Archivio per giugno, 2016

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Domani in Iran si celebrerà in Iran l’annuale “Giornata per Gerusalemme”, niente altro che una manifestazione di odio contro Israele e l’Occidente, mascherata dietro la pantomima del supporto ai palestinesi.

In questa occasione, anche il Presidente iraniano Rouhani, internazionalmente considerato un moderato, ha rilasciato delle dichiarazioni di odio, che devono far riflettere la Comunità Internazionale (Good Morning Iran).

Rouhani, parlando in seduta di Governo, ha invitato gli iraniani e tutti i mussulmani a partecipare in massa alla Giornata di Gerusalemme. Il Presidente iraniano, quindi, ha accusato il “regime sionista” (mai chiamato con il nome Israele, segno evidente di non riconoscimento del suo diritto all’esistenza), di essere il solo responsabile del terrorismo che sta colpendo il Medioriente e l’Occidente. Lo scopo di questa strategia, secondo la tesi complottista di Rouhani, e’ quello di dividere il mondo mussulmano e provocare lo scontro tra Islam e Cristianesimo.

La parte più dura, pero’, arriva alla fine: per Rouhani, infatti, la partecipazione alla Giornata di Gerusalemme e il sostegno ai palestinesi, non e’ altro che una parte del “percorso della jihad” per arrivare alla liberazione di al-Aqsa (Gerusalemme).

Oltre a dimostrare la non moderazione del Presidente iraniano, e’ paradossale che queste parole di Rouhani arrivino pochi giorno dopo la decisione del Dipartimento di Stato Americano di rinominare l’Iran come primo Paese sponsor del terrorismo internazionale e quella del Financial Action Task Force, di mantenere Teheran nella blacklist degli Stati responsabili di riciclaggio di denaro, al fine di finanziare il terrorismo internazionale. 

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In pochi giorni il Presidente turco Erdogan sembra aver dato una svolta radicale alla politica estera della Turchia. Dopo il fallimento dell’ipotesi “zero nemici” e dell’abbattimento del regime di Bashar al Assad in Siria, il leader dell’AKP sembra aver deciso di voltare pagina.

A Roma e’ stata finalizzata la pace tra Israele e Turchia. In cambio di alcune riparazione economico-umanitarie per il caso della Mavi Marmara, i due Paesi hanno deciso di ristabilire le relazioni diplomatiche, economiche, militari e di sicurezza. Non solo, hanno anche deciso di approfondire le relazioni energetiche, un aspetto importante considerando i giacimento offshore scoperti al largo delle coste israeliane e il ruolo della Turchia come territorio di passaggio di importanti pipeline verso l’Europa (Hurriyet Daily News).

L’accordo tra Israele e Turchia cela la debolezza di Hamas, ormai un attore in cerca di sopravvivenza per mantenere il suo ‘statarello de facto’ a Gaza, ma anche il sostegno (o perlomeno il non ostacolo) anche dell’Arabia Saudita, un Paese che attualmente ha avviato una nuova collaborazione con il Presidente Erdogan. Il Re saudita Salman, ha infatti iniziato una politica di dialogo anche con la Fratellanza Mussulmana, di cui Erdogan e’ oggi il principale esponente.

Al fianco della riconciliazione con Israele, la Turchia avrebbe anche offerto a Mosca le sue scuse ufficiali per l’abbattimento del Su-24 avvenuto lo scorso anno. Nella lettera di scuse ufficiali, Erdogan ribadisce a Putin la centralità dei rapporti strategici tra la Russia e la Turchia (Russia Today). Si tratta di rapporti estremamente importanti sia in tema di interscambio commerciale e che di import energetico (per Ankara).

