Archivio per novembre, 2019

Protesters blocking a road on the second day of protests in Iran. November 16, 2019

Nello stesso momento in cui il regime iraniano e i Generali Pasdaran riempiono le agenzie di stampa iraniane (e non solo) con comunicati in cui annunciano di aver sconfitto un complotto esterno contro il loro Paese e nello stesso momento in cui il regime organizza manifestazioni a favore del Governo, nelle sale chiuse del Parlamento iraniano, la verità dei fatti e’ ormai chiara a tutti.

Qualche giorno fa, infatti, si e’ tenuta una riunione a porte chiuse della Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano. La riunione, teoricamente, era a porte chiuse e hanno partecipato anche i responsabili dell’unita’ di intelligence dei Pasdaran e dello stesso MOIS, il Ministero dell’intelligence iraniano.

Durante la riunione, secondo quanto lasciato trapelare successivamente dal Portavoce della Commissione Hossein Naqavi Hosseini, i responsabili dell’intelligence iraniana hanno ammesso che, coloro che sono scesi in piazza contro il Governo dopo l’annuncio dell’aumento del costo della benzina, non erano dei “pericolosi complottisti”, ma dei poveri disoccupati, che da tempo vivono ai margini della società, provenienti da città spesso praticamente dove molti giovani sono ormai non solo senza lavoro, ma anche senza speranza.

Tra l’altro, sempre nella stessa riunione, e’ emerso come le stessi unita’ di intelligence avevano da tempo messo in guardia il Governo su possibili nuove manifestazioni popolari, per motivi economici. Cosi come, per quanto concerne il futuro, l’intelligence iraniana non esclude che nuove manifestazioni potrebbero scoppiare presto.

Ad oggi sono quasi 5000 le persone fermate durante le manifestazioni. Le vittime della repressione, invece, sembrano essere almeno 154 (questi sono quelli a cui si e’ riusciti a dare un nome). La vittima più giovane, Nikta Esfandani, aveva appena 14 anni…

Immagine

Risultato immagini per ilhan Omar erdogan"

Per ora sono solo accuse e vanno prese con le pinze. Detto questo, quanto e’ stato recentemente denunciato in Florida, fa accaponare la pelle. Secondo quanto dichiarato sotto giuramento dal businessman canadese (nato in Kuwait) Alan Bender, chiamato a testimoniare nel processo contro lo Sceicco Khalid Hamad al-Thani, la deputata americana democratica Ilhan Omar sarebbe stata reclutata dal Qatar e avrebbe passato anche informazioni sensibili per la sicurezza nazionale al regime iraniano.

Parlando davanti alla Corte, Bender ha affermato che “se non fosse stato per i nostri soldi, Ilhan Omar sarebbe stata solamente l’ennesima rifugiata somala di colore in America, godendo del welfare e servendo ai tavoli nei weekends”. Sotto giuramento in Florida, Bender ha dichiarato che a chiedergli di reclutare la Omar, e’ stato direttamente il Segretario per la Sicurezza dell’Emiro del Qatar, l’Emiro Ahmed bin Abdullah al-Masnad e due altri ufficiali del Qatar. Addirittura, sempre a detta di Bender, la Omar era definita “il gioiello della Corona”.

Infine, nella sua testimonianza, Bender ha anche dichiarato che la Omar ha giurato fedeltà a Erdogan nel 2017, in un incontro con il Presidente turco. Infine, purtroppo, Bender sostiene che alcune delle informazioni passate dalla Omar al Qatar, sono state poi passate da Doha al regime iraniano.

Nel luglio del 2019, accuse simili a quelle di Bender erano già state denunciate dall’Imam moderato Mohamed Tawhidi. Tawhidi aveva dichiarato che la Omar era collusa col Qatar e di aver addirittura organizzato, per conto di Doha, una campagna mediatica per screditarlo.

Alan Bender e’ stato chiamato a testimoniare in Florida nel processo contro il fratello dell’Emiro del Qatar, accusato di aver ordinato ai suoi bodyguard americani di aver ordinato di uccidere due persone e di tenere in ostaggio un cittadino americano.

Ripetiamo: sono per ora delle accuse, terribili, ma vanno prese come tali e quindi deve essere assolutamente preso in considerazione il beneficio del dubbio. Detto questo, sono considerazioni fatte durante una deposizione legale, sotto giuramento e, se confermate, rischiano davvero di rappresentare un terremoto per il democratici americani!

