Archivio per dicembre, 2016

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Le proprietà della Chiesa evangelica iraniana Jam’at-e Rabbani presso la città di Karaj, note come i Giardini di Sharon, sono state sequestrate dal regime. Precisamente, sono state confiscate dalla una organizzazione, denominate “Centro di Attuazione dei Decreti dell’Imam”, controllata direttamente dall’Ayatollah Khamenei, Guida Suprema iraniana. Questa organizzazione è stata creata su ordine di Khomeini dopo la rivoluzione del 1979, allo scopo di confiscare tutte le proprietà appartenenti allo Shah. Con gli anni, però, il regime ha allargato il ruolo di questa organizzazione, permettendole di mettere in pratica dei veri e propri sequestri di proprietà in stile mafioso.

Ovviamente, neanche a dirlo, per agire il regime si è appoggiato sulla solita scusa: ha accusato gli appartenenti alla Jam’at-e Rabbani di essere legati alla Chiesa evangelica di Philadephia e di lavorare per la CIA. Tutte accuse rigettate direttamente dai vertici della Jam’at, ma confermate da un Tribunale Rivoluzionario il 21 luglio scorso, in un processo che si è svolto addirittura senza i rappresentanti della Chiesa stessa e senza alcun avvocato della difesa.

La Jam’at-e Rabbani è parte della Assemblea di Dio, raggruppamento di Chiese evangeliche penatacostali che, in tutto il mondo, raccoglie oltre 68 milioni di fedeli. In Iran, la sede centrale della Jam’at-e Rabbani si trova a Teheran, ma i suoi membri sono spesso soggetti ad arresti da parte del regime ed accuse di spionaggio. Questo perchè la maggior parte dei fedeli della Jam’at, sono mussulmani che hanno deciso di abbandonare l’Islam e convertirsi al cristianesimo. Una scelta che nella Repubblica Islamica è non solo vietata, ma punita con l’accusa di apostasia.

Per approfondire sulla persecuzione dei cristiani in Iran, vi preghiamo di  leggere questo paper: The Cost of Faith: Persecution of Christian Protestants and Converts in Iran

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La notizia della liberazione di Aleppo da parte delle forze lealiste, ovvero di quelle fedeli a Bashar al Assad, è giunta nello stesso periodo in cui il regime siriano annunciava la nuova caduta di Aleppo nelle mani dell’Isis. Una notizia accettata senza controbattere da praticamente tutti i media internazionali.

Peccato che nessuno si e’ domandato se, la nuova caduta di Palmira nelle mani del Califfato, sia un evento autentico, o l’ennesimo fake organizzato dal regime. Ci spieghiamo meglio: come noto, grazie alla liberazione dei centinania di jihadisti sunniti dalle carceri siriane – tutti finiti nei gruppi ribelli siriani di matrice fondamentalista – il clan di Assad (e dell’Iran), è riuscito a cambiare la natura della rivolta siriana, trasformandola in un conflitto settario ed estremista. Lo scopo era chiaro: polarizzare lo scontro e presentare al mondo Assad come l’unica alternativa alla deriva wahhabista.

A tale scopo, non solo Assad ha rifornito Isis di uomini, ma anche di soldi. Come noto, e come riconosciuto anche dalla stessa Unione Europea, importanti busisnessman siriani hanno portato avanti per Damasco, traffici illegali con il Califfato, soprattutto nel settore energetico (No Pasdaran). In pratica, proprio il regime siriano e’ diventato il primo cliente di Isis, garantendo almeno il 70% delle finanze del gruppo terrorista di al Baghdadi. Non solo: per autenticare la fiction, l’esercito siriano ha permesso anche ad Isis di conquistare (e distruggere) la città di Palmira, patrimonio Unesco, ottenendo lo sdegno della Comunità Internazionale.

Come detto, era praticamente una grande fiction: quasi nessuno scontro tra l’esercito siriano e Isis è avvenuto per la presa di Palmira nel 2015 e quasi nessuno scontro tra Isis e l’esercito siriano è avvenuto durante la riconquista di Palmira da parte delle forze di Assad nel marzo del 2016. Le due parti si sono ordinatamente ritirate, come se ci fosse in coordinamento militare vero e proprio (Business Insider). Come noto, nonostante le denunce, l’entrata dell’esercito siriano a Palmira fu salutata dal mondo con grandi elogi e venne anche denunciata la scoperta di fosse comuni, a riprova dei massacri comessi dai fedeli di al Baghdadi. Peccato che, successivamente, ben pochi media denunciarono che quelle immagini erano un falso, riprese purtroppo da quanto avvenuto veramente in Iraq nel 2014 (EA World View).