Nello stesso momento in cui Erdogan da prova di realismo, dall’Iran trapela la notizia del viaggio di Ali Shamkhani, segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale, a Mosca. Shamkhani e’ l’uomo chiave delle relazioni tra l’Iran e la Siria ed e’ stato da poco nominato anche come mediatore delle relazioni tra Teheran-Damasco e Mosca. Secondo le notizie ricevute, in Russia Shamkhani ha incontrato il suo omologo Nikolai Patrushev e l’inviato speciale di Putin per la Siria, Alexander Lavrentiev (EA WordView).

In merito al contenuto dei colloqui non ci sono informazioni ufficiali. E’ noto pero’ che i russi non sono contenti del comportamento dei comandanti iraniani nella campagna per la riconquista di Aleppo (mentre gli iraniani accusano l’aviazione russa di scarso supporto). Allo stesso modo, e’ noto che Mosca non considera Bashar al Assad un partner non sacrificabile.

Chiaramente, pero’, sul tavolo della discussione c’e’ stata anche la svolta compiuta da Erdogan, un partner che la Russia ritiene importante. Nonostante l’alleanza tattica tra Mosca e Teheran in Siria, Putin non vede la geopolitica della regione Mediorientale come Khamenei. Putin non intende portare lo scontro con il fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita fino allo stremo. Al contrario, il Presidente russo ritiene la monarchia saudita un partner necessario, anche per combattere il jihadismo wahhabita presente nel Caucaso.

Con la riconciliazione tra Israele e Turchia – tesa a bloccare l’espansionismo imperialista iraniano nel Mediterraneo, in primis in Siria e Libano – e con la normalizzazione dei rapporti russo-turchi, l’Iran comincia a sentire il peso della strategia a tenaglia che il fronte sunnita gli sta costruendo introno. Una strategia che intende isolare Teheran e premere sugli Stati Uniti per far fallire la normalizzazione dei rapporti tra Occidente e Repubblica Islamica.

 

 

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Mentre l’Occidente dipinge il regime iraniano come un “attore di stabilizzazione” del Medioriente e un “partner per la pace”, a Teheran da anni si lavora per definire il dominio di parte della Siria e dell’Iraq. Ovviamente, un dominio da realizzare con la forza, con il solo metodo che la Repubblica Islamica conosce: il dominio dei pretoriani.

Per questo, l’Iran da tempo sta lavorando alla creazione di nuove forze paramilitari, totalmente fedeli a Teheran, che ricalchino lo stile dei Pasdaran e di Hezbollah. Soprattutto, e’ centrale per gli iraniani riuscire a creare le nuove Guardie Rivoluzionarie in Iraq, nell’area a maggioranza sciita, ovvero nell’unica area (pianeggiante) in cui geopoliticamente l’Iran può allargare il suo potere. Il resto dell’Iran, infatti, e’ circondato da montagne: un dato che permette alla Repubblica Islamica di potersi difendere facilmente da invasioni di terra, ma anche un limite per le espansioni verso l’esterno.

Parlano gli iraniani

I progetti del regime iraniano non sono neanche troppo un mistero. Basta leggere le dichiarazioni di importanti rappresentanti di Teheran, le agenzie di stampa iraniane e qualche analisi che non sia asservita al buonismo del mainstream. Ecco allora che escono fuori le parole di Mohsen Rafighdoost, potente fondantore dei Pasdaran ed ex boss della Fondazione degli Oppressi. Parlando al club dei giornalisti il 7 giugno scorso, Rafighdoost ha dichiarato che “delle forze d’elite’ possono difendere l’Iraq dalle tensioni e l’instabilità”. Per questo, come modello da imitare, Rafighdoost ha indicato proprio le Guardie Rivoluzionarie iraniane. 