Immagine

 

 

 

Risultato immagini per rouhani khamenei"

Hassan Rouhani, politicamente parlando, è un “dead man”. Premessa: in Iran il Presidente conta di suo poco e niente. Eletto direttamente dal popolo, detiene nelle sue mani un potere di carta, che è utile di facciata per diffondere nel mondo la novella che la Repubblica Islamica è un sistema democratico.

La realtà è ben diversa e nulla viene deciso in Iran se non ottiene il permesso della Guida Suprema, del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, dell’Assemblea degli Esperti e dei Pasdaran. Tutte “istituzioni” che non vengono elette dal popolo (tranne l’Assemblea degli Esperti, la cui composizione però è rigidamente controllata dal Consiglio dei Guardiani).

Ergo, nel sistema iraniano il Presidente conta quando ha una sua moral suasion e ha una qualche benedizione da parte di chi veramente ha il potere nel Paese, in primis la Guida Suprema. Fatte queste premesse, possiamo assolutamente dire che oggi Rouhani – politicamente parlando – è un fantasma che cammina, la cui influenza nel sistema istituzionale è pari a zero, o quasi.

Rouhani, infatti, ha perso ogni sorta di appeal verso la Guida Suprema, cosi come ha perso ogni sorta di appeal verso la fascia elettorale che l’aveva sostenuto, sia nel 2013 che nel 2017. Questo perchè, ben prima delle nuove sanzioni americane, Rouhani non è stato capace di mantenere le sue promesse verso la popolazione civile, non riuscendo a combattere realmente la presenza delle Guardie Rivoluzionarie nell’economia nazionale e non migliorando realmente la situazione finanziaria del Paese, troppo intrappolata in una spirale di corruzione e mancanza di trasparenza. In questo contesto, quindi, l’arrivo di Trump e la morte de facto del JCPOA, hanno dato a Rouhani la “mazzata” definitiva.

Politicamente disperato, Rouhani sta ora provando a recuperare terreno, sposando acriticamente tutte le folli posizioni di Khamenei e dei Pasdaran. Solamente ieri, quindi, Rouhani ha elogiato il regime per aver evitato il golpe interno delle potenze imperialiste, reprimendo nel sangue le manifestazioni popolari contro il caro vita (oltre 140 morti…). Peggio, per salvare il JCPOA, piuttosto di sottolineare i vantaggi che (teoricamente) potrebbe apportare alla politica estera iraniana e all’economia nazionale, Rouhani ha evidenziato come, il mantenimento dell’accordo di Vienna per ancora un anno, garantirà all’Iran di poter eliminare l’embargo contro la compravendita delle armi, permettendo a Teheran di comprare e vendere armi liberamente. Affermazioni che, indubbiamente, non possono essere inserite nel quadro del “moderatismo”.

Purtroppo per Rouhani, nonostante i tentativi disperati, probabilmente è troppo tardi. Il solo che può salvarlo, infatti, sta alla Casa Bianca e si chiama Donald Trump. Solo un incontro con Trump e un affievolimento delle sanzioni americane, potrebbero infatti dare a Rouhani un gancio per riprendere fiato. Il problema per Rouhani, però, è quello suddetto, ovvero che lui non conta nulla e che l’unico che potrebbe benedire questo incontro – ovvero Khamenei – non ha alcuna intenzione permettere questo nuovo dialogo tra Stati Uniti e Iran.

La sola che continua a restare zitta sui crimini iraniani, sperando di favorire Rouhani, è Federica Mogherini. Ovvero, colei che di Iran non ha mai capito nulla – cosi come il think tank IAI, diretto dalla numero 2 della Mogherini, Nathalie Tocci – e che ha contribuito a diffondere una narrativa sul regime iraniano non solo falsa, ma totalmente inventata. Proprio per questo, nel contesto della crisi iraniana, la UE contava poco o nulla, cosi come oggi conta praticamente niente…

Questa presentazione richiede JavaScript.

 

Dure condanne internazionali stanno arrivando contro l’Iran, per le repressioni delle manifestazioni popolari in corso nel Paese, dopo l’annuncio del Governo di innalzare il costo della benzina.

Secondo Amnesty International, le repressioni hanno causato almeno 100 morti. Un numero impressionante, in un tempo strettismo, che ha portato anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Michelle Bachelet a diramare un pubblico cominciato di condanna verso il regime iraniano.

Purtroppo, ancora una volta, Teheran sembra volersene fregare di quanto il mondo intorno pensa delle sue azioni criminali. Solamente ieri, il quotidiano Kahyan, vicinissmo alla Guida Suprema, ha praticamente scritto che i leader della protesta arrestati potrebbero essere condannati a morte. Stamattina, quindi, Khamenei ha ribadito che quanto accaduto in Iran è unicamente il frutto dell’ingerenza delle potenze straniere e che, ancora una volta, la Repubblica Islamica ha “respinto il nemico” (un nemico che esiste ormai solo nella testa dei clerici e dei pasdaran al potere…).