Ora la domanda è una sola: come ha potuto Isis riconquistare Palmira alle forze siriane? Come ha potuto farlo nello stesso momento in cui, teoricamente, i gruppi ribelli e quelli jihadisti anti-Assad, si trovano in una fase di generale ritiro? Alcuni lo spiegano con la battaglia di Aleppo. Una operazione che, secondo i sostenitori di questa tesi, avrebbe richiesto ad Assad di concentrare le forze verso la nuova zona di conflitto. Difficile crederlo, soprattutto considerando che quella ad Aleppo est, non è stata una azione militare di terra, ma sostanzialmente una campagna aerea di distruzione totale, portata avanti dall’aviazione russa, in coordianamento con alcune forze milizie sciite sul terreno, direttamente agli ordini di Teheran.

La risposta è differente, e sta nelle diverse strategie che i sostenitori di Assad hanno. I russi, infatti, puntano ad una campagna militare durissima, che sia però finalizza ad un processo di negoziazione politica e di accordo non solo con alcune fazioni ribelli, ma soprattutto con la Turchia di Erdogan e altri attori sunniti, quali l’Arabia Saudita. A tal fine, Mosca considera anche la figura di Bashar al Assad come sacrificabile. Diversa è la posizione di Assad e soprattutto dell’Iran. Per questi due attori, la permanenza del dittatore siriano è vitale, cosi come la continuazione del conflitto sino alla fine. Un accordo negoziale, infatti, dovrebbe prevedere naturalmente una forma di exit strategy per Assad – una figura inaccettabile da parte dell’opposizione siriana. Senza Assad, l’Iran non avrebbe più la certezza di un partner fidato, capace di garantirgli non solo un accesso al Mediterraneo, ma soprattutto un collegamento diretto con Hezbollah in Libano. Non è un caso che, proprio durante le fasi finali della battaglia di Aleppo, sia Asssad che l’Iran si sono opposti con tutte le forze alla firma di una tregua. Un cessate il fuoco che hanno duvuto alla fine digerire, dopo gli accordi conseguiti da Putin con la Francia e la Turchia.

A riporva di quanto diciamo, quindi, riportiamo una recente intervista di Assad a Russia Today, in cui il dittatore siriano precisa che la guerra non è finita, che alla liberazione di Aleppo deve far seguito quella di altre aree come Idlib e denuncia la necessità di riprendere Palmira dalle mani di Isis (Sana.sy). Qui il cerchio si chiude, spiegando bene a cosa è servita la nuova caduta di Palmira: per mezzo di questa nuova finzione, Assad e Teheran intendono costringere Mosca a continuare la guerra e l’intera Comunità Internazionale ad abbandonare definitivamente tutte le forze ribelli presenti in Siria, anche quelle non legate ad Al Qaeda e al Califfato.

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In queste settimane sui social network in Iran ha fatto molto successo un video che mostra il personale di bordo e i passeggeri iraniani di un volo della Air Asia tra Kuala Lumpur e Teheran, mentre ballano gioiosi seguendo il ritmo di una bella canzone persiana. Il video e’ diventato famoso come l'”aereo piu’ felice” tra Malesia e Iran. Il video, ovviamente, mostra ragazzi e ragazze, senza il velo, che ballano felici liberamente.

Apriti cielo: una volta diventato virale il video, l’Autorita’ per l’Aviazione Civile iraniana ha emesso un comunicato ufficiale, minacciando la Asia Air e pretendendo che si conformi alle “strette normative morali” in vigore nella Repubblica Islamica dell’Iran.

Come sempre denunciato, per il regime khomeinista gli iraniani non hanno diritto alla felicità…neanche in volo…

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Quello che vi mostriamo di seguito, è un video eccezionale che arriva dall’Iran. Il video risale alla giornata dello studente, che si celebra nella Repubblica Islamica il 7 dicembre di ogni anno (anniversario del massacre degli studenti dell’Università di Teheran nel 1953). Anche quest’anno, la celebrazione della giornata dello studente è stata l’occasione per i giovani iraniani per protestare contro le repression del regime e richiedere la liberazione dei detenuti politici (Good Morning Iran).