Per la cronaca, Teheran sta già da tempo lavorando con i fatti ai suoi progetti. Recentemente un clerico iraniano ha dichiarato che e’ intenzione dell’Iran costruire delle basi militari in Iraq, non lontane dai confini con l’Arabia Saudita. A queste dichiarazioni, si sono aggiunte quelle del Generale Ali Fadavi, potente capo della Marina iraniana. Fadavi ha rivelato che, ormai da mesi, l’Iran sta addestrando delle truppe di volontari nelle isole Faror, territori occupati dall’Iran e contesi con gli Emirati Arabi Uniti. Tra le altre cose, anche Mahdi Taeb, responsabile della Base Strategica di Ammar (un think tank per combattere la cosiddetta “soft war”), ha dichiarato che l’Iran e’ pronto a ricreare i Pasdaran in Iraq (Asharq al Awsat).

Non e’ un caso che, dopo le dichiarazioni iraniane, l’Arabia Saudita ha deciso di nominare un nuovo attache’ militare proprio in Iraq. Annuncio dato dopo l’incontro tra l’Ambasciatore saudita a Baghdad Thamer Al-Sabhan e il Ministro della Difesa iracheno Khaled Al-Obaidi (Middle East Monitor). Khaled al-Obaidi e’ praticamente il solo sunnita che occupa una carica di rilievo nella sicurezza a Baghdad. La sua nomina, ha permesso agli sciiti filo-iraniani dell’Organizzazione Badr, di prendere il controllo del Ministero dell’Interno iracheno con Mohammed al-Ghabban (al-Jazeera).

Parlano i numeri

Secondo le stime degli esperti, ci sarebbero già almeno 30000/40000 membri delle sciite fedeli all’Iran in Siria e circa 100000 in Iraq.Senza dimenticare, pero’, le dichiarazioni del capo dei Pasdaran Ali Jafari. Jafari, senza girarci intorno, ha detto di avere già pronti almeno 200000 giovani addestrati alle armi, in cinque diversi Paesi.

A Baghdad, in particolare, l’Iran può contare su milizie quali l’Organizzazione Badr, Kata’ib Hezbollah e la stessa Forza di Mobilitazione Popolare, in teoria una unione di forze creata per vincere Isis contro il settarismo, ma divenuta praticamente l’ennesimo strumento nelle mani dei Pasdaran.

In questo momento, pero’, la parte parte di rilievo nella campagna di Fallujah, la sta avendo il Battaglione al-Khorosani, comandato da Ali al-Yasiri (Jihadintel). Dietro la scusa di combattere Daesh, questo battaglione sta compiendo dei massacri nei confronti dei sunniti dell’area dell’Anbar. 

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Lo stemma del Battaglione al-Khorosani

Il massacro della scuola Zo al-Nourin

Un caso concreto e’ quanto accaduto ad un gruppo di sfollati sunniti iracheni, in fuga dalla zona di conflitto. Intercettati dal Battaglione al-Khorosani, i profughi sono stati arrestati. Gli uomini sono stati divisi dalle donne e circa 1000 persone di eta’ compresa tra i 12 e i 50 anni, sono stati portati in una scuola chiamata Zo al-Nourin, sulla strada tra Boukash e al-Saqlawiyah. Ovviamente, quasi tutti i fermati erano maschi.

Nella scuola, quindi, i detenuti sono stati accusati – senza alcuna prova – di essere responsabili del massacro di Camp Speicher, quando il 12 giugno del 2014 Isis ha attaccato una base aerea del Governo di Baghdad, uccidendo 1700 cadetti, tutti Sciiti. Dei testimoni sopravvissuti hanno riportato che i miliziani sciiti della al-Khorosani hanno ucciso almeno 300 prigionieri sunniti nella scuola e altri ancora in un hangar presso al-Saqlwiyah.

Il massacro della scuola Zo al-Nourin ha determinato la protesta di alcuni membri del Parlamento iracheno. Una delegazione di parlamentari, guidata da Ghazi al-Muhammadi, ha quindi visitato il resto dei prigionieri, trasferiti nel frattempo presso il campo di al-Mazra. Qui, la delegazione ha trovato solamente 605 maschi, sui 1000 iniziali che erano stati fermati dalla milizia sciita.

