Archivio per dicembre, 2015

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Il 25 dicembre scorso il Ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni twittava orgoglioso un augurio ai Cristiani d’Oriente, mai come oggi martoriati dalle persecuzioni religiose. Peccato che, in tutti questi mesi, tutto l’Occidente e’ rimasto silenziosamente a guardare mentre il regime iraniano – non diversamente da Daesh – continuava a incarcerare decine e decine di cristiani. Gli ultimi drammatici episodi sono accaduti proprio il 23 dicembre e il 25 dicembre scorso.

Il 23 dicembre, le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato Maysam Hojati, musulmano convertito al cristianesimo, portato via dagli agenti dei Mullah dalla sua casa di Isfahan. Gli agenti, come già accaduto in occasione del primo arresto nel 2012, sono entrati nella casa di Maysam Hojati senza avviso, lo hanno incappucciato davanti ai parenti e hanno requisito computer, testi religiosi e l’albero di Natale addobbato per la festa. Prima di andare via, le forze di sicurezza hanno minacciato la famiglia di Maysam Hojati non avvisare nessuno dell’arresto del loro caro (Mohabat News).

Purtroppo, le brutte notizie non sono finite. In pieno Natale, il 25 dicembre scorso, le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato 9 cristiani presso Shiraz, nel Sud del Paese. Di seguito, otto dei nomi degli arrestati (uno resta ancora sconosciuto): Mohsen Javadi, Elaheh Izadi, Ahmad Golshani-Nia, Reza Mohammadi, Mahmoud Salehi, Moussa Sari-Pour, Alireza Ali-Qanbari e Mohammad-Reza Soltanian. Si tratta, ancora una volta, di musulmani convertiti al cristianesimo (Iran News Update).

Viene da chiedersi che significato ha augurare Buon Natale ai cristiani d’Oriente (e alle minoranze religiose perseguitate), mentre l’intero mondo democratico guarda passivamente alle quotidiane violazioni dei diritti umani da parte della Repubblica Islamica dell’Iran. Viene da chiedersi soprattutto se, davanti a questo ennesimo crimine avvenuto in pieno periodo Natalizio, l’Occidente democratico resterà ancora silenziosamente a guardare…

Foto di Moysam Hojati, arrestato il 23 dicembre scorso in Iran

Foto di Moysam Hojati, arrestato il 23 dicembre scorso in Iran

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L’Iran combatte Isis? Hamas e l’Iran sono ai ferri corti? Isis e Hamas sono nemici? Tutte teorie che, come sempre accade, sono smentite dai fatti. Gia’, perché al di la delle diversità politiche e religiose, non c’e’ contrapposizione che tenga all’interno del mondo terrorista, quando si tratta di attaccare un nemico comune.

Ecco allora che – mentre l’Occidente si riempie la bocca di illusioni sull’Iran – Teheran non si fa alcune problema a cooperare con Hamas e Isis per contrabbandare armamenti nella Penisola egiziana del Sinai. Secondo informazioni di intelligence, Hamas da mesi coopera con l’ala di Daesh nel Sinai, anche nota come Ansar Bait al-Maqdis. L’uomo che farebbe da intermediario in questa cooperazione e’ il capo dell’ala militare di Isis nel Sinai, tale Shadi al-Menai (Washington Institute).

Menai – inserito dall’Egitto nella top list dei “most wanted” – ha visitato numerose volte la Striscia di Gaza segretamente, incontrando diversi esponenti dell’ala militare di Hamas, le Brigate Izz al-Din al-Qassam. Grazie a queste discussioni avrebbero permesso l’avvio di una cooperazione tra Isis e Hamas, per il contrabbando delle armi provenienti dall’Iran e dalla Libia. Come sempre, a sostegno di questo accordo ci sono le tribù Beduine della Penisola del Sinai, capaci di far entrare le armi nella Striscia di Gaza per mezzo di tunnel. In questi mesi, diversi tunnel scavati tra Gaza e il Sinai sono stati attaccati dall’esercito egiziano. Ancora, sempre secondo l’intelligence, l’uomo di Hamas responsabile di mantenere le relazioni con i Beduini del Sinai, sarebbe Ayman Nofal, già arrestato dal Cairo nel 2008 e riuscito a scappare dalle prigioni egiziane solamente grazie al caos generatosi in seguito alla Primavera Araba del 2011. Vogliamo ricordare che fu proprio Ayman Nofal uno dei capi di Hamas incaricati dall’Iran di destabilizzare la Penisola del Sinai, in seguito al colpo di Stato che porto’ al potere il Generale al Sisi (No Pasdaran).

