Archivio per febbraio, 2016

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Il fine settimana e questo lunedì, sono pieni di articoli in Rete e sui quotidiani, volti ad elogiare la vittoria dei cosiddetti “riformisti-pragmatici” alle elezioni per il rinnovo del Parlamento e dell’Assemblea degli Esperti. Elezioni che sembrano vedere i conservatori in vantaggio, ma con un netto miglioramento delle liste vicine al Presidente Rouhani (e a Rafsanjani) e una sconfitta della fazione “principalista”.

Ci auguriamo tutti che queste nuove elezioni possano significare per il popolo iraniano un vero cambiamento, ma ci permettiamo di andare in senso contrario rispetto alle euforie Occidentali. Lo facciamo nella speranza di sbagliare, ma nella consapevolezza di quanto accaduto dall’elezione di Hassan Rouhani alla Presidenza dell’Iran nel 2013. Lo facciamo soprattutto coscienti che, la tornata elettorale appena svoltasi, e’ stata falsata in partenza. Oltre il 60% dei candidati sgraditi al regime, infatti, sono stati squalificati a priori. Nelle liste, quindi, e’ rimasto chi – seppur cercando qualche mutamento (soprattutto economico) – si e’ allineato al volere di Khamenei.

Lo facciamo, pero’, soprattutto nella consapevolezza di voler dare voce a coloro a cui e’ stata tolta la voce. Non per scelta, ma perché rinchiuso dietro le sbarre di una cella per ragioni politiche, etniche o religiose.

Lo facciamo nel nome di Atena Farghadani, condannata a 12 anni di detenzione per aver disegnato una vignetta sgradita ai Parlamentari iraniani (No Pasdaran).

Lo facciamo nel nome dell’Ayatollah Hossein Kazemeyni Boroujerdi, condannato a 11 anni di carcere per aver rifiutato il Khomeinismo e predicato l’uscita dei clerici dai ranghi del potere politico (Taavana).

Lo facciamo per Hossein Ronaghi Maleki, blogger iraniano arrestato la prima volta nel 2009 durante le proteste dell’Onda Verde, e da poco risbattutto in carcere nonostante i suoi gravi problemi di salute (No Pasdaran).

Lo facciamo nel nome di Narges Mohammadi, incarcerata per aver protestato per i detenuti politici, contro la pena di morte e per aver incontrato a Teheran l’ex Mrs. Pesc Lady Ashton. Anche a lei vengono negate le cure mediche e addirittura la possibilità di contattare telefonicamente i due figli piccoli (Nobel’s Women Initiative).

Lo facciamo per Hashem Zeinali, un padre che ha visto suo figlio sparire durante le proteste studentesche di Teheran del 2009, da poco condannato al carcere e a 74 frustate per aver preteso spiegazioni dal regime (No Pasdaran).

Lo facciamo per Isa Saharkhiz, politico riformista che non si e’ allineato al regime dopo le repressioni del 2009, arrestato e oggi sbattuto in cella di isolamento (No Pasdaran).

Lo facciamo per gli 80 Baha’i iraniani attualmente detenuti nelle prigioni della Repubblica Islamica, unicamente per aver scelto di non abbandonare la loro fede e di convertirsi all’Islam (Bic.org).

Lo facciamo per Maysam Hojati, arrestato durante la sera del Natale 2015, per essersi convertito dall’Islam al Cristianesimo. Oggi in Iran i cristiani dietro le sbarre sono oltre 90 (Mohabat News).

Lo facciamo per quei 100 detenuti del carcere di Sanandaj che aspettano – nell’indifferenza internazionale – di essere mandati al patibolo. Alcuni di questi hanno commesso il reato in eta’ minorile. Dall’elezione di Rouhani, oltre 2200 detenuti sono stati impiccati (No Pasdaran).

Lo facciamo, infine, anche per quei bimbi siriani di Madaya, assediati dai Pasdaran e dalle milizie sciite pagate dall’Iran. Loro non possono votare in Iran, ma il regime dei Mullah ha comunque preteso di decidere della loro vita e della loro morte (No Pasdaran).

Questo e’ unicamente un piccolissimo elenco di coloro che non hanno votato in Iran, perché incarcerati per non essersi allineati. Nel loro nome e fino alla loro liberazione, nessun “nuovo Iran” esisterà veramente.

Loro non hanno votato... (2)

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In queste ore milioni di iraniani si stanno recando ai seggi per eleggere il nuovo Parlamento e la nuova composizione dell’Assemblea degli Esperti. Al di la’ di quello che sara’ il risultato, si tratta di elezioni falsate già in partenza, considerando che il potente Consiglio dei Guardiani ha squalificato il 60% dei candidati sgraditi all’establishment.