Risultato? La tribù di al-Mahamda, a cui la maggior parte dei prigionieri sunniti apparteneva, ha giurato fedelta’ ad Isis, rivoltandosi contro il Governo di al-Abadi (Middle East Briefing).

La stessa Forza di Mobilitazione Popolare, guidata da Abu Mahdi al-Muhandis (inserito nella lista dei terroristi dagli Stati Uniti), ha commesso numerose atrocità nei confronti dei civili sunniti nelle aree “liberate” di Saqlawiyah e al-Karmah, a pochi chilometri da Fallujah. Massacri provati e denunciati direttamente dalle Nazioni Unite (Middle East Briefing).

Gli obiettivi sono chiari

Il regime iraniano ha in Mediorinte degli obiettivi molto chiari. Eccoli sintetizzati:

  • Approfondire il conflitto settario e dividere all’interno diversi Paesi Arabi, proprio sul modello di Hezbollah in Libano (un Paese che da due anni non elegge un Presidente…). Per questo l’Iran ha usato al-Maliki in Iraq per escludere i sunniti dal potere, un fatto che ha posto le premesse per la rinascita di al-Qaeda in Iraq, ovvero della base di Isis;
  • Creare i Pasdaran in Siria e Iraq, allo scopo di assicurare la proiezione strategica del regime iraniano verso il Mediterraneo. Un ponte che, passando per Baghdad e Damasco, arriva appunto a Beirut. Qui, Hezbollah svolge la parte chiave, perché rappresenta anche la via iraniana per attaccare Israele e trasportare verso l’esterno le tensioni che l’Iran rischia di avere al suo interno;
  • La missione dei “nuovi Pasdaran” e’ precisamente quella di incutere terrore nella popolazione sunnita che non si sottomette e di avviare una vera e propria pulizia etnica (dai sunniti), nelle aree che Teheran ritiene strategiche ai suoi interessi. Questo progetto, deve anche riuscire ad evitare che i sunniti creino delle loro forze paramilitari, per combattere la supremazia sciita filo-iraniana.

In Iraq, Al-Abadi e’ ormai troppo debole

Va detto, in conclusione, che il Primo Ministro iracheno Haider al-Abadi – anche lui sciita – sta cercando di porre un argine all’espansione incontrollata dell’Iran. Lo sta facendo avviando indagini sui massacri delle milizie paramilitari sciite intorno a Fallujah e lo sta facendo dando il comando delle operazioni anti-Isis al Generale Abdul-Wahab al-Saadi, non gradito a Teheran (No Pasdaran).

Purtroppo non sembra bastare, anche perché le milizie paramilitari sciite in Iraq, ormai non rispondono più ai comandi del Governo centrale. Le Forze di Mobilitazione Popolare, ad esempio, hanno esplicitamente rifiutato il comando di ritirarsi dalle aree intorno a Fallujah. Ormai, il solo uomo che comanda queste milizie paramilitari, sembra essere Qassem Soleimani, potente capo della Forza Qods. Un uomo che entra e esce dall’Iraq a suo piacimento…

L’Iraq – come al Siria – ormai sembrano esistere solamente sulle mappe…di alcuni anni fa…

Per approfondire, invitiamo a leggere: L’Iran e la funzione geopolitica provvidenziale del Califfato

 

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E’ stato ricoverato d’urgenza in ospedale Ehsan Mazandarani, giornalista riformista imprigionato per le sue posizioni politiche nel carcere di Evin. Il corpo di Ehsan non ha retto alla decisione del detenuto di dichiarare uno sciopero della fame, in protesta per le torture subite durante gli interrogatori (Iran Human Rights).