Queste informazioni rappresentano l’ennesima conferma della pericolosità del gruppo terrorista palestinese di Hamas. Una organizzazione che, proprio grazie al sostegno iraniano, contribuisce direttamente all’instabilità dell’Egitto e della Libia, Paesi chiave nell’ottica della sicurezza del Mediterraneo e dell’Italia stessa.


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A meeting between Russian President Vladimir Putin and the new Saudi Defense Minister Mohammed bin Salman al-Saud took place in Sochi.

Solo qualche settimana fa il “Kissinger italianoMassimo D’Alema – come stiamo messi male… – concedeva una intervista a Repubblica, proponendo la sua strategia per sconfiggere Isis: una alleanza preferenziale con il mondo sciita (Iran e Hezbollah) e la “nascita di un Islam europeo”. Il nemico giurato da sconfiggere, quindi, era per l’ex Ministro degli Esteri il “fondamentalismo Wahhabita”, in altre parole l’Arabia Saudita e i suoi alleati (Repubblica).

Al “Caro Leader” D’Alema, in seguito all’intervista, fu fatto presente che, pensare di sconfiggere il radicalismo sunnita in alleanza con il radicalismo sciita Khomeinista, non solo causerebbe un aumento del conflitto settario nel Medioriente, ma sfavorirebbe la nascita di un qualsiasi Islam Europeo, in considerazione del fatto che questo Islam e’ quasi totalmente sunnita. Ergo, pur non essendo per la maggior parte Wahhabita, ben pochi sunniti ‘Europei’ attratti dalle sirene del radicalismo, cambierebbero idea vedendo l’Occidente stringere rapporti preferenziali con i jihadisti sciiti a Teheran e nella Valle della Bekaa (GaiaItalia.com).

Oggi, una nuova spallata alle strategie dalemiane arriva direttamente da Riyadh. Dopo aver organizzato un meeting delle opposizioni siriane (da cui e’ stata escluso il Fronte al Nusra), l’Arabia Saudita ha annunciato la creazione di una “alleanza Islamica contro il terrorismo”. Di questa alleanza, secondo quanto riportato dalla Saudi Press Agency, fanno parte (oltre all’Arabia Saudita): Giordania, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Bahrain, Bangladesh, Benin, Turchia, Chad, Togo, Tunisia, Djibuti, Senegal, Sudan, Sierra Leone, Somalia, Gabon, Guinea, Isole del Commodoro, Costa D’Avorio, Kuwait, Libano, Libia, Maldive, Mali, Malesia, Egitto, Marocco, Nigeria, Niger e Yemen. Il comunicato, quindi, riporta anche la presenza dell’Indonesia e della “Palestina”, quest’ultimo un non Stato nella realtà, ma un chiaro segno da parte dei sauditi della loro intenzione di non lasciare la questione israelo-palestinese nelle mani dell’arci-rivale iraniano. 

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Come detto, obiettivo di questa coalizione e’ la sconfitta del terrorismo (Video in Arabo). Tradotto nelle parole della monarchia saudita, terrorista e’ il jihadista sunnita di Daesh e di al Nusra, ma anche e soprattutto il jihadista delle decine e decine di milizie sciite inserite nel libro paga della Repubblica Islamica. In tal senso, quindi, e’ bene andarsi a leggere attentamente il cominciato stampa ufficiale rilasciato per l’annuncio della alleanza islamica contro il terrorismo (Saudi Press News). Secondo quanto scritto, riportiamo il testo esatto in inglese, scopo della alleanza e’ quella di “achieving integration, closing ranks and uniting efforts to combat terrorism, which violates the sanctity of people’s lives, threatens regional and international security and peace, poses a threat to the vital interests of the nation and undermines coexistence in it“. 

In altre parole, quindi, gli Stati menzionati si alleano per combattere il terrorismo che viola la vita delle persone e minaccia la stabilita’ regionale e la sicurezza, mettendo a rischio gli interessi vitale della nazione e la coesistenza. Sotto questa dicitura, come suddetto, per i sauditi non rientra solamente la galassia Islamista – cresciuta all’ombra delle moschee Wahhabite finanziate da Riyadh e spesso sfuggita di mano – ma soprattutto la Repubblica Islamica dell’Iran, quotidianamente accusata da diversi Paesi del Golfo di essere la prima fonte di destabilizzazione della regione. In altre parole, quello che i sauditi stanno dicendo al mondo Occidentale e’ questo: vi aiutiamo a combattere il terrorismo salafita, ma lo facciamo mettendo in chiaro che i proxy dell’Iran fanno parte della stessa categoria di Isis e al Nusra. Non e’ un caso che, elencando i Paesi che soffrono della piaga del terrorismo, il Vice Re e Ministro della Difesa Saudita Mohammed bin Salman al Saud ha citato, tra gli altri,  Siria, Iraq, Yemen, Nigeria e Pakistan, ovvero i Paesi mussulmani in cui le milizie sciite filo-Teheran sono più’ attive (Saudi Press News).

