Archivio per Mag, 2016

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Una notizia preoccupante – l’ennesima – arriva dall’Iraq, precisamente dal Kurdistan Iracheno. Secondo il quotidiano saudita Ashraq al-Awsat, i Pasdaran iraniani avrebbero avviato la costruzione di una base missilistica nel Kurdistan Iracheno, precisamente presso Sayed Sadiq, nel Governatorato di Sulayamaniyah. A rivelare l’indiscrezione al giornale arabo, sarebbe stato direttamente un rappresentante curdo, probabilmente vicino al Presidente Barzani.

La costruzione della base missilistica sarebbe sotto il diretto controllo dell’Unita’ 400 della Forza Qods, al comando diretto del Generale Qassem Soleimani. I Pasdaran sarebbero riusciti ad iniziare il progetto, grazie anche alla compiacenza delle forze curde nell’area di Sulayamaniayh, sotto controllo dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), comandata dall’avversario storico di Barzani, Jalal Talabani (Aawsat.com).

I comandanti Pasdaran responsabili del progetto sarebbero Mohammad Pakpour – che pare abbia visitato l’area due volte – Issa Habib Zadeh e Abdee Khorram, un comandante Pasdaran di base ad Urmia.

Insieme alla base missilistica, i Pasdaran starebbero lavorando per terminare la costruzione di un tunnel di collegamento tra Iran e Iraq – progetto iniziato addirittura durante la guerra contro Saddam Hussein – al fine di facilitare l’ingresso delle Guardie Rivoluzionarie all’interno della base missilistica.

Chi lavora per l’Iran nel Kurdistan Iracheno? 

Da sempre la Repubblica Islamica gioca con le divisioni all’interno delle forze curde. Una strategia che ha visto Teheran appoggiare soprattutto il clan Talabani, a capo dell’Unione Patriottica Curda (PUK). E’ noto, quindi, che i Pasdaran hanno rifornito Talabani di armi e soldi, durante la guerra civile tra le forze curde, scoppiata negli anni ’90.

In seguito alla caduta di Saddam e soprattutto dopo il ritiro definitivo delle forze americane dall’Iraq, gli iraniani hanno intessuto anche strette relazioni con il Presidente del Kurdistan Iracheno Massoud Barzani, a capo dello storico Partito Democratico del Kurdistan (KDP).

Considerando anche gli interessi economici che legano Erbil a Teheran, per un po’ di tempo l’Iran e’ riuscito a sviluppare relazioni anche con il clan Barzani, tanto che nel 2014 il Primo Ministro curdo Nechirvan Barzani ha visitato la Repubblica Islamica e le relazioni commerciali tra le due parti sono cresciute enormemente, passando da 100 milioni di dollari del 2000, ai 4 miliardi di dollari nel 2014.

Oltre gli interessi economici, pero’, ci sono quelli strategici: l’Iran sa di non poter contare su Barzani come una marionetta. Barzani mantiene infatti strette relazioni con tutti i partner che ha davanti, soprattutto con gli Stati Uniti. Ecco perché, quando nel 2014 sono scoppiate proteste anti-Barzani nel Governatorato di Sulayamaniayh, l’Iran si e’ visto costretto a scegliere, optando ovviamente per il fidato clan Talabani. 

L’Iran complotta per far cadere Barzani

Ecco allora che, da potenziale alleato, Barzani torna di nuovo un nemico per Teheran. Il Generale Qassem Soleimani e i Pasdaran, si attivano direttamente per colpire il Presidente curdo.

In una riunione a porte chiuse, Soleimani chiede ad alcuni comandanti dell’Unione Patriottica Curda (PUK) di avviare un attacco mediatico su larga scala contro Barzani. Un progetto di golpe, fallito unicamente per l’opposizione di parte dell’Unione Patriottica Curda. Non solo: nello stesso periodo un alto comandante Peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan viene rapito dai Pasdaran (No Pasdaran).