In uno dei video che sono stati pubblicati sui social network dopo quelle proteste, si può vedere e ascoltare il coraggioso discorso di protesta di un giovane studente iraniano. Coraggioso non solo per il suo contenuto, ma anche perchè espresso davanti al deputato iraniano Ali Motahari, un conservatore, che ha però sfidato diversi tabù, soprattutto richiedendo un legittimo processo per i leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi (agli arresti domiciliari dal 2011 senza alcuna accusa formale e senza alcun processo).

Nel video, il giovane iraniano chiede giustizia per il massacro degli oppositori politici avvenuto nel 1988. Un massacro legittimato da una fatwa di Khomeini e compiuto anche grazie alle sentenze emesse dall’attuale Ministro della Giustizia del Governo Rouhani, Mostafa Pourmohammadi. Ancora, lo studente disapprova la presa degli ostaggi all’ambasciata Americana di Teheran. Ostaggi tenuti illegalmente per 444 giorni, contro tutte le normative previste dal diritto internazionale. Anche in quel caso, una azione che fu benedetta direttamente da Khomeini e che vide protagonista l’attuale Vice Presidente iraniana Masoumeh Ebtekar. Infine, senza mezzi termini, il giovane studente contesta la politica del regime iraniano in Siria, denunciando che “la storia ci condannerà per il genocidio dei siriani”. In particolare, lo studente mette in luce il peso della morte di oltre 500,000 persone – tra cui migliaia di bambini – e l’odio che questa violenza genererà per i decennia a venire contro l’Iran (International Campaign for Human Rights in Iran).

Dubitiamo che qualcuno nell’establishment iraniano darà retta a questo coraggioso studente…siamo più sicuri che qualcuno, putroppo, lo costringerà a tacere…

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Nonostante il fatto che la guerra in Siria sia ben lungi dal terminare, ad oggi – militarmente parlando – ci sono due realtà che stanno perdendo: le forze di opposizione (jihadiste e non) e il regime iraniano. Per quanto riguarda Teheran, apparentemente la Repubblica Islamica pare essere tra i vincenti momentanei della partita. E’ solo apparenza: i Pasdaran mesi fa hanno dovuto pregare Mosca per intervenire direttamente al fianco di Assad e oggi sono costrette a subire da osservatori l’accordo tra Putin ed Erdogan su Aleppo. Gli iraniani, infatti, non avrebbero voluto sentir parlare di tregua, preferendo una strategia dell’accerchiamento e dello sterminio ad Aleppo Est. Non va dimenticato, a tal proposito, che sono state proprio le milizie sciite filo-iraniane a far fallire la prima tregua ad Aleppo, accerchiando i civili in fuga e sparando sui camion dei profughi.

L’Iran è consapevole di non avere un allineamento strategico totale con Putin. Con l’elezione di Trump poi, la Repubblica Islamica rischia di rimanere totalmente isolata. Se Putin e Trump trovassero veramente una intesa sul Medioriente (da verificare…), gli iraniani rischierebbero di essere lasciati al loro destino anche da Mosca. Se a questo si aggiungesse la fine de facto dell’accordo nucleare e nuove sanzioni contro i Mullah, l’economia iraniana andrebbe definitivamente a picco con conseguenze interne potenzialmente devastanti per il regime (una delle ragioni per cui i Basij e i Tribunali Rivoluzionari stanno aumentando le repressioni contro gli attivisti e le minoranze etniche).

Khamenei e la sua cricca, sono consapevoli di avere una sola via d’uscita: prolungare i conflitti in Siria e Iraq sino allo stremo. A tal fine, i Pasdaran puntano a trasformare anche Mosul in una Aleppo, imponendo al governo di al Abadi di chiudere ogni via d’uscita per gli abitanti della città sunnita irachena sotto attacco. Allo stesso tempo, gli iraniani sanno che, per prolungare il conflitto, hanno bisogno di allargarlo. Come? Semplice: creando le basi per un nuovo scontro settario senza limiti, quello tra sciiti e curdi.

Ecco allora che arrivano le parole dello Sceicco sciita Qais al Khazali, leader del gruppo paramilitare Asa’ib Ahl al-Haq (AAH) finanziato e addestrato dalla Forza Qods. Al Khazali ha dichiarato in una intervista alla TV irachena che – una volta sconfitto Isis – si aprirà il problema curdo, particolare quello di Massoud Barzani (ovvero dei Peshmerga). Khazali ha quindi aggiunto che, sul Kurdistan, non accetterà il fatto compiuto, ovvero l’autonomia della regione del Kurdistan iracheno (Exclusive Magazine).