Per denunciare quanto accaduto, Ehsan aveva anche scritto direttamente ad Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran. Risultato: Ehsan e’ stato trasferito dal braccio 8, al braccio 2-A del carcere di Evin, quello controllato direttamente dai Pasdaran. Qui, il povero giornalista, e’ stato ancora una volta torturato e gli e’ stato chiesto di negare di aver scritto la lettera a Khamenei. Coraggiosamente, il giornalista iraniano ha rifiutato. Davanti ai silenzi delle autorità e alle violenze, Ehsan ha deciso di dichiarare lo sciopero della fame.

Il 20 giugno, come suddetto, Ehsan Mazandarani ha avuto un attacco di cuore ed e’ stato immediatamente ricoverato nell’ospedale Sina di Teheran. Inizialmente, per la precisione, il detenuto era stato portato nel reparto medico del carcere, ma ovviamente i medici di Evin si sono immediatamente accorti di non avere le necessarie attrezzature richieste per l’emergenza.

L’arresto di Ehsan Mazandarani: un caso riaperto con Rouhani

Ehsan Mazandarani e’ stato arrestato la prima volta nel 2012 insieme ad altri 20 giornalisti, durante le proteste contro l’ex Presidente iraniano Ahmadinejad. Poco dopo essere stato rilasciato, gli era stato promesso che la sua pratica sarebbe stata chiusa e sarebbero finite le persecuzioni.

Cosi non e’ stato: dopo l’arrivo al potere di Rouhani, Ehsan e’ stato nuovamente fermato dai Pasdaran e il processo contro di lui e’ stato incredibilmente riaperto. Riarrestato il 2 novembre del 2015, il giornalista iraniano e’ stato condannato a 7 anni di carcere. Per lui l’accusa, come al solito, e’ quella di “propaganda contro lo Stato” e ” aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale”. Neanche a dirlo…il giudice che lo ha condannato e’ Mohammad Moghisseh, notoriamente vicino ai Pasdaran…(Iran Human Rights).

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Qualche giorno fa il Bahrain ha deciso di ritirare la cittadinanza al clerico sciita Isa Qassim leader spirituale del partito sciita al Wefaq (pochi giorni prima, tra le altre cose, Manama aveva sospeso le attivita’ di al-Wefaq).

Isa Qassim e’ noto per essere politicamente ed ideologicamente vicino all’Ayatollah Khamenei, Guida Suprema dell’Iran. Secondo quanto dichiarato dal Ministero dell’Interno del Bahrain, la decisione di revocare la cittadinanza all’Ayatollah Qassim deriva dall’uso politico che egli ha fatto della religione, proprio con il preciso scopo di aizzare la minoranza sciita contro le forze di sicurezza e di fomentare lo scontro settario nel Paese. Non solo, sempre secondo Manama, l’Ayatollah sciita ha ricevuto dei fondi illeciti dall’Iran e dall’Iraq, bypassando le leggi finanziare della monarchia del Golfo (Bahrain Embassy UK).

A pochi giorni dalla decisione del Governo (sovrano) di Manama di revocare la cittadinanza all’Ayatollah Qassim, e’ arrivata la risposta del regime iraniano: Qassem Soleimani, comandante della Forza Qods, ha minacciato il Bahrain di essere pronto a provocare una “sanguinosa Intifada” al fine di “rovesciare la monarchia degli al-Khalifa” (New York Times, Tehran Times)

Soleimani, un terrorista e niente più

Qassem Soleimani e’ un terrorista. Lo diciamo chiaro, perché finisca immediatamente questa riscrittura della storia – promossa dal regime iraniano e dai suoi proxy – che vede il Comandante della Forza Qods divenire una specie di “Garibaldi” dei XXI secolo.

Qassem Soleimani e’ un terrorista nei fatti, riconosciuto come tale anche dalle sanzioni internazionali. Un Occidente cieco, purtroppo, sta permettendo che questo terrorista viaggi liberamente tra Damasco-Baghdad e Mosca, dipingendo lui e i suoi uomini come degli eroi nella lotta contro Daesh.