L’Iran nel Kurdistan siriano

Mentre progettava di far cadere Barzani, il regime iraniano ha lavorato per cooptare nella sua strategia anche i curdi siriani. Qui la questione si faceva assai più complicata. I curdi siriani, uniti all’interno del Partito Unione Democratica (PYD), sono non solo direttamente legati al PKK in Turchia, ma anche al Partito per un Kurdistan Libero (PJAK) attivo nel Kurdistan iraniano. 

Ergo, per Teheran attrarre i curdi siriani ha un grande vantaggio: isola i curdi iraniani e la loro lotta contro il regime clericale di Teheran e rappresenta anche una leva contro Ankara, da sempre considerata un partner importante ma anche un competitor dagli iraniani.

Non e’ un caso che, nel febbraio scorso, il Ministero degli Esteri iraniano si sia rifiutato di includere i siriani del PYD all’interno delle organizzazioni terroriste, come richiesto dalla Turchia. Una decisione che ha mandato su tutte le furie Erdogan (Turkish Weekly).

Conclusioni

Il regime iraniano, come si capisce, ha il pieno interesse a giocare la sua partita nelle numerose divisioni inter-curde, ma soprattutto ad impedire il progetto di Barzani di arrivare alla realizzazione di un Kurdistan iracheno indipendente.

Il progetto di Barzani, alleato dell’Occidente, rischia di far saltare i piani iraniani in Iraq. Piani che prevedono il mantenimento di un dominio sciita a Baghdad, capace anche di controllare direttamente e indirettamente il Kurdistan iracheno.

Quando succede nel Kurdistan iracheno, quindi, dimostra la debolezza delle posizioni di coloro che – in Occidente – pensano di avviare una grande strategia per la Siria e per l’Iraq in partnership con Teheran. Oltre alla guerra contro Isis – fenomeno che l’Iran e Assad hanno largamente favorito – esiste poco o nulla in comune tra la strategia di Teheran e quella del resto del mondo.

L’Iran, infatti, non gioca una partita per un Medioriente di pace, ma semplicemente la sua partita, fatta di divide et impera a qualsiasi costo e contro qualsiasi attore che, malauguratamente, decide di non accettare le ‘lusinghe’ dei Pasdaran. In pieno stile mafioso…

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Sono state diffuse recentemente delle immagini shock, che  mostrano come la Repubblica Islamica dell’Iran promuove la pena di morte nei libri per bambini: come e’ possibile, in questi assurdi disegni si possono vedere cani e gatti impiccati. Lo scopo e’ chiaro: abituare i bambini alle esecuzioni capitali sin dalla prima infanzia (Hormate Hayat).

Questi disegni vengono diffusi proprio mentre viene reso noto che un altro prigioniero e’ stato impiccato in pubblico. L’esecuzione ha avuto luogo presso Shiraz, nel sud dell’Iran (Iran Human Rights).

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Ricordiamo che nel gennaio scorso, Amnesty International ha pubblicato un durissimo report di denuncia nei confronti di Teheran. Nel report, Amnesty accusa l’Iran di continuare a condannare a morte coloro che hanno compiuto reati in eta’ minorile, in piena violazione delle normative internazionali. Questo, nonostante la Repubblica Islamica sia firmataria della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia (Unicef Italia).

Tra il 2005 e il 2015, riporta Amnesty, almeno 73 minori sono stati condannati a morte e poi impiccati.  Nel 2014, quindi, le Nazioni Uniti hanno rivelato che oltre 160 detenuti che hanno compiuto il reato in eta’ minorile, attendono la loro esecuzione nelle carceri iraniane (Amnesty International).

 

 

 

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Si erano appena diplomati e, da giovani normali, avevano voglia di festeggiare il loro successo scolastico liberamente. Purtroppo per questi 35 giovani di Qazvin, ragazzi e ragazze, la parola libertà non fa rima con Repubblica Islamica dell’Iran.

Il loro party clandestino, in cui ragazzi e ragazze stavano nella stessa stanza e si azzardavano a bere un bel bicchiere di vino, e’ finito con l’arrivo dei Pasdaran che, ovviamente, hanno arrestato tutti i presenti.