Nonostante le minacce e le repressioni, proprio i clerici sembrano diventati gli obiettivi principali della rabbia popolare. Ieri è stato sventato un attacco contro l’Ayatollah Nasiry Yazdi, rappresentante di Khamenei nella città di Yazd e un seminario religioso è stato attaccato nella città di Isfahan.

Tutto questo però, mi raccomando, non ditelo al Sottosegretario agli Esteri (sic) grillino Manlio di Stefano, troppo impegnato a stringere le mani dell’Ambasciatore iraniano in Italia, Hamid Bayat. Lo stesso che ieri, in una comica conferenza stampa – in cui probabilmente c’era solamente Alberto Negri o chi per lui…- giustificava le repressioni delle manifestazioni popolari in corso nel suo Paese…

Risultati immagini per iran muslim brotherhood

Aprile 2014, Turchia: in una località non nota della Turchia, si incontrano una delegazione della Forza Quds iraniana – unità speciale dei Pasdaran, responsabile di esportare la rivoluzione khomeinista nel mondo – e una delegazione della Fratellanza Mussulmana.

Secondo un cable del Ministero dell’Intelligence iraniana (MOIS), infatti, è in Turchia che i due rami dell’islamismo politico, ancora una volta, trovano un punto di incontro per combattere la loro jihad insieme, a dispetto delle differenze tra sciiti e sunniti.  Sia chiaro: l’alleanza tra islamismo khomeinista e islamismo della fratellanza mussulmana è cosa antica, tanto è vero che il primo traduttore in farsi il principale ideologo della Fratellanza Mussulmana Sayyid Qutb, è proprio Ali Khamenei, Guida Suprema iraniana. Una alleanza che, da decenni, ha portato non solo Teheran a finanziare i peggiori gruppi terroristici sunniti, ma anche a stabilire un legame profondo con al-Qaeda, garantendo ancora oggi ai terroristi de La Base, protezione e libero passaggio sul territorio iraniano.

Ritornando all’incontro del 2014 in Turchia, si è chiaramente trattato di un momento fondamentale delle relazioni tra Pasdaran e Fratellanza Mussulmana. A conferma di quanto affermiamo, c’è il fatto che lo stesso Generale Qassem Soleimani avrebbe voluto partecipare all’incontro, ma per ragioni di opportunità, Ankara non concesse il visto. Per la Forza Quds, non potendo arrivare Soleimani, la delegazione era guidata da un uomo identificato come Abu Hussain. Di contro, la delegazione dei Fratelli Mussulmani era rapprestata da Ibrahim Munir Mustafa, Mahmoud El-Abiary e Youssef Moustafa Nada. Per la cronaca, Nada è direttamente sospettato dall’Amministrazione americana di aver direttamente finanziato al-Qaeda…

Di cosa si è parlato durante l’incontro? Lo rivela lo stesso cable del MOIS: le due parti hanno convenuto di collaborare sullo Yemen, sull’Iraq e sulla necessità di lanciare una coalizione congiunta contro l’Arabia Saudita. Di contro, le due parti hanno convenuto di non collaborare eccessivamente in Siria e in Egitto, per evitare di essere reciprocamente screditati politicamente.

Concludendo, possiamo unicamente registrare che a questo punto, dopo la caduta di Morsi in Egitto, non è un caso che gruppi terroristici come Hamas, parte della Fratellanza Mussulmana e finanziati direttamente dall’Iran, hanno trovato proprio nella Turchia di Erdogan un luogo sicuro, per compiere liberamente i loro loschi traffici…

Maryam Mombeini – vedova di Kavous Seyed-Emami, sociologo irano-canadese, morto nelle carceri iraniane nel febbraio del 2018 – ha denunciato di aver riconosciuto il suo aguzzino durante la visione di un documentario alla TV di stato iraniana.

Maryam, infatti, venne arrestata con il marito e guardando il documentare alla TV, ha immediatamente detto al figlio Ramin, di aver riconosciuto colui che l’ha interrogata dopo l’arresto. Secondo quanto denunciato dalla donna, l’uomo interrogandola pretendeva di farle confessare che il marito era una spia.

