Archivio per giugno, 2018

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Ieri e’ stato il terzo giorno di manifestazioni popolari in Iran contro il caro vita. Manifestazioni che, questa volta, sono partite dalla capitale Teheran e hanno visto protagonista la classe dei Bazari – i noti mercanti tradizionali iraniani – la cui adesione alle proteste del 1978 – 1979, provoco’ la caduta dello Shah e la vittoria della rivoluzione khomeinista.

Le manifestazioni contro il caro vita, si sono immediatamente trasformate in manifestazioni anti regime. Migliaia di persone si sono riversate per le strade della capitale gridando slogan contro Khamenei, denunciando che il vero nemico del popolo iraniano non sono gli Stati Uniti, ma il regime e chiedendo la fine immedita di tutti i soldi che la Repubblica Islamica spende per finanziare il terrorismo in Siria, Libano, Yemen e Territori Palestinesi.

Ovviamente, neanche a dirlo, il Procuratore di Teheran ha accusato i manifestanti di essere al soldo di padroni stranieri. Nel corso delle manifestazioni – che da Teheran si sono estese praticamente in tutto il Paese, coinvolgendo nuovamente anche gli studenti universitari – sono state arrestati dozzine di dimostranti.

Per loro, purtroppo, sono attese punizioni molto dure. Il capo della Magistratura iraniana, Sadeq Amoli Larijani, ha addirittura affermato che “il disturbo delle attivita’ economiche potra’ comportare pene che vanno dai 20 anni di carcere alla la pena di morte” (video in basso).

Nel frattempo e’ guerra tra le fazioni iraniane. Gli integralisti, soprattutto in Parlamento, iniziano a raccogliere le firme per sfiduciare il Presidente Rouhani. Da parte sua, la fazione di Rouhani accusa i radicali di soffiare sul fuoco delle proteste, allo scopo di colpire il Governo.

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Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza ieri nella capitale Teheran. Le ragioni della protesta sono le stesse che provocarono le proteste anti-regime avvenute tra il Dicembre 2017 e i primi mesi dell’anno successivo: la drammatica situazione finanziaria nel Paese.

Con l’arrivo di Trump al potere negli Stati Uniti, per il regime iraniano e’ finita la cuccagna: quella che aveva permesso all’Iran di firmare l’accordo nucleare, godere dei vantaggi della sospensione delle sanzioni internazionali, ma non dare nulla di concreto in cambio. In particolare, Teheran aveva approfittato dell’accordo nucleare per espandere il programma missilistico e aumentare, in maniera incontrollata, il suo potere fuori dalla Repubblica Islamica, in particolare in Siria, Iraq, Yemen, Libano e Striscia di Gaza.

Trump, apriti cielo, ha messo fine a questa cuccagna, abbandonando il JCPOA dopo la non disponibilita’ di Teheran a rivedere i parametri dell’accordo firmato da Obama. Con il ritiro di Washington dall’accordo e l’annuncio del prossimo ripristino delle sanzioni secondarie, e’ iniziata la caduta verso il baratro per l’establishment clericale iraniano. Una caduta, si badi bene, in corso da anni, da ben prima dell’arrivo dell’attuale Presidente americano.

Come dimenticare infatti che, negli anni in cui Obama ha promosso la fine di importanti sanzioni all’Iran – e chiuso persino gli occhi davanti al narcotraffico di Hezbollah – nessun istituto finanziario Occidentale si e’ reso disponibile ad assicurare i numerosi accordi commerciali che le varie delegazioni firmavano visitando l’Iran? Come dimenticare che, per sopperire a questo rifiuto delle banche Occidentali i Governi, tra cui quello italiano, hanno dovuto approvare garanzie pubbliche per provare a far partire il business con Teheran? E come dimenticare che, neanche in questo modo, i Governi Occidentali hanno trovato banche compiacenti a fare da controparte agli istituti di credito finanziario?

Il perche’ e’ semplice: l’Iran e’ una grande opportunita’ economica, ma non questo Iran. Questo Iran e’ corrotto, non garantisce alcuna trasparenza negli affari, non rispetta i minimi parametri dello Stato di Diritto, arresta persone senza reali motivazioni e soprattutto usa buona parte del denaro che riceve per finanziare il terrorismo internazionale, le fondazioni religiose e le compagnie dei Pasdaran, incapaci di fare realmente business.

Le proteste di ieri sono figlie dirette di tutto questo. A provocare la scintilla finale e’ stato il drastico calo del valore del Rial al mercato nero iraniano. Ormai per un dollaro, e’ necessario addirittura pagare 90,000 Rial! Purtroppo per il regime – e per fortuna per il mondo civile – ad unirsi alla protesta sono stati anche i potenti Bazari della capitale. Grazie al loro sostegno a Khomeini nel 1978-1979. fu possibile abbattere il regime autoritario dello Shah.

