A due anni dalla scomparsa, l’Italia ricorda Regeni, ma dimentica (il vivo) Ahmadreza Djalali…

Pubblicato: gennaio 25, 2018 in Iran, Iran Diritti Umani, Iran Egitto, Iran Italia, Iran Politica Estera, Iran Prigionieri Politici, Iran Regime, Iran Tortura, Italia Siria
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regeni djalali

Il 25 gennaio del 2016 veniva rapito in Egitto il ricercatore Giulio Regeni. Giulio, purtroppo, venne trovato morto il 3 febbraio successivo nella capitale Il Cairo.

La morte di Regeni causo’ una drammatica crisi diplomatica tra Egitto ed Italia, con il Governo italiano che – nonostante i forti interessi nazionali – decise di richiamare l’Ambasciatore per rimandarlo solamente un anno e mezzo dopo, nell’agosto del 2017, dopo aver costretto il Governo egiziano a ricevere gli inquirenti italiani.

Al di la’ della condivisione o meno della scelta di rimandare il rappresentante diplomatico italiano al Cairo, e’ un dato di fatto che sulla questione Regeni, l’Italia non ha posto il tema dei diritti civili e dei diritti umani in secondo piano. Non solo: Giulio Regeni e’ divenuto un simbolo per diversi gruppi politici, soprattutto per il Movimento Cinque Stelle e per i partiti di sinistra. Il Presidente egiziano al-Sisi, quindi, e’ divenuto il simbolo dell’abuso dei diritti umani, politici e civili.

Niente di tutto questo e’ avvenuto e sta avvenendo per il caso del ricercatore medico iraniano Ahmadreza Djalali, arrestato nell’aprile del 2016, costretto a rilasciare una confessione sotto tortura, condannato a morte e da un anno e mezzo in carcere, probabilmente anche malato di tumore.

Ahmadreza Djalali, si badi bene, pur non essendo un prigioniero italiano, e’ un “prigioniero che appartiene all’Italia”. Nel senso che, pur non avendo un passaporto italiano, infatti, Ahmadreza ha lavorato per anni in Italia, all’Università del Piemonte Orientale. Proprio da qui, dopo il suo arresto, e’ partita la campagna per la liberazione di Djalali.

Al contrario di Regeni, il caso Djalali non ha avuto alcuna conseguenza diplomatica. Peggio, invece di sospendere le relazioni con l’Iran, l’Italia ha approfondito i rapporti economici con Teheran, senza porre alcuna precondizione nel rispetto dei diritti umani.

Anche a livello politico, solamente pochissime voci – spesso solitarie – si sono elevate dagli scranni parlamentari per denunciare il caso Djalali (qui un plauso va ai Senatori Manconi, Cattaneo e Ferrara e all’onorevole Locatelli). Voci coraggiose che, purtroppo, sono state sommerse da quelle che hanno raccontato un “Iran partner dell’Italia” o un “Iran partner necessario per la stabilita’ della regione”. Narrazioni inventate, come i fatti hanno dimostrato, per vendere al pubblico un paese immaginario e immaginato.

Politicamente parlando, al contrario del caso Regeni, i Cinque Stelle e la sinistra sia Renziana che Dalemiana, hanno abbracciato l’Iran. Peggio, come nel caso di Manlio di Stefano, hanno addirittura elogiato l’Ayatollah Khamenei…

Ora, a due anni dalla scomparsa di Regeni, l’Italia deve mettere sullo stesso piano del ricercatore italiano, quello di Ahmadreza Djalali. Cio’ vale soprattutto per il fatto che, per fortuna, al contrario dello sfortunato Regeni, Ahmadreza e’ ancora vivo. Ahmadreza Djalali può e deve essere ancora restituito alla sua famiglia, all’abbraccio di sua moglie e dei suoi figli piccoli.

Per fare tutto questo, pero’, l’Italia – e l’Europa tutta – devono porre la questione dei diritti umani come precondizione delle relazioni diplomatiche con l’Iran. Devono, se necessario, richiamare gli Ambasciatori a Teheran e isolare un regime fanatico, misogino e responsabile della violazione di numerosi trattati internazionali.

Sapra’ l’Europa della Mogherini e l’Italia della Bonino fare tutto questo? Onestamente, abbiamo davvero dei dubbi… 

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