Il giudice della Provincia di Qazvin, quindi, ha annunciato che i 35 giovani saranno condannati a 99 frustate per aver ballato insieme e bevuto alcool. Lo scopo di questa sentenza, ha detto il giudice, e’ sia quello di punire i giovani che quello di rappresentare un monito agli altri ragazzi. (My Stealthy Freedom)

Tutto questo, vogliamo ricordarlo, avviene nell’Iran del “moderato” Hassan Rouhani. Un Presidente che, nonostante le promesse elettorali, non sta aprendo bocca davanti alle continue repressioni dei diritti civili e umani della popolazione iraniana.

 

 

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Ha quasi dovuto morire in carcere per poter essere ricoverato in ospedale. Il fisico iraniano Omid Kokabee, incarcerato per non aver voluto collaborare al programma nucleare e missilistico del regime, recentemente si è ammalato di cancro e ha subito (in una operazione di emergenza) l’asportazione di un rene avvenuta il 20 aprile scorso all’ospedale Sina di Teheran. Il regime non voleva neanche trasferirlo in ospedale. In seguito all’operazione, la foto di Omid sul letto dell’ospedale con le manette ai piedi ha fatto il giro del mondo (GaiaItalia.com).

Grazie alle pressioni internazionali, non solo Omid è stato operato, ma ha anche ottenuto la libertà condizionale, ovviamente dopo aver pagato una somma enorme al regime (circa l’equivalente di 165 000 dollari). Il breve rilascio pare che durerà da uno a tre mesi. Il rilascio di Omid, come denuncia il responsabile di Amnesty USA Elise Auerbach, non è un atto di umanità del regime. Serve alla Repubblica Islamica per acuire le pressioni che sta subendo dagli attivisti nel mondo, per la completa liberazione di Omid Kokabee (Physics Today).

Omid Kokabee è stato arrestato nel 2011 all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran mentre si trovava in Iran per vedere la famiglia. Omid in quel periodo studiava all’Università del Texas. Accusato di contatti con una “potenza ostile”, la vera ragione dell’arresto di Omid è legata al suo rifiuto di mettere le sue conoscenze al servizio del programma missilistico e nucleare gestito dai Pasdaran (Nature).

Omid è stato condannato a 10 anni di detenzione. Per la sua liberazione si sono spesi ben 18 premi Nobel per la Fisica per mezzo di un pubblico appello su Nature. In Italia, la campagna per la liberazione di Omid è portata avanti dall’ONG Nessuno Tocchi Caino!

 

 

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L’elezione del capo dell’Assemblea degli Esperti era attesa da settimane in Iran. Da questa elezione, infatti, si sarebbe capito veramente dove pendeva l’ago della bilancia. La guerra intestina, come noto, era tra due fazioni: quella conservatrice-pragmatica di Hassan Rouhani e Hashemi Rafsanjani; e quella ultraconservatrice-rivoluzionaria-movimentista sostenuta neanche troppo segretamente da Ali Khamenei e soprattutto dai Pasdaran.

Candidati alla poltrona dell’Assemblea degli Esperti erano tre anziani clerici: l’ultraconservatore Ahmad Jannati, 90 candeline, Ebrahim Amini, 92 anni e considerati vicino a Rafsanjani e Mahmoud Hashemi Shahroudi, un giovanotto di 67 anni, ex capo della Giustizia iraniana e anche lui vicino a Rafsanjani. Ricordiamo che l’Assemblea degli Esperti elegge la Guida Suprema, ovvero eleggerà il successore di Khamenei.

Nonostante i due candidati di Rafsanjani – a sua volta ex Presidente dell’Assemblea degli Esperti – ad averla vinta e’ stato Ahmad Jannati, eletto nella capitale Teheran, insieme ad altri 15 rappresentanti dell’Assemblea degli Esperti. Jannati ha vinto senza troppi problemi, ottenendo il 60% dei voti.