L’uomo mostrato nel video alla TV iraniana veniva fatto passare per un giornalista, in un documentario che appunto riguardava proprio l’arresto del gruppo di ambientalisti iraniani, dal titolo “I soliti sospetti”. Il documentario e’ stato per pochissimo trasmesso dalla TV il 10 novembre scorso, ma fermato dopo appena due minuti di trasmissione, ufficialmente per “motivi tecnici” (e mai ritrasmesso).

Purtroppo, la IRIB ha una nota storia di collaborazione con i Pasdaran e l’intelligence iraniana. Una collaborazione che ha portato spesso l’IRIB a trasmettere i video degli interrogatori dei prigionieri politici e delle loro confessioni forzate, violando ogni convenzione internazionale relativa al rispetto dei diritti umani. Nello stesso parlamento iraniano, oggi, c’e’ una proposta di legge per impedire che la TV pubblica mostri questo genere di video. Proposta di legge ovviamente bloccata (proposta presentata dal parlamentare riformista Mahmoud Sadeghi).

Qui sotto vi riproponiamo i pochi minuti del documentario trasmesso dalla IRIB, dove si vede l’aguzzino dell’intelligence dei Pasdaran, che il regime pretende ora di far passare come giornalista.

 

Shallah and Khamenei

Sono ore di tensione in Medioriente, dopo che Israele ha colpito Baha Abu al-Ata, comandante della Jihad Islamica palestinese e considerato dall’intelligence israeliana il vero responsabile dei continui attacchi missilistici verso le Comunita’ israeliane del sud del Paese. Ovviamente, attacchi avvenuti su ordine diretto di Teheran.

Già perchè, se l’Iran dona a Hamas milioni di dollari al mese, il più fedele puppet dei Pasdaran nella Striscia di Gaza è la Jihad Islamica (PJI). La Jihad Islamica Palestinese è nata nel 1979, lo stesso anno in cui avviene la Rivoluzione islamista in Iran. Pur essendo una organizzazione sunnita, creata da due fuoriusciti della Fratellanza Mussulmana – Fathi Shikaki e Abd al Aziz Awda – si è sempre caratterizzata per una relazione ideologica speciale con il khomeinismo.

I terroristi della JIhad Islamica sono stati espulsi dall’Egitto nel 1981, dopo essersi resi responsabili dell’assassinio del Presidente Anwar al-Sadat. Lasciato Il Cairo, i terroristi della JI si sono rifugiati a Gaza, ma hanno anche mantenuto quartier generali in Libano e a Damasco. Da qui sono iniziati i rapporti stretti con Hezbollah e con i Pasdaran iraniani, che hanno garantito loro fondi, armi e addestramento militare.

Dall’inizio degli anni ’90, quindi, l’ala armata del PIJ – la Brigata al-Quds – ha iniziato a collaborare strettamente con la Forza Qods iraniana, rendendosi responsabili di decine di attentati suicidi contro obiettivi israeliani. Ovviamente Israele ha reagito, uccidendo a Malta Fathi Shikaki. Nel 1997, quindi, la PIJ è stato inserito nella lista dei gruppi terroristici da parte degli Stati Uniti (è anche nelle liste dei gruppi terroristici dell’UE).

La Jihad Islamica palestinese, per la cronaca, non fa nulla per nascondere le sue relazioni strette con Teheran. Nel 2002, ad esempio, il terrorista Ramadan Shalah – capo della PIJ dal 1995 al 2018 – incontrando la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei affermò che Teheran si era impegnato a coprire il 70% degli attentati suicidi organizzati dal Jihad Islamica Palestinese. In quella occasione, Shalah definì la PIJ come “un altro frutto del rigoglioso albero dell’Ayatollah Khomeini”.

Le relazioni tra la PIJ e l’Iran hanno subito anche un momento di crisi tra il 2015 e il 2016, quando il gruppo terrorista palestinese ha rifiutato di sostenere Teheran in Yemen. Come reazione, i Pasdaran hanno creato a Gaza la Brigata As-Sabarin, guidata da un ex membro della PIJ, Hisham Salem. La crisi si è chiusa nel 2016 e l’Iran ha ricominciato a finanziare fortemente i gruppi terroristici palestinesi a Gaza (Hamas compreso).

Secondo gli ultimi dati disponibili di intelligence, gli iraniani finanziano la PIJ con almeno 70 millioni di dollari annui e, ovviamente, inviando nella Striscia missili balistici a corto e medio raggio – come il Fajr-5 – con cui non solo la Jihad Islamica Palestinese, ma anche Hamas, colpiscono ripetutamente i civili israeliani. Per la cronaca, dal 2018, il nuovo leader della PIJ è Ziyad al-Nakhalah, rifugiato al sicuro in Siria.