria condizionata, 11 ambulanze e un libero passaggio per i membri del Califfato su alcuni territori siriani, controllati da Assad (NY Times).

Nei fatti, pero’, si tratta di un accordo che riconosce il Califfato dichiarato da al-Baghadi nel 2014 e tutta la strategia sinora intrapresa, per contrastare ed eliminare Isis. La rabbia di al-Habadi, quindi, e’ più che comprensibile, soprattutto considerando quello che l’Iraq ha passato (e sta passando) per mano di Isis.

Pochi hanno fatto caso al fatto che, nell’accordo tra Libano-Hezbollah e Isis, c’era anche il ritorno del corpo del jihadista sciita iraniano, membro dei Pasdaran, Mohsen Hajj, catturato e poi ucciso dai jihadisti sunniti del Califfato in Siria.

Al ritorno della sua salma, i media iraniani vicini ai Pasdaran, particolarmente l’agenzia di stampa Tasnim News, hanno dedicato una grandissima attenzione. Segno evidente che Mohsen Hajj rivestiva un ruolo di estrema importanza per Teheran in Siria, probabilmente di collegamento con il gruppo terrorista Hezbollah (Stripes.com).

Cosi, in cambio di questa salma, la Repubblica Islamica dell’Iran ha praticamente costretto il Libano a riconoscere pubblicamente Isis per la prima volta, generando la rabbia degli stessi alleati di Teheran, praticamente usati come carne da macello per gli obiettivi espansionistici del regime iraniano.

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Javad Zarif, Ministro degli Esteri iraniano, ha passato l’ultimo mese impegnato in un importante tour diplomatico. Un viaggio in primis in Medioriente e in Nord Africa e, in questi giorni, anche in Europa. Sino a ieri Zarif ha visitato Berlino, mentre oggi e’ a Roma, ove incontrerà Gentiloni e Alfano. Con il Ministro degli Esteri italiano, e’ previsto un punto stampa questa sera.

Perché Zarif ha intrapreso questo tour diplomatico? Perché il Ministro iraniano e’ arrivato anche in Europa? La risposta e’ principalmente una: paura. Gia’, perché dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, la festa per il regime iraniano e’ praticamente finita. 

Nonostante il durissimo dibattito interno negli Stati Uniti sulla Presidenza Trump e sul Russian Gate, la Casa Bianca e il Congresso concordano praticamente su una cosa sola: il regime iraniano e’ un pericolo che va fermato. Per questa ragione, in queste ore, e’ in discussione – già approvata dal Senato – alla Camera dei Rappresentanti la nuova proposta di legge per imporre nuove sanzioni economiche contro Teheran (link). Parallelamente, il Presidente Trump studia l’organizzazione di una “Camp David Araba”, per rilanciare le alleanze tradizionali di Washington in Medioriente (mei.edu).

In questo contesto, si inserisce ovviamente la crisi tra CCG e Qatar. Il regime iraniano sta tentato di approfittare della crisi per stringere una alleanza con Doha, ma sa che dalle parole ai fatti la distanza e’ lunga. Per questo, non casualmente, Zarif sta chiedendo una mediazione europea nella crisi del Golfo, allo scopo di dividere il Vecchio Continente dagli Stati Uniti e imporre la linea iraniana. 

Lo Zarif atterrato a Roma in queste ore, pero’, e’ un Ministro debole e poco rappresentativo: a differenza di quattro anni fa, infatti, la fazione di Rouhani – pur vincendo alle elezioni – e’ quasi totalmente bloccata dall’opposizione di Khamenei e dei Pasdaran, ovvero di coloro che, praticamente, hanno in mano buona parte dell’economia iraniana. Solo ieri, si badi bene, il Capo dei Pasdaran Jafari ribadiva che l’Iran non doveva “dipendere dagli stranieri” per il suo sviluppo economico. Khamenei, da parte sua, in questi giorni ha invocato la jihad contro il mondo intero, India compresa

Ecco perché, al di la’ delle parole poco credibili di personalità come la Mogherini, investire politicamente in questo periodo sull’Iran e sulla fazione di Rouhani e Zarif, e’ una strategia perdente. L’era Obama e’ finita e con essa anche le protezioni di cui la lobby filo regime iraniano – e filo fratellanza mussulmana – godeva a Washington. Con o senza Trump, la strategia americana in Medioriente sara’ di opposizione a Teheran e non di mano tesa.

Con quanto suddetto, non si vuole intendere che che presto assisteremo alla morte ufficiale dell’Iran Deal o una guerra tra Iran e Stati Uniti, ma sicuramente che la nuova strategia di sanzioni e contenimento degli Ayatollah della Casa Bianca, di fatto, renderà nullo quanto sottoscritto nel 2015 e pericoloso per le compagnie europee con interessi negli Usa, investire sia a Teheran che a Washington.

Tutto ciò, vale soprattutto per il Governo italiano che, purtroppo, recentemente ha permesso ad una banca iraniana – sotto sanzioni ancora negli Usa – di aprire un ufficio a Roma. L’Italia ha un ruolo di primo piano in Paesi come il Libano, attraverso la missione Unifil 2. La strategia americana anti-Iran, si concentrerà moltissimo su Hezbollah, considerato un pericolo non solo da Israele, ma dal mondo arabo e dagli stessi Stati Uniti per il ruolo del Partito di Dio nel narcotraffico in America Latina. Pretendere un cambiamento radicale delle politiche di sostegno iraniano al terrorismo internazionale, dovrebbe rappresentare quindi per Roma una priorità, per la tutela degli stessi interessi  nazionali italiani. 