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Lo sceicco al Khazali con Qassem Soleimani, capo della Forza Qods

Il messaggio è chiaro: le forze paramilitari sciite, riunite nella Forza di Mobilitazione Popolare (di cui la AAH è parte), sono pronte ad aprire un conflitto con i curdi, trovando una sponda nei nemici di Barzani, ovvero nelle forze curde legate al PUK di Jalal Talabani (vicino all’Iran e da sempre nemico del Presidente del Kurdistan iracheno). A queste affermazioni va aggiunto il progetto iraniano di riportare al Maliki a capo del potere politico a Baghdad (No Pasdaran). Al Maliki è colui che, escludendo totalmente i sunniti dal potere su ordine di Teheran, ha provocato la rinascita di al Qaeda in Iraq e la conseguente trasformazione in Stato Islamico.

Una simile guerra, significherebbe trascinare nel conflitto – ancora più approfonditamente – la Turchia di Erdogan, da anni ormai grande protettrice dell’indipendenza de fact del Kurdistan iracheno. Inoltre, significherebbe anche costringere la Russia a scegliere da che parte stare, creando le basi per uno scontro tra Washington e Mosca. La dirigenza del Kurdistan iracheno, ha condannato le parole di al Khazali, sottolineando che lo sceicco sciita e i suoi jihadisti, sono autori di massacri settari e dovrebbero essere processati per crimini contro l’umanità (Rudaw.net).

E’ bene che l’Occidente rifletta approfonditamente su quello che potrebbe presto accadere in Iraq perchè, proprio i piani iraniani, potrebbero affossare ogni speranza – già flebile – di grande intesa tra Mosca e Washington. Se questo pericolo venisse sottovalutato e non si decidesse di mutare la sua strategia di sostegno a Teheran, l’Occidente potrebbe essere trascinato ancora più pesantemente nei drammi del Medioriente, con effetti sulla sicurezza e sull’immigrazione davvero imprevedibili e pericolosi.

Per appronfondire:

No Pasdaran, “Almeno Ascoltate i curdi: ‘L’Iran recluta jihadisti sciiti per combatterci’

No Pasdaran, “Iraq, Barzani avverte Baghdad e l’Occidente: ‘Non vogliamo milizie sciite filo-iraniane in Kurdistan e Sinijar’

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Il 12 dicembre scorso, proprio mentre Angelino Alfano si apprestava a sostituire Gentiloni alla Farnesina, il Ministero degli Esteri italiano diramava un comunicato ufficiale su Aleppo. Nel comunicato, la Farnesina esprimeva preoccupazione per la situazione ad Aleppo est, riaffermando “l’imperativo di proteggere la popolazione civile e rispettare il diritto umanitario internazionale”. Belle parole, ma purtroppo nulla di più (Esteri).

Già perchè la condanna di quanto succeede ad Aleppo da parte del Ministero degli Esteri italiano, suona alquanto stonata. E’ proprio dalla Farnesina, infatti, che in questi anni è stato promosso il riavvicinamento tra Roma e Teheran. Un riavvicinamento talmente veloce e assertivo, da portare addirittura la radicale Emma Bonino ad affermare pubblicamente che “l’Italia vuole vincere la gara di amicizia e collaborazione con l’Iran” (Rai News 24). Una gara che il Governo italiano ha quindi provato a vincere addirittura ricevendo Hassan Rouhani, a capo di un regime fondamentalista, come uno statista e coprendo in suo onore le statue nude in Campidoglio (New York Times). Negli ultimi anni la Repubblica Islamica ha praticamente godoto di un sostegno  incondizionato da parte del Ministero degli Esteri Italiano, sino a far dire a Rouhani che, ìOvviamente, a questo sostegno hanno fatto seguito decine di delegazioni economiche e politiche. In tal senso, come non ricordare i velatissimi viaggi in Iran, non solo dell’ex Ministro Bonino, ma anche della Presidente della Camera Boldrini e della Presidente del Friuli Venezia Giulia, Deborah Serracchiani (No Pasdaran). Tutte donne Occidentali e riformiste, incapaci di dire una singola parola sui diritti delle donne iraniane, davanti ai Mullah iraniani…

Ora veniamo al conflitto siriano. In Siria, a sostegno di Bashar al Assad, sono oggi impegnati oltre 70,000 truppe iraniane, ma si vocifera che siano almeno il doppio. A queste vanno sommate le milizie sciite controllate da Teheran, primo fra tutti Hezbollah, ma anche i gruppi paramilitari provenienti dall’Iraq e le brigate composte da afghani, pakistani e palestinesi. Come ammesso dagli stessi iraniani, sono queste milizie paramilitari sciite che, direttamente dal terreno, informano l’aviazione russa sulle aree da bombardare. Ergo, sono queste milizie comandate dall’Iran, le prime responsabili dei massacri di civili attualmente in corso ad Aleppo Est. Non solo: secondo quanto riporta il Guardian, sono ancora queste milizie che stanno impedendo ai civili sopravvissuti di lasciare la città in fiamme (The Guardian).