Peccato che a Soleimani di Daesh non importa molto. Anzi: come comandante della Forza Qods, egli ha contribuito a creare Isis, finanziando il peggior jhadismo sunnita legato ad al-Qaeda in Iraq e ordinando ad Assad di rilasciare numerosi terroristi sunniti dalle carceri siriane, con il preciso scopo di cancellare l’opposizione ad Assad non salafita.

Il solo interesse di Soleimani e’ quello di espandere il potere del regime khomeinista fuori dai confini della Repubblica Islamica, proprio secondo il mandato che egli ha ricevuto, quando ha preso il comando della Forza Qods. Una unita’ speciale dei Pasdaran, il cui preciso scopo e’ quello di espandere e perpetuare il carattere rivoluzionario dell’ideologia khomeinista.

Le divisioni tra Ministero degli Esteri e Pasdaran

Le parole minacciose di Qassem Soleimani contro il Bahrain, non sembrano essere solamente una minaccia contro Manama. Secondo alcuni osservatori, questa sarebbe la risposta dei Pasdaran alla decisione del Ministro degli Esteri Zarif di sostituire il Vice Ministro degli Esteri per gli Affari Arabi e Africani  Hossein Amirabdollahian.

Hossein Amirabdollahian e’ infatti uno degli uomini chiave che hanno promosso la strategia di profondo interventismo iraniano in Siria. Pochi giorni fa, come suddetto, Zarif ha deciso di sostituire  Amirabdollahian con il portavoce del Ministero degli Esteri Hossein Jaberi Ansari e di nominare a nuovo portavoce Bahram Qasemi (tra le altre cose anche ex Ambasciatore iraniano in Italia).

Hossein Amirabdollahian era molto gradito ai Pasdaran e ci sono voci che egli sia uno dei tanti diplomatici iraniani appartenenti alle Guardie Rivoluzionarie. Le parole di Soleimani, quindi, sarebbero anche un indiretto messaggio a Zarif, in merito alla indisponibilità dei Pasdaran a fare passi indietro rispetto al loro profondo coinvolgimento nella politica estera del Paese e nell’espansione del potere di Teheran fuori dai confini.

Il Ministero dell’Intelligence contro Zarif?

In Iran diversi media e gli stessi Basij, hanno collegato la sostituzione di Amirabdollahian all’incontro tra Zarif e Kerry avvenuto ad Oslo il 15 giugno scorso. Per loro, la decisione del Ministro degli Esteri iraniano sarebbe l’esito di una diretta richiesta del Segretario di Stato Americano, al fine di favorire una soluzione per il conflitto siriano (e probabilmente una uscita di scena di Assad).

Difficile dire se questo sia vero. Quello che e’ noto, invece, e’ che il Ministro dell’Intelligence iraniano Mahmoud Alavi ha incontrato i parlamentari iraniani in un incontro a porte chiuse. Peccato che questo incontro a porte chiuse, e’ diventato di dominio pubblico. Secondo quanto riporta il Tehran Times, Alavi avrebbe rassicurato i parlamentari iraniani sulla continuazione della strategia del regime in materia di sicurezza, evidenziando che “un cambio di persone non indica un cambio di politica” (Tehran Times).

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Abbas Araghchi e’ probabilmente oggi uno dei diplomatici iraniani più noti. Vice Ministro degli Esteri per gli Affari Legali e Internazionali, Araghchi e’ stato uno degli uomini chiave di Teheran nel negoziato sul nucleare portato avanti con l’Occidente.

Grazie al suo inglese fluente – ha conseguito un dottorato alla Università di Kent in Gran Bretagna – Araghchi e’ stato considerato dal team di negoziatori del P5+1, probabilmente il partner preferenziale durante le fasi che hanno preceduto l’accordo raggiunto a Vienna nel luglio del 2015.