Non e’ un caso infatti che, pur richiamandosi l’alleanza anche all’Organizzazione della Cooperazione Islamica, dall’accordo rimangono fuori non solo l’Iran, ma anche Paesi come l’Oman e l’Afghanistan, Stati a doppio filo legati a Teheran (oltre alla Siria e all’Iraq, ormai non-State). Significativamente, pero’, entrano nella coalizione il Pakistan – ove il 20% della popolazione e’ sciita – e il Libano, uno Stato all’interno del quale domina il contro-Stato sciita di Hezbollah.

Probabilmente molto presto, assisteremo alle prime conseguenze pratiche della nascita di questa alleanza. Non solo in Siria e in Iraq, ma anche e soprattutto in Yemen e in Africa. Non può essere un caso infatti che, l’annuncio della nascita della alleanza filo-saudita, e’ conciso anche con l’avvio di una durissima campagna dell’esercito nigeriano contro lo Sceicco Ibraheem Zakzaky. Lo Sceicco Zakzaky non e’ solo di fede sciita, ma e’ soprattutto un religioso completamente fedele all’Ayatollah Khamenei. In queste ultime settimane, erano circolate notizie in merito all’addestramento in Nigeria di jihadisti sciiti da inviare in Siria (Good Morning Iran). Il Parlamento iraniano ha già chiesto l’invio di una missione urgente in aiuto agli sciiti nigeriani (Fars News).

Concludendo, l’alleanza “Islamica” annunciata da Riyadh, rappresenta un monito per tutto l’Occidente. Seguire la strategia dalemiana, mettere da parte il mondo sunnita per abbracciare quello sciita legato all’Iran, non determinerà alcun risultato concreto. Al contrario, quanto accaduto, dimostra ancora una volta di più che, la salvezza del Medioriente, passa non solo dalla necessaria sconfitta del salafismo sunnita (primo fra tutti il cancro del Califfato), ma anche dal ritiro delle milizie sciite al servizio dei Pasdaran.

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Non si ferma la vergognosa ondata di abusi dei diritti umani in Iran. Ancora una volta, ad essere condannati al carcere sono rappresentanti della cultura popolare che non si uniformano ai voleri del regime. Ancora una volta, tutto ciò avviene nella piena – o quasi – indifferenza internazionale.

Questa volta, dietro le sbarre per due anni anni finiscono Mehdi Rajabian e Yousef Emadi, fondatore e manager del sito di musica alternativa BargMusic. Con loro, in prigione finisce anche Hossein Rajabian, fratello di Mehdi, regista indipendente e fotografo. Purtroppo per Hossein, per lui gli anni di galera saranno cinque. Per tutti i condannati, neanche a dirlo, l’accusa e’ quella di “propaganda contro lo Stato” (o meglio il regime) e “insulto al Sacro” (Iran Wire). Ricordiamo che la BargMusic, e’ stata anche la casa discografica del noto rapper iraniano Shahin Najafi, oggi costretto a vivere in esilio in Germania a sulla cui testa pende una fatwa di condanna a morte emessa in Iran (Iran Wire).

I Mehdi, Yousef e Hossein sono stati arrestati nell’Ottobre del 2013 nella città di Sari, nel nord dell’Iran. Trasportati nel carcere di Evin, sotto il controllo diretto dei Pasdaran, hanno subito la confisca di praticamente tutti i loro beni professionali e sono stati costretti a rilasciare confessioni forzate. Tra le altre cose, Hossein e’ stato arrestato mentre girava un film, dopo aver richiesto e ottenuto tutti i permessi necessari richiesti dai Mullah.

Dopo aver passato due mesi senza processo e in isolamento, i tre sono stati rilasciati su cauzione, dopo aver pagato 67000 dollari di condizionale. La liberazione fu direttamente influenzata dalle pressioni internazionali: il rilascio dei tre venne richiesto direttamente da Ahmad Shaheed, inviato speciale dell’ONU e da oltre 400 tra giornalisti, musicisti e attori. Purtroppo, pero’, da quel ormai lontano 2013 sono passati diversi mesi e cambiate tante cose. In un mondo alla rovescia, l’Iran e’ diventato un alleato dell’Occidente e l’interesse verso i diritti umani e le liberta’ del popolo iraniano, sono ormai scomparsi nelle diplomazie ‘democratiche’ (Journalism Is Not A Crime).