 

 

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Benedetto dal terrorista Qassem Soleimani, si e’ tenuto in Libano un incontro tra rappresentanti di Hamas, Hezbollah e dei Pasdaran. Nell’incontro, organizzato due settimane or sono, il gruppo terrorista palestinese ha chiuso definitivamente la crisi con Teheran, iniziata con lo scoppio della guerra in Siria.

Va precisato che già qualche mese addietro, dopo una conferenza tenutasi a Teheran sulla Intifada Palestinese, era stato reso noto che l’Iran aveva promesso di finanziare Hamas con oltre 27 milioni di dollari (Gaiaitalia.com). L’incontro in Libano, quindi, sancisce definitivamente il ritorno del regime iraniano nella Striscia di Gaza.

Secondo quanto riporta il quotidiano arabo Asharq al-Awsat, il nuovo patto tra Teheran e Hamas sarebbe stato benedetto da Ismail Haniyeh – successore di Khaled Meshaal alla guida del movimento – e da Yahya Sinwar, capo di Hamas a Gaza. Ovviamente, questo accordo avrà un peso importante non solo nel bloccare le evoluzioni di Hamas verso un accordo con Israele – di cui ultimamente si era parlato – ma anche nell’approfondimento della crisi dei rapporti tra Egitto e Hamas. Infine, considerando la costante tensione tra Turchia e Iran, questo accordo potrebbe anche incrinare i rapporti tra Hamas e Ankara.

A preoccupare, infine, e’ anche l’annuncio dato dalla associazione caritatevole al-Ansar di Gaza: tale associazione, infatti, ha firmato un accordo con la Fondazione Iraniana per i Martiri Palestinesi. Grazie a questo accordo, Teheran si e’ detto pronto a finanziare le famiglie gli “shaheed” – leggi terroristi – palestinesi morti tra l’inizio della Seconda Intifada e il 31 giugno del 2014. Si tratta di oltre 2 milioni di dollari che, in qualsiasi momento, potrebbero essere usati per finanziare nuovi attacchi terroristici nella regione. L’associazione al-Ansar, e’ affiliata alla Jihad Islamica Palestinese, un gruppo terrorista praticamente quasi totalmente finanziato dalla Repubblica Islamica (ITIC).

Dopo l’accordo in Libano, e’ stato anche reso noto che molto presto Ismail Haniyeh potrebbe visitare Teheran. 

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Ufficialmente, il documento e’ marcato “Memo 1455”, firmato in persona dal Presidente siriano Bashar al Assad e dal capo delle Forze Armate del regime di Damasco, Abdullah Ayyoub (Memri). Con questo documento, nei fatti, Assad trasferisce il controllo de facto della Siria all’Iran. Perché?  Perché grazie alla firma di Assad, Teheran ottiene il pieno controllo del comando e del finanziamento di tutte le milizie armate siriane, fedeli allo stesso Assad.

Secondo quanto e’ stato rivelato, il Memo 1455 e’ stato firmato l’11 aprile del 2017. Il Memo approva le conclusioni di una commissione speciale che, tra le altre cose, raccomanda di creare un esercito siriano composto da 90,000 uomini, che lavori in diretto coordinamento con l’Iran, attraverso una organizzazione parallela denominata Brigate di Difesa Locali. Queste brigate, sempre secondo quanto scritto nel documento, devono essere poste sotto comando e il finanziamento dell’Iran – ovvero dei Pasdaran – “sino alla fine della crisi in Siria”.

 

In aggiunta, il Memo ammette anche che il regime siriano ha seria difficoltà a comandare e sostenere le varie milizie locali e manca di manodopera nello stesso esercito siriano. Cio’, non solo a causa delle perdite in guerra, ma anche delle defezioni e dell’indisponibilità’ di molti soldati ad essere inviati al fronte.

Piu’ precisamente, il Memo specifica che ci sono almeno 88,723 combattenti renitenti alla leva che – invece di finire in carcere – devono essere inclusi delle Brigate di Difesa Locali, sotto il diretto controllo iraniano. Avendo ormai il regime siriano rinunciato a obbligare queste persone ad andare al fronte, Damasco sta cercando di impiegarli in compiti meno rischiosi, inserendoli in milizie con disciplina meno rigida e vicino a casa.

Il 2 maggio scorso, la fotografia del Memo 1455 e’ stata pubblicata sulla pagina Facebook della Brigata Majaba Tribe Ra’d al-Mahdi, una milizia siriana creata recentemente dal regime iraniano (link). Va quindi ricordato che, un giorno prima la pubblicazione del Memo, una delegazione militare siriana guidata dal Capo di Stato Maggiore Abdallah Ayyoub ha visitato l’Iran e incontrato il Ministro della Difesa Hossein Dehghan e il Vice Comandante dei Pasdaran, Jamaluddin Aberoumand.

Infine, va sottolineato che, sempre la pagina della milizia rigata Majaba Tribe Ra’d al-Mahdi, il 30 aprile aveva rivelato l’esistenza di un altro documento importante, una lettera firmata dal Gen. Adnan Muhriz ‘Ali, capo della Divisione organizzativa dell’esercito siriano, al Capo di Stato Maggiore Ali Abdullah Ayyoub e alle massime autorità siriane. Nella lettera, sempre facendo riferimento al Memo 1455, si chiedeva a tutti di non arrestare disertori siriani che collaborando con gli iraniani nelle Brigate di Difesa locali. 

Concludendo, possiamo dire senza ombra di dubbio che, con il Memo 1455, Bashar al Assad ha praticamente donato le chiavi della Siria al regime iraniano, con tutte le conseguenze che ne competeranno.

Il Memo 1455

La lettera del Generale Adnan Muhriz ‘Ali

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