I mesi intercorsi tra la firma dell’accordo nucleare e le elezioni di oggi in Iran, sono stati mesi di durissime repressioni all’interno della Repubblica Islamica. In carcere sono finiti indiscriminatamente artisti, giornalisti sgraditi, politici non allineati e soprattutto attivisti per i diritti umani e civili. Sul loro arresto, sui falsi processi e sulle assurde condanne, l’Occidente e’ rimasto colpevolmente zitto. Invece di porre chiare condizioni per un nuovo dialogo, l’Occidente – prima fra tutti Federica Mogherini – ha scelto la linea del silenzio assenso, avviando una serie di vergognose processioni a Teheran o coprendo simboli culturali nazionali, per non offendere Hassan Rouhani (leggi Italia).

Cosi, non stupisce che, mentre gli iraniani si recano ai seggi, le repressioni nella Repubblica Islamica continuano liberamente. In queste ore arriva la notizia del trasferimento in cella di isolamento del giornalista e politico riformista Isa Saharkhiz, già responsabile del dipartimento stampa del Ministero della Cultura ai tempi di Khatami, arrestato la prima volta nel 2009 in seguito alle proteste popolari dell’Onda Verde.

Liberato nell’Ottobre del 2013, Isa Saharkhiz e’ stato arrestato nuovamente il 3 novembre del 2015 – insieme ad altri quattro giornalisti riformisti – con l’accusa di essere parte di un network in contatto con “nemici Occidentali” (Journalism Is Not A Crime). Subito dopo il suo arresto, Isa ha dichiarato un estenuante sciopero della fame per protestare contro la detenzione illegale. Uno sciopero durato ben 48 giorni e terminato solo dietro la promessa del rispetto dei suoi diritti legali. Uno sciopero della fame che ha fatto perdere al politico riformista – già fisicamente debilitato – ben 20 kg (Journalism Is Not A Crime).

Il 19 febbraio scorso, quindi, Isa Saharkhiz ha avuto modo di parlare brevemente con la famiglia, informandola del suo trasferimento in cella di isolamento. I parenti hanno denunciato di non aver avuto nessuna spiegazione in merito alle ragioni di questo trasferimento. Non solo: Mehdi Saharkhiz, ha denunciato che nonostante il processo contro suo padre inizierà il prossimo 6 marzo, Isa non ha avuto ancora modo di parlare con un avvocato (Iran Wire). Per la cronaca, in Iran, il trasferimento in isolamento significa stare in una cella di due metri per 1,5 metri, senza bagno, con un paio di coperte e nessun letto. 

In una intervista rilasciata poco dopo l’inizio della prigionia del padre, Mehdi Saharkhiz ha collegato l’arresto con le elezioni iraniane e ha accusato direttamente l’Ayatollah Khamenei, incapace di accettare ogni minima forma di critica. Tra le altre cose, anche Mehdi e’ un perseguitato politico ed e’ stato costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti per poter vivere liberamente (Journalism Is Not A Crime).

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Nei quotidiani Occidentali – in particolare in quelli italiani – della storia del processo ad una rete di spie ingaggiate dall’Iran in Arabia Saudita, non sta trovando praticamente alcuno spazio. Eppure, una attenzione a questo caso sarebbe necessaria, soprattutto alla luce della capacita’ di rivelare il modus operandi dell’intelligence iraniana (Okaz).

In primis alcune informazioni: la cellula era composta da 32 persone, 30 sauditi, un afghano che lavorava come cuoco in un ristorante e un iraniano che parla fluentemente arabo. Secondo quanto gli stessi imputati hanno confessato, obiettivi della cellula era:

  • raccogliere informazioni sensibili relative al settore militare e di sicurezza dell’Arabia Saudita;
  • favorire azioni di disturbo della pubblica sicurezza, al fine di contribuire alla destabilizzazione dell’area del Golfo;
  • mettere in atto azioni di sabotaggio contro infrastrutture vitali all’economia del Regno saudita. 

Basandoci sulle prime informazioni che arrivano dal processo in corso, le spie reclutate hanno viaggiato in Libano e in Iran, ove hanno ricevuto un addestramento direttamente dai Pasdaran e dagli uomini di Hezbollah. A quanto sembra, durante la permanenza in Iran, alcune delle spie saudite avrebbero anche incontrato la Guida Suprema Ali Khamenei (Saudi Gazette). Una volta tornati in Arabia Saudita, le spie hanno mantenuto un rapporto costante con l’intelligence iraniana (Okaz).