Aggiungiamo infine che, ormai da anni, le ONG per i diritti umani chiedono il processo contro giudici come Babaee e Moghiseh – quest’ultimo e’ colui che ha materialmente condannato Mehdi, Yousef e Hossein – accusati di lavorare direttamente con i Pasdaran, di non rispettare i parametri necessari per un giusto processo, allo scopo di uccidere ogni forma di dissenso all’interno della Repubblica Islamica (The Guardian).

Il rapper Shahin Najafi e’ stato accusato di apostasia per questo video

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Lo abbiamo scritto da tempo: l’accordo nucleare con l’Iran genererà un giro di business da capogiro per i gruppi legati ai Pasdaran. Una dimostrazione diretta di quanto affermato, quindi, l’abbiamo ritrovata proprio nella recente visita di una larga delegazione economica italiana – guidata dal Vice Ministro Calenda – nella Repubblica Islamica. Secondo quanto riporta il Tehran Times (link), infatti, la compagnia di navigazione italiana Fratelli Cosulich, avrebbe firmato un Memorandum of Understanding – MoU, con la Islamic Republic of Iran Shipping Lines, anche nota con la semplice sigla di IRISL.

Dobbiamo preoccuparci? Beh, legalmente parlando, se il MoU verrà implementato in seguito al lifting delle sanzioni (previsto per l’inizio del 2016), purtroppo l’accordo sara’ completamente regolare. Anche perché, proprio la IRISL, sara’ tra le compagnie iraniane che godrà della sospensione delle sanzioni internazionali al regime iraniano (UN Res. 2231). Ci sono pero’ due ordini di problemi: 1- le motivazioni che hanno portato la IRISL ad essere inserita nella lista delle sanzioni; 2- il comportamento del regime iraniano dopo l’accordo del 14 luglio scorso.

Partiamo dal primo problema: la IRISL e le sanzioni internazionali. La compagnia di navigazione iraniana e’ inserita nella lista delle sanzioni USA dal 2008 e in quelle ONU dal 2010, risoluzione 1929. Perché? Secondo quanto denuncia Stuart Levey – ex Sottosegretario USA per il Terrorismo e l’Intelligence Finanziaria – la IRISL non solo ha aiutato il regime iraniano ad evadere le sanzioni internazionali rifornendo regimi e gruppi terroristi considerati pericolosi dalle Nazioni Unite, ma ha anche emesso documenti falsi per favorire la proliferazione di materiale nucleare e missilistico (Treasury.gov). Tramite le sue 18 succursali in Iran e nel mondo, quindi, la IRISL ha fornito servizi logistici al Ministero della Difesa Iraniano, ancora oggi controllato saldamente da un Pasdaran (Hossein Dehghan, tra i fondatori degli Hezbollah libanesi).

Qui arriviamo al secondo problema: l’accordo nucleare del 14 luglio, assicura l’Italia e l’Occidente in merito alla fine dei comportamenti illegali e pericolosi della IRISL? C’e’ da dubitarne. Non solo perché chiunque conosce i Pasdaran e il regime iraniano, conosce bene la loro natura di pericolosi trafficoni. C’e’ da dubitarne, pero’, soprattutto perché il regime iraniano non riconosce alcuna legittimità alla risoluzione ONU 2231, la stessa che sospende le sanzioni internazionali contro la IRISL. La risoluzione ONU, infatti, recepisce l’accordo di Vienna del 14 luglio scorso, con un cosiddetto ANNEX B, sulla limitazione dello sviluppo del programma missilistico dell’Iran. Teheran – e’ stato detto nettamente – non si sente in alcun modo soggetta a questa risoluzione e lo ha dimostrato chiaramente, testando un nuovo missile balistico nell’ottobre scorso (No Pasdaran). Una chiara violazione dell’accordo raggiunto, passata completamente in silenzio per meri interessi politici/economici.

Ecco perché i rapporti tra le compagnie di navigazione italiane e quelle iraniane, devono preoccupare tutta la Comunità Internazionale. Al di la’ delle ingenue e pulite intenzioni degli Occidentali, il regime iraniano userà tutti questi accordi per mettere piede in luoghi strategici, quali ad esempio il porto italiano di Genova.

Esercito israeliano sequestra una nave iraniana carica di armi destinate a Hezbollah (2009) 

Diversi container presenti nella nave erano marcati ISIL

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Attivisti per i diritti umani, attivisti per i diritti delle donne e animalisti: ribellatevi e aiutateci!!! Il video che vi proponiamo qui sotto, infatti, vi mostra tutti i motivi per i quali e’ necessario che la società civile Occidentale si attivi, per impedire che l’Iran goda di un appeasement mondiale, senza pre-condizioni.

