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Il fine settimana e questo lunedì, sono pieni di articoli in Rete e sui quotidiani, volti ad elogiare la vittoria dei cosiddetti “riformisti-pragmatici” alle elezioni per il rinnovo del Parlamento e dell’Assemblea degli Esperti. Elezioni che sembrano vedere i conservatori in vantaggio, ma con un netto miglioramento delle liste vicine al Presidente Rouhani (e a Rafsanjani) e una sconfitta della fazione “principalista”.

Ci auguriamo tutti che queste nuove elezioni possano significare per il popolo iraniano un vero cambiamento, ma ci permettiamo di andare in senso contrario rispetto alle euforie Occidentali. Lo facciamo nella speranza di sbagliare, ma nella consapevolezza di quanto accaduto dall’elezione di Hassan Rouhani alla Presidenza dell’Iran nel 2013. Lo facciamo soprattutto coscienti che, la tornata elettorale appena svoltasi, e’ stata falsata in partenza. Oltre il 60% dei candidati sgraditi al regime, infatti, sono stati squalificati a priori. Nelle liste, quindi, e’ rimasto chi – seppur cercando qualche mutamento (soprattutto economico) – si e’ allineato al volere di Khamenei.

Lo facciamo, pero’, soprattutto nella consapevolezza di voler dare voce a coloro a cui e’ stata tolta la voce. Non per scelta, ma perché rinchiuso dietro le sbarre di una cella per ragioni politiche, etniche o religiose.

Lo facciamo nel nome di Atena Farghadani, condannata a 12 anni di detenzione per aver disegnato una vignetta sgradita ai Parlamentari iraniani (No Pasdaran).

Lo facciamo nel nome dell’Ayatollah Hossein Kazemeyni Boroujerdi, condannato a 11 anni di carcere per aver rifiutato il Khomeinismo e predicato l’uscita dei clerici dai ranghi del potere politico (Taavana).

Lo facciamo per Hossein Ronaghi Maleki, blogger iraniano arrestato la prima volta nel 2009 durante le proteste dell’Onda Verde, e da poco risbattutto in carcere nonostante i suoi gravi problemi di salute (No Pasdaran).

Lo facciamo nel nome di Narges Mohammadi, incarcerata per aver protestato per i detenuti politici, contro la pena di morte e per aver incontrato a Teheran l’ex Mrs. Pesc Lady Ashton. Anche a lei vengono negate le cure mediche e addirittura la possibilità di contattare telefonicamente i due figli piccoli (Nobel’s Women Initiative).

Lo facciamo per Hashem Zeinali, un padre che ha visto suo figlio sparire durante le proteste studentesche di Teheran del 2009, da poco condannato al carcere e a 74 frustate per aver preteso spiegazioni dal regime (No Pasdaran).

Lo facciamo per Isa Saharkhiz, politico riformista che non si e’ allineato al regime dopo le repressioni del 2009, arrestato e oggi sbattuto in cella di isolamento (No Pasdaran).

Lo facciamo per gli 80 Baha’i iraniani attualmente detenuti nelle prigioni della Repubblica Islamica, unicamente per aver scelto di non abbandonare la loro fede e di convertirsi all’Islam (Bic.org).

Lo facciamo per Maysam Hojati, arrestato durante la sera del Natale 2015, per essersi convertito dall’Islam al Cristianesimo. Oggi in Iran i cristiani dietro le sbarre sono oltre 90 (Mohabat News).

Lo facciamo per quei 100 detenuti del carcere di Sanandaj che aspettano – nell’indifferenza internazionale – di essere mandati al patibolo. Alcuni di questi hanno commesso il reato in eta’ minorile. Dall’elezione di Rouhani, oltre 2200 detenuti sono stati impiccati (No Pasdaran).

Lo facciamo, infine, anche per quei bimbi siriani di Madaya, assediati dai Pasdaran e dalle milizie sciite pagate dall’Iran. Loro non possono votare in Iran, ma il regime dei Mullah ha comunque preteso di decidere della loro vita e della loro morte (No Pasdaran).

Questo e’ unicamente un piccolissimo elenco di coloro che non hanno votato in Iran, perché incarcerati per non essersi allineati. Nel loro nome e fino alla loro liberazione, nessun “nuovo Iran” esisterà veramente.

Loro non hanno votato... (2)

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