Tra i reclutati da Teheran – punto assai interessante – c’erano anche un professore della King Saud University di Riyad, uno studente della Imam Muhammad Bin Saud Islamic University (sempre della capitale) e un accademico in contatto con il Ministero dell’Educazione saudita (Saudi Gazette). Altrettanto interessante, quindi, e’ il fatto che alcune spie lavoravano invece nel settore finanziario, particolarmente nell’area di Medina (Okaz).

Probabilmente, pero’, la notizia piu’ importante relativa alla composizione di questa cellula filo-iraniana, e’ il fatto che tra gli arrestati c’e’ anche un fisico nucleare. Segno evidente anche del fatto che l’Arabia Saudita sta lavorando attivamente ad un suo programma nucleare, che rappresenta una reazione a quello della Repubblica Islamica dell’Iran. Il fisico nucleare ha lavorato per sei anni in Cina (Saudi Gazette).

Infine, rileviamo che la cellula e’ stata attiva tra nel periodo tra il marzo e il maggio del 2014 e avrebbe avuto un ruolo nelle proteste anti-governative nell’area di al Qatif – a maggioranza sciita – vitale per l’infrastruttura petrolifera e industriale dell’Arabia Saudita.

 

 

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La migliore risposta a chi sostiene che le minacce che provengono dall’Iran sono solo propaganda, e’ questa notizia che arriva direttamente dalle Filippine.

Secondo quanto denunciano le autorità aeroportuali di Manila, infatti, i Pasdaran iraniani stanno pianificando una azione contro la Saudi Airlines, compagnia aerea dell’Arabia Saudita. Il piano – già in uno stadio avanzato – prevede di dirottare o far saltare in aria un volo saudita in partenza del sud est asiatico. Ovviamente, l’azione e’ parte della “divina vendetta” promessa da Khamenei in persona in seguito all’esecuzione dello Sceicco sciita Nimr al-Nimr a Riyadh (The Telegraph).

Alcuni dettagli del progetto terrorista iraniano sono stati rivelati dal quotidiano filippino “The Manila Times” (Manila Times). L’attentato verrebbe realizzato da un gruppo di dieci persone, guidati e finanziati dai Pasdaran, sei delle quali di nazionalità yemenita (legati alla minoranza Houthi, ormai praticamente asservita al volere di Teheran). Il progetto, fortunatamente, e’ finito nelle mani dell’intelligence e l’Ambasciata saudita a Manila ha immediatamente avvisato le autorità locali (speriamo serva ad arrestare la cellula terrorista il prima possibile).

I nome dei dieci terroristi non sono ancora stati resi noti. Si sa che hanno già lasciato l’Iran per compiere la loro azione, passando attraverso la Turchia. Non e’ possibile sapere se il loro obiettivo e’ quello di compiere l’attentato nelle Filippine, o in paesi come la Malesia e l’Indonesia. Nel frattempo l’Ambasciata saudita a Manila ha chiesto alle autorità filippine di installare nuovi sistemi di sicurezza all’aeroporto, allo scopo di prevenire urgentemente il rischio di un attacco.

Ancora una volta viene dimostrato come la natura terrorista del regime iraniano, non importa quale sia il nome o la corrente politica del suo Presidente, resta immutata e drammaticamente pericolosa.

Ricordiamo che, attraverso Hezbollah e la Jihad Islamica, l’Iran ha già compiuto in passato azioni terroriste contro aerei civili, come nel caso del volo TWA 847 (17 giorni di terrore e un morto).

 

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Come preannunciato il blogger iraniano Hossein Ronaghi-Maleki e’ tornato in carcere. Hossein aveva personalmente annunciato la sua prossima nuova carcerazione attraverso i social. Puntualmente, le porte di Evin si sono riaperte per il blogger iraniano il 20 gennaio 2016 (No Pasdaran).

Questo, nonostante le condizioni di salute di Hossein, condizioni per le quali il giovane attivista era stato rilasciato su cauzione il giugno del 2015. Purtroppo la pietà del regime iraniano era tutta una illusione. Hossein non solo e’ stato richiamato improvvisamente in carcere – guarda caso alla vigilia delle elezioni per il Parlamento e per l’Assemblea degli Esperti – ma non sta neanche ricevendo le attenzioni di cui ha diritto.