Nel video che vedete, infatti, e’ possibile vedere le forze di sicurezza iraniane sequestrare ad una povera donna il suo cane. Come la donna stessa denuncia nella pagina Facebook My Stealthy Freedom (la mia libertà rubata), ella e’ sottoposta nella Repubblica Islamica a due discriminazioni: e’ discriminata come donna, trattata secondo la legge come cittadina di Serie B e vessata quando non porta adeguatamente il velo obbligatorio (hijab), e come proprietaria di un cane. I cani, infatti, sono considerati impuri nell’Islam. Purtroppo, molto probabilmente, il cane del video verrà presto ucciso dai miliziani del regime.

Le donne iraniane, pero’, hanno deciso di continuare la loro quotidiana ribellione: continuando a portare il velo in maniera alternativa e affrontandone le conseguenze (spesso anche l’attacco con l’acido) e continuando a possedere un cane come animale domestico. Per vincere la loro guerra, pero’, hanno bisogno dell’aiuto delle democrazie mondiali. Un aiuto che, in questo momento, viene negato dai Governi Occidentali e dalle diplomazie Occidentali, troppo impegnate a fare affari con il regime iraniano.

Ecco allora che, ancora una volta, ben si capisce quanto conti la pressione dal basso – la pressione di chi ha umanità, prima che interesse materiale. Una leva importante, che sappiamo avere spesso la forza di costringere i Governi a rivedere le loro politiche interne e internazionali.

Condividete e denunciate!!! Questo e’ l’Iran dei Mullah, questo e’ l’Iran dei Pasdaran, questo e’ l’Iran che le diplomazie Occidentali vorrebbero portavi in casa…

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Notizie come queste si potrebbe classificarle sotto la dicitura “curiosità dal Medioriente”. E’ certamente in questa categoria che si inserisce la lettera inviata da una Parlamentare iraniana, tale Laleh Eftekhari, alla moglie del Presidente turco Erdogan, la Signora Emine Erdogan. Nella lettera, la Eftekhari scrive senza mezzi termini che la Signora Emine e’ una madre fallita, non avendo agito quando le foto del figlio Bilal insieme ai leader dell’Isis sono state diffuse dai media. Per la cronaca, ovviamente, non e’ dato sapere se la lettera sia stata veramente spedita direttamente ad Ankara, ma per certo possiamo dire che e’ stata diffusa  dai media iraniani (lettera in Farsi).

Parlando con il popolare sito Iran Wire, Laleh Eftekhari ha chiarito i motivi che l’hanno spinta a scrivere la lettera. Per prima cosa, la Eftekhari denuncia il dramma siriano, sottolineando che ella possa personalmente testimoniare che la Siria di Assad ha svolto elezioni “libere e democratiche”. Una affermazione che, sempre secondo la parlamentare iraniana, ella ha riscontrato lavorando come osservatrice “internazionale” delle elezioni (tenute nel 2014 e che, strano a dirsi, hanno visto vincere ancora Bashar al Assad con l’88% dei voti…elezioni praticamente boicottate da tutti i gruppi non sostenitori del partito Baath). Un altra ragione che ha spinto la Eftekhari a scrivere la lettera e’ data dal fatto che, la Signora Erdogan, veste il velo e sostiene la popolazione di Gaza. In tal senso, quindi, per la parlamentare iraniana non e’ assolutamente possibile che una “tale devota”, non riconosca la stessa solidarietà ai Siriani – ovviamente quelli fedeli ad Assad e all’Iran – da sempre in lotta nell'”asse della resistenza” contro il “sionismo”.

Per la cronaca, Lelah Eftekhari e’ la stessa parlamentare che – davanti alla domanda di una maggiore uguaglianza della donna rispetto all’uomo in Iran, ha denunciato che la Sharia non si cambia e che una moglie, anche per uscire di casa, ha bisogno del permesso preventivo del marito (Iran Wire). La stessa parlamentare che, invece di rappresentare nell’organo legislativo le istanze della popolazione femminile iraniana, ha firmato una nuova proposta di legge per punire coloro che non portano adeguatamente il velo (No Pasdaran). Ricordiamo che, lo scorso anno, oltre 300 donne sono state bruciate con l’acido in Iran per non aver indossato adeguatamente l’hijab. Per questi crimini nessun colpevole ha mai pagato un prezzo.

La Parlamentare Laleh Eftekhari in un video propaganda di Press TV

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