Neanche a dirlo, il Procuratore Generale di Teheran ha accusato “agenti esterni” di aver provocato le proteste popolari. Neanche a dirlo, le sue parole intendevano minacciare i manifestanti di arresti di massa. La fame, si sa, conta pero’ piu’ della paura delle manette. Ecco la ragione per cui, senza cambiamenti drastici da parte del regime, le proteste non si fermeranno. Potranno essere represse, ma prima o poi riprenderanno sempre fiato.

Il perche’ e’ negli slogan della folla arrabbiata ieri nelle strade di Teheran: “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”, “Marg Bar Falestine” (Morte alla Palestina), “Marg Bar Diktator” (Morte al Dittaore), “Non abbiamo bisogno di Khamenei”. Il popolo ne ha piene le scatole di un regime che passa il suo tempo a finanziare il peggior terrorismo internazionale, nel nome dell’Islam. Il popolo iraniano vuole un Paese che rispetti l’Islam, ma che si confronti con la grandezza della cultura persiana. Una cultura fatta di accoglienza e rispetto, da anni ormai violentata da un regime che pretende di usarne l’eredita’ cancellandone i valori.

Marg Bar Diktator!

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“Il Parlamento iraniano, che e’ cresciuto, maturo e saggio, deve approvare le leggi relative al contrasto al terrorismo e al riciclaggio di denaro, in maniera indipendente”.

Con queste poche parole, la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei ha dichiarato la fine del lungo negoziato in corso tra Teheran e il FATF-GAFI, ovvero il Financial Action Task Force, organismo semi-governativo, che si occupa del contrasto al riciclaggio di denaro a fini terroristici.

Con l’avvio del negoziato sull’accordo nucleare, era anche in corso un negoziato per togliere l’Iran dalla lista nera del FATF-GAFI. Come noto, la Repubblica Islamica e’ dal 1984 considerata dal Dipartimento di Stato americano, come prima finanziatrice del terrorismo internazionale. Solamente lo scorso anno, l’Indice di Basilea aveva classificato l’Iran come primo Paese al mondo per riciclaggio di denaro.

Negli anni dopo la firma dell’accordo nucelare, il negoziato con tra Iran e FATF aveva prodotto pochi effetti. Concretamente, il FATF aveva solamente sospeso la opinione negativa su Teheran, al fine di provare a raggiungere un accordo stabile con quel regime. A quanto pare, anche dopo le parole di Khamenei, questo negoziato si avvia verso la conclusione. Una conclusione negativa.

Una conclusione negativa che sara’ anche favorita da un voto del Parlamento iraniano ad inizio di giugno: il Majles, infatti, ha sospeso per due mesi la discussione in merito all’ingresso dell’Iran nella Convenzione sul Finanziamento del Terrorismo delle Nazioni Unite. Una prerogativa richiesta anche per riuscire ad ottenere un parere positivo del FATF-GAFI.

La sospensione dell’ingresso dell’Iran alla Terrorism Finance Convention e il prossimo fallimento del negoziato con il FATF-GAFI, avra’ chiaramente un effetto – o almeno dovra’ avere – sui rapporti tra Teheran e Roma. La capacita’ dell’agenzia pubblica Invitalia di assicurare il business italiano in Iran – come previsto dalla Legge di Bilancio 2018 – e’ direttamente legata alle opinioni del FATF sui “Paesi ad alto rischio” (tra cui c’e’ anche la Repubblica Islamica).

Se gia’ ora non si trova una sola banca italiana disposta ad essere la controparte delle banche iraniane in questo accordo, certamente le recenti scelte di Teheran su terrorismo e riciclaggio di denaro, non potranno che peggiorare la situazione.

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Solamente qualche giorno fa, il regime iraniano ha impiccato Mohammad Salas, membro della minoranza dei Sufi, arrestato durante una protesta e accusato di aver investito – e ucciso – tre poliziotti iraniani in quella occasione. Salas ha sempre negato le accuse nei suoi confronti, affermando di essere stato costretto a confessare dopo aver subito un processo ingiusto e delle torture.

Non contento il regime, dopo aver impiccato Salas, ha deciso di arrestare la sua avvocatessa Zeinab Taheri. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars News, la Taheri e’ stata arrestata per “affermazioni false”, in pratica per aver detto pubblicamente di ritenere che il suo cliente fosse innocente.

Per la cronaca, Zeinab Taheri e’ anche l’avvocatessa di Ahmadreza Djalali, cittadino iraniano-svedese, condannato a morte in Iran con l’accusa di spionaggio. Anche Ahmadreza e’ stato turturato e costretto ad una confessione pubblcia, addirittura trasmessa in televisione. Il suo caso e’ molto noto in Italia, perche’ Ahmadreza ha lavorato per anni nel settore della ricerca medica all’Universita’ del Piemonte Orientale (da dove e’ partita la campagna per la sua liberazione, dopo l’arresto nell’aprile del 2016).