Jannati e’ da sempre un insider dell’establishment iraniano. Ironicamente, pur essendo lui un estremista khomeinista, uno dei suoi figli, Hossein Jannati, venne ucciso dai Pasdaran nel 1981, perché membro dei Mojahedin del Popolo, gruppo di opposizione islamico-marxista, oggi considerato terrorista in Iran (ShamNews). L’altro figlio di Ahmad Jannati, Ali Jannati, e’ oggi Ministro della Cultura nel Governo Rouhani. Considerato un moderato, Ali Jannati non ha fatto nulla per confermare questa “fama”. Al contrario, sotto la sua guida, il Ministero della Cultura e della Guida Islamica non solo ha censurato numerosi intellettuali, giornalisti e artisti (e permesso il loro arresto), ma ha anche sostenuto la nuova “mostra” di vignette contro l’Olocausto, recentemente organizzata Teheran (Equality Italia).

Con la vittoria di Jannati, si apre un capitolo dai risvolti imprevedibili. In primis a livello interno e per lo stesso Rafsanjani, la cui famiglia e’ recentemente finita nell’occhio del ciclone, per un incontro avvenuto tra la figlia dell’ex Presidente iraniano Rafsanjani, Faezeh Hashemi, e una prigioniera politica Baha’i in permesso premio di cinque giorni (Iran Wire). Come noto i Baha’i sono considerati eretici in Iran e ultimamente e’ cominciata contro di loro una nuova campagna per additare i Baha’i come spie al servizio dell’MI6 britannico e del Mossad israeliano.

Nulla ci si deve aspettare, inoltre, per quanto concerne la promozione dei diritti civili del popolo iraniano. Al contrario, Jannati farà del suo scranno all’Assemblea degli Esperti, un trono per denunciare il “nofuz, ovvero il tentativo del nemico Occidentale di infiltrare la Repubblica Islamica dell’Iran. Come dimenticare quando, proprio Jannati, paragono’ le donne che non indossavano il velo opportunamente ai narcotrafficanti e ai terroristi (Los Angeles Times)

Secondariamente, l’elezione di Jannati avrà dei risvolti pesanti anche a livello internazionale. Fu proprio questo anziano clerico a negare pubblicamente che Ali Khamenei avesse mai approvato l’accordo nucleare, sottolineando che si trattava di una decisione del Parlamento.

Altro possibile risvolto negativo a livello internazionale, e’ quello legato al rapporto tra Teheran e Riyadh: mentre Rouhani segretamente sta cercando un nuovo dialogo con i sauditi, gli al-Saud non dimenticheranno che proprio Ahmad Jannati si era espressamente congratulato con il mondo islamico per la morte del monarca saudita Abdullah.

Infine, l’elezione di Jannati darà una spinta maggiore ai Pasdaran per intensificare la loro azione in Siria (e Iraq): Jannati, infatti, e’ da sempre un convinto sostenitore che le rivolte contro Assad non sono state altro che un complotto dell’Occidente contro il mondo islamico.

L’elezione di Jannati, in poche parole, renderà la Repubblica Islamica ancora più instabile e aumenterà la guerra intestina in corso all’interno dell’establishment politico. Una ottima ragione per gli investitori Occidentali, per tenere in tasca i loro soldi e pensarci dieci volte prima di investire in Iran.

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Marco Pannella ci ha lasciato. Ci ha lasciato fisicamente, ma certamente non ci hanno lasciato la sua storia, le sue battaglie e certamente le idee per cui si e’ battuto sino alla fine del suo percorso terreno.

I Radicali sono sempre stati in prima file nella battaglia per un Medio Oriente democratico. Una regione libera delle autocrazie e soprattutto dalle teocrazie. Per questa ragione, Marco Pannella e’ stato – sino alla fine – un vero Radicale, non abbandonando mai i principi per cui aveva deciso di scegliere la politica.

Al contrario di quelli che una volta raggiunta la “stanza dei bottoni” dimenticano la casa da cui provengono, Marco Pannella non ha mai mischiato la ‘merda’ – come avrebbe detto lui, senza mezzi termini – con l’acqua santa.