In questi giorni, pero’, una indiscrezione clamorosa e’ uscita dall’Iran: secondo quanto dichiarato dal comandante Pasdaran Javad Mansouri, il negoziatore Abbas Araghchi sarebbe un membro della Forza Qods. Non solo, nella stessa intervista per un magazine in Farsi, Mansouri ha ammesso – ormai e’ noto – che diversi diplomatici iraniani non solo altro che dei membri dei Pasdaran, infiltrati all’interno del Ministero degli Esteri (BBC Persian). In particolare, Mansouri ha fatto riferimento agli ambasciatori iraniani in Siria, Libano e Iraq (al-Monitor).

Pasdaran infiltrati da diplomatici: una pratica nota del regime iraniano

Escluso il caso di Araghchi – la cui eventuale conferma di appartenenza ai Pasdaran sarebbe clamorosa – e’ noto in tutto il mondo che molti diplomatici iraniani non sono altro che agenti delle Guardie Rivoluzionarie. Basti qui pensare che la creazione di Hezbollah, il gruppo terrorista libanese, e’ stata decisa dall’Ambasciata iraniana a Damasco, in particolare da Ali Akbar Mohtashemi e da uno dei comandanti dei Pasdaran,  tale Ahmad Kan’ani (all’Ambasciata di Damasco si tennero gli incontri per l’organizzazione degli attacchi contro le forze americane e francesi presenti in Libano).

Ancora, ricordiamo i drammatici casi di Berlino e Buenos Aires: nella capitale tedesca, nel settembre del 1992, quattro membri dell’opposizione curdo-iraniana furono uccisi nella strage del ristorante Mykonos. Le indagini rivelarono il coinvolgimento nell’attentato dell’allora Ambasciatore iraniano a Berlino, Seyyed Hossein Mousavian. Dopo l’attentato quattro diplomatici iraniani furono espulsi dalla Germania e lo stesso Mousavian fu richiamato d’urgenza a Teheran. Oggi, purtroppo, Mousavian e’ stato accettato come ricercatore all’università americana di Princetown, dove continua la sua attivita’ di lobby per il regime, spacciandosi per un moderato.

Il caso argentino e’ ancora più drammatico: nel 1994 una bomba distrusse il palazzo dell’organizzazione ebraica AMIA, lasciando sul terreno oltre 80 morti. Le indagini, che il Governo argentino ha cercato di insabbiare, hanno rivelato non solo il coinvolgimento di tutto l’establishment politico iraniano, ma anche di Mohsen Rabbani, all’epoca attache’ culturale iraniano nella capitale argentina (Interpol). Purtroppo l’aver rivelato le responsabilità del regime iraniano nell’attentato dell’AMIA e’ costato la vita al coraggioso procuratore argentino Alberto Nisman.

I casi recenti

Cambiano gli anni ma le pratiche del regime iraniano restano sempre le stesse. Per parlare dei casi più recenti, basta ricordare quanto accaduto in Iraq e in Uruguay. In Iraq, storia molto nota, l’allora capo delle Forze Americane a Baghdad, Generale Petraeus, venne contattato dal capo della Forza Qods Qassem Soleimani. Soleimani, che ormai entra e esce dalla Siria e dall’Iraq a piacimento, disse chiaramente a Petraeus che l’ambasciatore iraniano a Baghdad non era altro che un membro della Forza Qods (New Yorker). Non e’ un caso che, ancora oggi, Petraeus partecipi a numerose conferenze, sottolineando che il problema principale degli USA in Iraq non e’ l’Isis, ma l’imperialismo iraniano.

Nel febbraio del 2015, quindi, il Governo uruguayano decise di espellere un diplomatico iraniano, dopo aver scoperto che quest’ultimo stava organizzando un attentato contro l’Ambasciata di Israele a Montevideo (No Pasdaran).

Come dimostrato, non e’ assolutamente possibile avere fiducia dei diplomatici iraniani. Troppo spesso, infatti, le loro posizioni sono solo coperture per portare avanti le pratiche terroriste dei Pasdaran iraniani!

