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Fonte: karlremarks.com

Scriviamo questo articolo alla vigilia dell’annuncio di un “cessate il fuoco generale” che, secondo quanto affermato ieri dal Segretario di Stato Kerry a Monaco, entrerebbe in vigore in una settimana. Pur sperando sinceramente che questo accordo si realizzi, abbiamo dei seri dubbi sul suo successo.

Questo, come già detto altre volte, per due ordini di motivi: il primo, cosi come fu per il documento di Vienna sulla Siria, perché non include in alcun modo un accordo con Jabat al Nusra e con Isis. Un accordo impossibile, considerando che si tratta di due gruppi terroristi, ma un punto di debolezza chiaro, perché si tratta di due organizzazioni che controllano (purtroppo) parte del territorio siriano (EA World View).

Ci sarebbe un modo, lapalissiano, per superare questo limite: unire tutti fronti internazionali presenti in Siria – quelli legittimi – nella guerra contro il Califfato e al Qaeda. In pratica, mettere insieme la coalizione USA, quella guidata dalla Russia e magari anche la nuova coalizione contro il terrorismo a guida Saudita. Sebbene i sauditi abbiano appena annunciato di essere pronti a dispiegare forze di terra in Siria, l’ipotesi sembra chiaramente più di scuola che reale (al Monitor). Ciò, soprattutto perché la geopolitica – meglio le ragioni geopolitiche – degli attori in campo differiscono notevolmente. A parole, neanche a dirlo, tutti vogliono eliminare Isis, ma sul come farlo, sui tempi e i modi, le differenze sono rilevanti.

La Russia, se fosse meramente interessata a salvare il regime di Assad – magari senza Bashar – e le sue basi in Siria, avrebbe il pieno interesse di sostenere un processo politico in Siria (Washington Institute for Near East Policy). Il vero obiettivo di Putin, pero’, e’ quello di mettere in chiaro che in Siria e’ lui a dominare il fronte filo-lealista. Uno strumento di pressione che serve ai russi soprattutto contro gli Europei. Purtroppo, in questo senso, il dramma dei profughi diventa un elemento di pressione e una “merce di scambio” da usare per ottenere vantaggi su altri fronti (leggi Ucraina).

Assai diversa, quindi, e’ la geopolitica degli Stati Uniti. Se si legge la proposta di budget presentata dalla Casa Bianca per la Difesa, si vede chiaramente che il focus americano e’ incentrato sul maggiore sostegno ai Paesi dell’Est Europa in chiave anti-Mosca. La proposta di budget quadruplica il sostegno USA alla “European Reassurance Initiative” e aumenta da 3000 a 5000 il numero di soldati americani da stanziare nell’Est Europa (Defense.Gov). Senza contare che, per Washington, avere Mosca impelagata in Siria con il prezzo del barile cosi basso, rappresenta senza dubbio un successo. Lo stesso accordo nucleare con l’Iran, nasconde il chiaro obiettivo USA di reinserire il medio periodo il petrolio di Teheran nel mercato, anche nell’ottica di aggiungere un competitor alla Russia (e all’Arabia Saudita).

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Fonte: Istitute for War Studies

La geopolitica di Erdogan, come noto, e’ maggiormente focalizzata sul rischio di un empowerment dei curdi e sull’evitare di ritrovarsi ancora le forze di Assad al confine, piuttosto che nella guerra a Isis. Per questo, ormai da mesi, il Presidente turco sta cercando – fallendo – di portare tutta la Nato in una devastante guerra contro la Russia. In questo senso, quindi, anche per Erdogan i profughi diventano un’arma da usare contro i riottosi alleati Nato, piuttosto che un vero pensiero umanitario. Certo, anche per i turchi Isis e’ ormai una minaccia. Purtroppo, non quanto il Pkk e i suoi alleati e non quanto la nuova ascesa dell’Iran, fattore di indebolimento del ruolo centrale avuto sinora dalla Turchia come porta della Nato verso il Medioriente (tralasciando il ruolo di Israele).

Tra Iran e Arabia Saudita, quindi, e’ già guerra calda. Pensare oggi che Riyadh possa volere un reale indebolimento di Isis, e’ paradossale. I sauditi hanno assistito, negli ultimi dieci anni, alla fine di regimi amici (Saddam, Mubarak) e al ritorno di Teheran nella Comunità Internazionale, voluto in primis dal super alleato americano. Purtroppo, il ritorno dell’Iran nel gioco regionale, e’ avvenuto permettendo ai Pasdaran di agire in piena libertà, non solo in Siria, ma anche in Iraq.

I sauditi – meglio, i sunniti – hanno visto Teheran intervenire al fianco di Assad, ma anche imporre all’ex Premier iracheno al Maliki una politica settaria, totalmente sbilanciata verso gli Sciiti. Una scelta che, con la fine del sostegno ai Comitati del Risveglio Sunniti anti-al Qaeda, ha direttamente determinato la rinasciata dello Stato Islamico, il suo ingresso nel caos siriano e il ritorno in Iraq con la presa di Musul e la dichiarazione del Califfato. 

Oggi, nonostante Isis rappresenti una minaccia anche per la stabilita’ della monarchia Saudita, il Califfato e’ geograficamente un’avamposto contro l’espansione sciita. Come già scritto, ci si dovrebbe porre la seguente provocatoria domanda: “ma perché l’Arabia Saudita dovrebbe voler eliminare l’Isis?” (No Pasdaran).

La verità resta una sola: Iran Deal avrà anche portato ad un accordo sul nucleare iraniano – anche se di dubbia validità nel futuro meno prossimo -ma ha rimesso in gioco un regime pericoloso per tutto il Medioriente. In questo senso, le sanzioni internazionali erano un chiaro argine ai timori dei sunniti. L’argine, non solo e’ stato abbattuto riconoscendo un programma nucleare clandestino e senza porre limiti ad un programma missilistico pericoloso. A questa follia, e’ stato anche concesso una immediata sospensione delle sanzioni internazionali che, alla prova dei fatti, favorirà solamente il settore pubblico iraniano e in buona parte i Pasdaran.

Nonostante quello che possano dire i mass media e i politici e gli analisti favorevoli all’accordo con l’Iran, la scelta Occidentale di non contenere Teheran e di creare con la Repubblica Islamica una “alleanza non formale”, era e resta il nodo cardine delle maggiori problematiche dell’attuale Medioriente. Un nodo che non verrà risolto nel breve periodo e che lascerà sul terreno – purtroppo – ancora parecchie vittime (la prossima crisi potrebbe toccare il Libano, ove Hezbollah – uno Stato nello Stato – risponde solamente a Teheran).

Questa verità e’ cosa nota, anche a chi non la ammette. Purtroppo si scontra con interessi politici – economicamente orientati – più forti degli interessi per il popolo siriano e i profughi

 

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