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Marco non ha mai concepito che una teocrazia fascista potesse diventare un alleato dell’Italia. Tanto meno, e’ mai venuto in mente a Marco Pannella di pensare che un Governo antifascista e democratico dovesse “vincere la gara di amicizia con l’Iran” dei Mullah.   Marco non avrebbe mai accettato di atterrare a Teheran e subire una imposizione clericale – quale il velo obbligatorio – per accontentare i piaceri sadici di un regime razzista e misogino. Marco non ha mai pensato di stringere la mano a chi fa dell’antisemitismo, della negazione dell’Olocausto e della sparizione di Israele dalle mappe, una ragione di vita per la perpetuazione del suo stesso potere.

Tutto questo Marco Pannella non l’ha fatto e non l’avrebbe mai fatto. Non per se stesso, anzi, ma per gli altri. In questo caso, per il popolo iraniano, per il suo credo senza confini nella libertà universale. Una libertà  che non si inginocchia, che non si genuflette per una poltrona, che non umilia la propria storia, che non “puzza di ipocrisia”…

Per tutte queste ragioni, #GrazieMarco!

 

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Una notizia bomba e’ stata pubblicata in questi giorni negli Stati Uniti: la Casa Bianca ha “comprato” buona parte del consenso intorno all’Iran Deal, ovvero all’accordo nucleare con la Repubblica Islamica dell’Iran.

Per precisione, il pagamento non sarebbe avvenuto direttamente dalla Casa Bianca, ma attraverso dei gruppi paralleli, comunque collegati all’attuale Amministrazione Obama. Uno dei gruppi identificati e’ il Ploughshares Fund, la cui ufficiale missione e’ quella id lottare per un mondo più sicuro, ma che in realtà ha concentrato la sua attività nel trovare sostenitori dell’accordo nucleare del luglio 2015.

Secondo quanto rivelato dall’AP, ad esempio, sarebbero stati versati 100,000 dollari alla National Public Radio, 282, 500 dollari all’Arms Control Association, 225,000 dollari al Brooking Institute, 182,500 dollari all’Atlantic Council e 281,000 dollari al gruppo J-Street, un movimento di pressione legato al mondo ebraico, in realtà impegnato unicamente ad attaccare il più noto gruppo vicino ad Israele AIPAC (Freedom Messenger)..

Il finanziamento più interessante – e discutibile – e’ sicuramente quello alla Princeton University, ove e’ ormai di casa Seyed Hossein Mousavian. Oggi ricercatore negli USA, Mousavian e’ l’ex ambasciatore iraniano in Germania. Da Ambasciatore di Teheran, Mousavia ha ordito l’attentato del Ristorante Mykonos, contro la dirigenza curda-iraniana in esilio a Berlino. 

Dietro questa campagna di lobbying della Casa Bianca in favore dell’Iran Deal, come da luyi stesso ammesso, c’era Ben Rhodes, membro dello staff di consiglieri del Presidente Obama. Recentemente Rohdes ha raccontato al New York Times di aver dovuto mentire per “vendere” l’accordo nucleare al Congresso americano. Per questo, recentemente, il Congresso ha tentato di convocare Rhodes in audizione, per cercare di capire se e come la Presidenza americana abbia mentito al Congresso in merito ai contenuti dell’accordo nucleare con Teheran. Rohdes ha rifiutato di testimoniare.

Precisiamo che l’attività promossa dalla Casa Bianca non e’ assolutamente illegale. Sebbene consentita, questa necessita’ di finanziare gruppi esterni per creare consenso intorno all’Iran Deal, ben descrive le paure dell’Amministrazione USA in merito ad un accordo chiaramente impopolare.

Chiudiamo riportando il video della recente audizione tenutasi alla Commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti del Congresso americano, in merito al rischio di fare affari con l’Iran. I giudizi degli esperti sono stati implacabili e hanno bocciato completamente l’idea di promuovere accordi e contratti con Teheran.