Archivio per febbraio 2, 2018

women iran

All’inizio fu la “One Million Signatures”, una campagna per l’uguaglianza di genere in Iran, lanciata nel 2006 da decine di attiviste iraniane – tra cui il Premio Nobel Shirin Ebadi. Per la prima volta, pubblicamente, veniva sfidato il sistema misogino che governa la Repubblica Islamica, quello che relega legalmente la donna, ad un essere di serie B nella società islamista.

Durante la protesta dell’Onda Verde del 2009, poi, fu l’immagine tragica di Neda Soltan, a simboleggiare la lotta delle donne iraniane contro il regime. Il video che la mostrava sanguinante per terra, mentre emetteva i suoi ultimi respiri, fece il giro dei social network. La sua morte, terribile, mostro’ al mondo il volto brutale del regime!

neda soltan

Neda Soltan

Nel 2014, quindi, fu una pagina Facebook “My Stealthy Freedom“, la mia Libertà Rubata, a dare voce alle donne iraniane. Una pagina aperta da una giornalista iraniana, Masih Alinejad, da tempo costretta a vivere in Gran Bretagna, per sfuggire alle leggi misogine del regime. L’obiettivo di Masih era semplice: dare una voce alle donne iraniane che intendono lottare per l’uguaglianza di genere, contro il velo obbligatorio e tutte le leggi che in Iran, trattano la donna come un essere secondario.

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Masih Alinejad, quando viveva in Iran (sinistra) e dopo il trasferimento a Londra (destra)

La pagina aperta dalla Alinejad, in poco tempo, ha avuto un successo clamoroso, ricevendo dall’Iran, centinaia di foto e video in cui le donne si mostrano senza velo o, coraggiosamente, sfidano i divieti del regime camminando con i capelli scoperti davanti ai Pasdaran o ai Basij.

Proprio dalla pagina My Stealthy Freedom, sono nati i “White Wednesday, i “Mercoledì Bianchi”: le ragazze iraniane vestono un capo bianco mentre girano per le strade ed inviano le loro foto (o video) alla Alinejad. Una protesta pacifica, per dire no, ancora una volta, al velo obbligatorio in Iran. Una campagna a cui, piano piano, si sono uniti anche gli uomini: padri, fratelli, mariti delle tante ragazze iraniane, pronti a metterci la faccia per dire basta ai soprusi contro i loro affetti.

Quando, a fine dicembre, sono scoppiate le nuove proteste popolari in Iran, un giovane madre di Teheran ha deciso di sfidare ancora il regime: senza paura, Vida Movahed si e’ tolta il velo bianco in Via della Rivoluzione, e lo sventolato come fosse una bandiera. La giovane e’ stata arrestata immediatamente e per settimane, del suo destino, nessuno ha saputo più niente.

L’arresto di Vida, pero’, non e’ servito a bloccare la lotta per l’uguaglianza di genere, anzi. Da quella data, decine e decine di donne – e anche di uomini – si sono fatti fotografare con un velo appeso ad una asticella, in segno di solidarietà a Vida e per la fine dell’obbligo all’hijab.  A questa lotta, si sono unite persino donne anziane e ragazze iraniane totalmente velate, coraggiose attiviste che – nonostante i loro convincimenti religiosi – non vogliono imporli ad altre ragazze coattivamente.

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Vida Movahed con il figlio di 19 mesi

Senza dimenticare che, nelle prigioni iraniane, rimangono detenute ancora oggi coraggiose attiviste per i diritti umani, condannate a decine di anni di carcere per aver aver pubblicamente protestato contro gli abusi del regime. Alcuni dei loro nomi sono Narges Mohammadi, Atena Daemi,  Golrokh Ebrahimi Iraee e Nasrin Sotoudeh, quest’ultima rilasciata dopo anni dal carcere, ma impossibilitata a svolgere liberamente e senza paura il suo lavoro di avvocato.

Quella che le donne iraniane stanno portando avanti, e’ una vera e propria rivoluzione culturale. Non e’ dato sapere quanto tempo ci vorrà perché questa rivoluzione abbia successo, ma ciò che e’ sicuro, e’ che si tratta di una battaglia che cambierà totalmente il volto dell’Iran aprendo le porte, probabilmente, alla fine dello stesso regime khomeinista. 

Perché? Perché dietro il velo obbligatorio, non c’e’ solo l’ideologia misogine, ma c’e’ tutto un sistema di potere clerico-fascista che, una volta eroso, sara’ destinato a crollare su se stesso come un castello di sabbia.

Dispiace, addolora, che le femministe Occidentali stiano – da anni – voltando le spalle a tutto questo processo, troppo prese evidentemente dalla volontà di “vincere la gara di amicizia con l’Iran…”

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