Secondo quanto denunciato dalla famiglia, infatti, ad Hossein non vengono garantite dalle autorità carcerarie le cure mediche di cui necessita, per gravi infezioni ai reni, contratte dopo l’inizio della sua prigionia ad Evin nel 2009. Ricordiamo che il blogger iraniano e’ stato arrestato nel 2009 per il suo contributo alle rivolte popolari dell’Onda Verde. Condannato a 15 anni di carcere, Hossein ha rischiato la vita e dichiarato più volte lo sciopero della fame per ottenere le cure mediche di cui necessitava (The Guardian).

Nel marzo del 2015, il padre di Hossein, Ahmad Ronaghi-Maleki, ha denunciato che lo scopo del regime e’ quello di far di Hossein un nuovo Sattar Beheshti, riferendosi ad un altro noto blogger iraniano ucciso dal regime nel 2012, mentre era in stato di arresto (Journalism Is Not a Crime). L’intervista rilasciata per Iran Wire, e’ costata ad Ahmad la condanna a quattro mesi di detenzione.

Profilo di Hossein Ronaghi Malekihttps://goo.gl/X0rzb0

Petizione per chiedere il suo immediato rilasciohttp://goo.gl/LJS1GK

Profilo Twitter di Hossein, inattivo dalla data del nuovo arresto: https://goo.gl/4M52fS

Firma la Petizione alla Presidente della Camera Boldrini: Change.org

MEME HOSSEIN RONAGHI MALEKI BOLDRINI

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Eccolo il “nuovo Iran”, quello che prometteva Rouhani nel 2013 e quello di cui – ancora oggi – ci parlano i media Occidentali. Tutte bugie, buone per giustificare un “rapprochement che tutti sanno essere non solo immorale, ma anche ingiustificato.

Nell’Iran di Rouhani, non solo oltre 2200 detenuti sono stati già impiccati, ma pene medievali vengono inflitte anche a chi si azzarda a manifestare pacificamente per i diritti civili o semplicemente per un proprio parente, incarcerato o sparito per motivi politici.

Il carcere di Evin a Teheran, ove sono incarcerati spesso i detenuti politici, e’ divenuto il luogo ove – ogni Sabato – si ritrovano coloro che non accettano di chinare la testa silenziosamente (Gaiaespana.com). Cosi e’ stato quando il 23 Novembre 2015 quando, come spesso accade purtroppo, gli agenti della sicurezza hanno deciso di intervenire duramente, arrestando 18 dei manifestanti (Iran Wire). Tra i fermati, c’era la Signora Seamin Ayvaz-zadeh, madre di Omid Alishenas, attivista per i diritti dei bambini, condannato a 10 anni di carcere per “insulto alla Guida Suprema” (Human Rights in Iran).

Tra i fermati c’era anche Hashem Zeinali, un padre disperato il cui figli e’ scomparso nel 1999, durante la repressione delle manifestazioni degli studenti dell’università di Teheran. Vogliamo ricordare che, quelle repressioni, furono approvate dall’attuale Presidente iraniano Hassan Rouhani, all’epoca a capo del potente Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale (si legga l’articolo del New York Times del luglio 1999: Turning Tables In Iran, Crowds Back Old Line).

A distanza di meno di quattro mesi da quegli arresti, la Corte Criminale numero 1060 del Tribunale di Teheran, ha emesso le sue sentenze: per tutti i 18 fermati la pena e’ di 91 giorni di detenzione e 74 frustate. Tra i condannati, neanche a dirlo, anche la Signora Seamin Ayvaz-zadeh e il Signor Hashem Zeinali (Iran Human Rights). I nomi degli altri condannati sono: Reza Malek (ex prigioniero politico), Ehsan Kheybar, Abdolazim Oruji, Mohsen Haseli, Mohsen Shojah, Khadijeh (Leyla) Mirghaffari, Azam Najafi, Parvin Soleimani, Shermin Yemeni, Sara Saiee, Arshia Rahmati, Massoud Hamidi, Ali Babaiee, Esmaeil Hosseini, Farideh Tousi e Zahra Modarreszadeh.

Vogliamo ricordare che, questi arresti e queste condanne, vanno anche contro la Costituzione iraniana e le Convenzioni Internazionali, firmate dallo stesso Iran. La Costituzione iraniana, articolo 27, garantisce il libero diritto di assemblea. Lo stesso diritto e’ anche garantito dall’articolo 21 della Convenzione Internazionale dell’ONU per i Diritti Civili e Politici, firmata dall’Iran nel 1968 ed entrata in vigore nel 1975 (OHCHR).