La vera ragione dell’arresto di Ahmadreza e’ il suo rifiuto di lavorare come agente del MOIS – l’intelligence iraniana – in Europa. Ricordiamo infine che, solamente una settimana fa, il regime ha arrestato nuovamente Nasrin Sotoudeh, anche lei avvocatessa impegnata nella difesa dei diritti umani.

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La crisi diplomatica tra l’Iran e il mondo arabo – Qatar escluso – ormai si estende a macchia d’olio. Dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra Iran e Marocco e dopo le accuse a Teheran del Governo algerino, ora si apre il fronte con la Giordania.

Secondo un importarte rappresentante giordano, Amman ha richiamato il suo Ambasciatore a Teheran, S.E. Abdullah Abu Rumman, e non pare avere alcuna intenzione di nominare un successore.

Ovviamente, la crisi si inserisce all’interno dello scontro tra Arabia Saudita e Iran, con il Ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi che ha dichiarato che la “stabilita’ di Riyad e’ parte della sicurezza del Regno Hashemita. La Giordania rigetta l’interferenza iraniana negli affari interni dei Paesi della regione”.

Teheran non ha reagito ufficialmente a questa decisione giordana, ma le agenzie di stampa iraniane hanno gia’ iniziato a martellare contro Amman. La Tasnim News, vicina ai Pasdaran, ha accusato le forze speciali giordane di aver aiutato la monarchia del Bahrain a reprimere le “manifestazioni popolari”.

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L’Agenzia di stampa ISNA ha pubblicato una notizia davvero importante: secondo quanto riferito alla ISNA da una fonte anonima dell’Ambasciata libanese a Teheran ha dato notizia della cancellazione dei visti di ingresso e di uscita dall’aeroporto di Beirut, per i cittadini iraniani.

Se confermata, si tratterebbe di una decisione davvero pericolosa: entrando ed uscendo liberamente dallo scalo di Beirut, potrebbe aumentare esponenzialmente il numero di miliziani sciiti e Pasdaran iraniani che arriveranno in Libano. Ovviamente, con effetti drammatici non solo sulla tenuta del fragile equilibrio interno libanese – gia’ oggi schiacciato su Hezbollah – ma anche per quello della Siria e per il rischio di un approfondimento della crisi con Israele.

Questa decisione, indirettamente, avrebbe anche un effetto sull’Italia, avendo Roma un contingente davvero importante nel Sud del Libano, nella missione internazionale UNIFIL 2. Solamente negli ultimi mesi, comandanti iracheni di milizie sciite pro Iran si sono fatti fotografare e filmare ai confini tra Libano e Israele. Tensioni a cui si somma il nuovo rapporto tra Iran e Hamas a Gaza (dietro tutte le recenti proteste al confine tra Gaza e Israele, piu’ che la crisi umanitaria nella Striscia, ci sono i soldi di Teheran…).

Per il nuovo governo giallo – verde e’ fondamentale tenere in considerazione questa notizia. Soprattutto considerando le attuali non idiliache relazioni tra Mosca e Teheran (Putin ha chiesto il ritiro di tutte le milizie sciite dalla Siria, ricevendo il diniego iraniano), il ruolo che la Russia vuole continuare ad avere in Siria e le posizioni ondivaghe di Bashar al-Assad, capace di dire una cosa a Russia Today e negarla il giorno dopo ai media iraniani. Il Governo italiano, quindi, deve anche tenere conto delle mosse iraniane, considerando anche la crisi diplomatica in atto tra mondo arabo e Teheran, con i Paesi del nord Africa in rotta di collisione con l’Iran per le sue ingerenze nei loro affari interni.

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Il regime iraniano ha nuovamente arrestato Nasrin Sotoudeh, famosa avvocatessa impegnata da sempre nella difesa dei diritti umani.

A dare notizia del nuovo arresto di Nasrin, e’ stato il marito Reza Khandan, con un post pubblicato sulla sua pagina Facebook. Nel post, Khandan ha anche scritto che – ricevendo gli agenti incaricati in casa – ha affermato: “Con tutte le cose che il Governo dovrebbe fare per il Paese, la sola cosa che fa e’ arrestare persone”.

Ricordiamo che Nasrin e’ stata gia’ arrestata nel 2010 e condannnata a sei anni di carcere per “propaganda contro lo Stato” e “cospirazione”. Nel 2012 Nasrin ha dichiarato lo sciopero della fame, che duro’ addirittura 50 giorni, per protestare contro le persecuzioni alla sua famiglia.

Alla fine la Magistratura scelse di liberarla nel settembre del 2013, ma da anni le e’ pratiamente impedito di  svolgere liberamente la sua professione di avvocato. Ultimamente Nasrin ha preso parte anche al movimento di protesta per i diritti delle donne, contro l’obbligatorieta’ di portare il velo.