Davanti alla tragedia di Aleppo, quindi, non è più possibile tergiversare e girare intorno alle parole. Se davvero il Ministro Alfano vuole imprimere un nuovo passo alla diplomazia italiana, deve iniziare allontanando l’immagine dell’Italia da quella del regime iraniano. Lo deve fare non solo come segno di solidarietà per i civili siriani, ma anche per la tutela degli stessi interessi nazionali italiani. La guerra siriana non finirà ad Aleppo. Al contrario, dopo la possibile vittoria manu militari, il risentimento sunnita verso gli sciiti non potrà che aumentare, provocando ancora morti e dolore. In questo contesto, sicuramente, l’appiattimento di Roma sulle posizioni di Teheran, nel lungo periodo, non farà che danneggiare l’Italia, i suoi valori democratici e i suoi stessi interessi geopolitici ed economici.

 

Il Pasdaran Abdollahi, a capo della Khatam al-Anbia

Il Pasdaran Abdollahi, a capo della Khatam al-Anbia

I Pasdaran sono furiosi con il Governo di Hassan Rouhani, per un accordo firmato tra la Iran Shipping Lines (IRISL) e la sudcoreana Hyundai. L’accordo prevede la costruzione, da parte della compagnia asiatica, di dieci navi container per la IRISL. In un Paese normale, questo accordo sarebbe considerato un passo positivo a livello economico. L’Iran, però, anche economicamente parlando non è un Paese normale. Buona parte del suo sistema economico, infatti, è controllato direttamente – o indirettamente – dai Pasdaran e dalle Fondazioni religiose (Bonyad).

Per questo, l’accordo IRISL – Hunday ha fatto scattare la reazione delle compagnie controllate dalle Guardie Rivoluzionarie. Il Generale Abdollah Abdollahi, a capo della holding dei Pasdaran Khatam al-Anbia, ha duramente criticato l’accordo, sottolineando che la Iran Marine Industrial Company, una controllata della Khatam al-Anbia, potrebbe costruite le dieci nuove navi container, senza ricorrere ad una società estera (EA World View). Per questo, Abdollahi ha chiesto al Presidente iraniano di cancellare l’accordo con Hunday (Tasnim News, The Maritime Executive)

Il Governo, per bocca del vicepresidente Eshagh Jahangiri, non ha rigettato la richiesta dei Pasdaran, ma ha cercato di salvare gli impegni presi con Hunday sottolineando che si trattava di un progetto già sottoscritto nel 2008, ma sospeso per via delle sanzioni internazionali. Mentre Jahangiri tentava di parare i colpi, il capo dei Pasdaran Ali Jafari, invitava i dirigenti della Khatam al-Anbia ad aumentare il loro impegno verso il jihad economico – promosso direttamente da Khamenei – concentrando l’attenzione soprattutto sulla produzione domestica (Fars News). Un chiaro segnale al Governo, contro l’arrivo delle compagnie estere (soprattutto quelle Occidentali).

Le reazioni dei Pasdaran ai contratti firmati dal Governo con compagnie straniere, non vanno prese come mera propaganda, ma come minacce reali. Basti ricordare quanto accaduto nel 2004, quando i Pasdaran bloccarono tutti gli accessi all’Imam Khomeini Airport – e gli stessi voli in arrivo – per far cancellare l’accordo di gestione dello scalo firmato dal Governo Khatami, con un consorzio turco-austriaco. Il Governo iraniano fu costretto a cancellare quanto aveva sottoscritto…

La crisi tra le varie fazioni dell’establishment iraniano sul caso Hunday – IRISL, rappresenta un monito per tutti gli investitori, soprattutto quelli Occidentali. Si tenga a mente che in Iran non esiste un vero stato di diritto e che le regole le fanno coloro che hanno la forza. Purtroppo, nella Repubblica Islamica, chi detiene la forza, detiene anche il potere di cancellare il diritto, anche se scritto nero su bianco…

Da vedere: Audizione alla Commissione esteri del Congresso Americano

“I Pasdaran sono i maggiori beneficiari dell’accordo nucleare”