Infine, sottolineano che a difendere questi attivisti e’ ancora una volta il coraggioso avvocato iraniano Mohammad Moghimi, anch’egli arrestato nel giugno del 2015 per aver stretto la mano di una sua assistita, l’attivista Atena Farghadani, condannata a 12 anni di carcere per una vignetta in favore dei diritti delle donne, sgradita al regime (Human Rights in Iran).

Molto presto la Presidente della Camera Laura Boldrini si recherà in Iran. Come richiesto anche da una petizione su Change.org (firmate mi raccomando), e’ tempo che l’Italia – attraverso una delle sue prime cariche istituzionali – ponga delle chiare condizioni al dialogo con il regime iraniano. Questo silenzio assordante e’ inaccettabile e colpevole!

Immagini di una classica protesta settimanale fuori dal carcere di Evin

 

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Qualcuno ha scritto che “L’Iran conquista Bruxelles” (L’Indro). Un modo per sottolineare il successo del viaggio del Ministro degli Esteri Zarif nella capitale belga, ove ha sede il Parlamento Europeo.

Diciamo che si tratta di una conquista fatta senza combattere, considerando che ormai da anni l’Europa ha abiurato al suo dovere di condanna del comportamento disumano del regime iraniano. L’attuale Mrs. Pesc, l’italiana (sic) Federica Mogherini, e’ probabilmente tra i maggiori rappresentanti di questo colpevole silenzio. Un silenzio che ha mantenuto anche quando Teheran ha sbattuto in cella l’attivista Narges Mohammadi, condannata anche per aver incontrato in Iran la predecessora della Mogherini, Lady Ashton (No Pasdaran).

Qualche eurodeputato ha cercato di sollevare il vergognoso tema dei diritti umani nella Repubblica Islamica, particolarmente quello delle oltre 2200 condanne a morte eseguite dal regime dall’elezione di Hassan Rouhani. Niente da fare: nonostante una generale presa di coscienza della necessita’ di miglioramenti, Zarif ha rigettato il colpo, ma ha difeso a spada tratta le impiccagioni. Non solo: il Ministro degli Esteri iraniano ha sottolineato che, la maggior parte delle condanne a morte in Iran, sono emesse per reati legati al traffico di droga. Quindi, la naturale conseguenza di questo dato e’ che l’Europa deve aumentare i fondi all’Iran per combattere il narcotraffico. Un modo come un altro per chiedere all’Unione di rendersi complice delle violazioni delle normative internazionali di cui l’Iran e’ responsabile (Iran Human Rights).

E’ necessario ricordare infatti che, secondo le Nazioni Unite, l’uso che l’Iran fa dello strumento (medievale) della pena di morte, e’ contrario a tutte le normative sinora approvate. Non solo la maggior parte delle condanne a morte sono approvate contro piccoli spacciatori, ma molto spesso riguardano anche minori. Senza contare che la pena di morte e’ usata spesso anche contro gli oppositori politici e religiosi, spesso decisa sotto l’accusa di moharebeh (guerra contro Dio). Ricordiamo, a tal proposito, che l’ultimo report di Nessuno Tocchi Caino, definisce l’Iran il “Paese Boia del 2015”, in considerazione del rapporto tra numero di esecuzioni capitali e numero di abitanti (NTC).

D’altronde, a dispetto delle bugie dello stesso Zarif davanti agli europarlamentaricome dimenticare che il primo a difendere l’uso spasmodico della pena di morte, fu proprio lo stesso Hassan Rouhani, in una intervista rilasciata al Corriere della Sera nel novembre del 2015 (Iran Human Rights). Ovviamente, anche in quel caso, nessun giornalista e politico italiano ricordo’ a Rouhani che, a dispetto di tutti i detenuti impiccati, il traffico di droga continua a non diminuire ai confini dell’Iran. Cosi come nessuno ha chiesto lumi al Presidente iraniano, in merito al coinvolgimento dei Pasdaran nel traffico di droga e al rapporto tra Iran-Hezbollah e i cartelli della droga in America Latina (Business Insider).

Non solo: con la benedizione europea, l’Agenzia ONU contro il Narcotraffico ha aumentato i finanziamenti al regime iraniano, rendendoci tutti complici degli abusi di Teheran. Ora una domanda: ma l’Italia non era il capofila della Moratoria Internazionale Contro la Pena di Morte? Ah già, era…

Dedicheremo all’audizione di Zarif – e alle numerose e gravi bugie da lui dichiarate – altre analisi nei prossimi articoli.

La risposta di Zarif sulla pena di morte dal min. 57.23