 

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La scorsa domenica una bomba e’ esplosa a Beirut nel quartiere di Verdun, fuori dalla sede centrale della Banque du Liban et d’Outre-Mer (BLOM BANK). La bomba fortunatamente non ha causato nessun morto (2 feriti), ma ha lasciato l’impressione che il Libano possa davvero scoppiare da un momento all’altro.

Secondo gli opinionisti locali e gli esperti, ad aver organizzato l’attentato di domenica e’ stato il gruppo terrorista Hezbollah. L’attacco sarebbe stata la risposta del Partito di Dio alla decisione della BLOM di chiudere i conti bancari di diversi individui e istituzioni affiliate ad Hezbollah, nel rispetto delle normative internazionali (Long War Journal).

Il mandante dell’attacco, pero’, va ricercato a Teheran. I soldi che arriva ad Hezbollah, infatti, vengono mandati direttamente dalla Repubblica Islamica. Ergo, colpire finanziariamente il partito di Nasrallah, significa colpire gli interessi dei Pasdaran. Significativamente, poche ore prima dell’attentato, un articolo minaccioso e’ apparso su Fars News, agenzia di stampa iraniana legata ai Pasdaran.

L’articolo incriminato apparso su Fars News era intitolato “L’aggressione Monetaria contro Hezbollah: l’esercito bancario di Lahad”. Il riferimento all'”esercito di Lahad”, voleva indicare il Generale Antoine Lahad, colui che comando le L’Esercito del Sud del Libano, alleato di Israele dal 1984 al 2000 (anno del ritiro israeliano dal Libano meridionale).

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L’articolo conteneva una minaccia molto esplicita: secondo quanto scritto nel pezzo, un “partito alleato” (dell’Iran), annunciava reazioni sciite “prevedibili e imprevedibili”, nel caso in cui il settore bancario avesse continuato ad agire contro Hezbollah. In aggiunta, venivano indicate due date simbolo della storia del Libano: il 7 Maggio e il 25 Maggio. 

Il 7 maggio si riferisce al “7 maggio del 2008”, quando le forze di sicurezza libanesi scoprirono una rete di spionaggio e sorveglianza, installata da Hezbollah all’aeroporto di Beirut. Quando il Governo tento’ di rimuoverla, il Paese dei Cedri rischio’ di finire in una nuova guerra civile. Hezbollah reagi’ bloccando praticamente tutti gli accessi allo scalo della capitale. Lo scontro duro’ per 17 mesi, lasciando sul terreno oltre 50 morti. Alla fine, non solo ad Hezbollah fu permesso di mantenere il suo sistema di sorveglianza all’aeroporto di Beirut, ma anche il capo della sicurezza dello scalo stesso Wafiq Shuqeir, notoriamente legato alla milizia filo-iraniana.

L’altra data, il 25 maggio, ricorda il “25 maggio del 2000”, data in cui Israele si ritiro’ dal Sud del Libano. Teoricamente, da quella data in poi, Hezbollah avrebbe dovuto cessare di esistere o perlomeno disarmare la sua milizia armata (come richiesto dalle Nazioni Unite). Ovviamente, niente di tutto questo e’ avvenuto, avendo Hezbollah come obiettivo non la “liberazione del Libano dai sionisti”, ma la trasformazione del Libano in un avamposto totalmente a disposizione della Repubblica Islamica dell’Iran.

L’attacco alla BLOM non deve passare sottogamba. Non solo rischia di ritrascinare il Libano – da anni ormai incapace di eleggere un Presidente – in una nuova guerra civile, ma dimostra nuovamente come l’Iran rappresenti un rischio per il sistema finanziario internazionale e per la stabilita’ dell’intero Medioriente.

Governatore della Banca Centrale Libanese Riad Salameh, dichiara la necessita’ di applicare la legge internazionale contro Hezbollah (18 Maggio 2016)