Archivio per novembre, 2015

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Da poco il mondo ha celebrato la Giornata Onu contro la Violenza sulle Donne. Una violenza non solo fisica, ma anche morale e di persecuzione legale. Esattamente quanto accade nel regime iraniano, ove le donne sono classificate come cittadine di serie B, la cui vita e testimonianza vale esattamente meta’ di quella dell’uomo. Una discriminazione che vieta alle donne di ottenere un passaporto, lasciare il Paese e lavorare senza il permesso di un “tutore maschio” e che – nonostante le promesse – ancora non permette loro di accedere liberamente agli stadi durante eventi sportivi.

Una violenza fisica che passa anche attraverso l’obbligatorietà di portare il velo sin dalla prima infanzia, una costrizione a cui le donne iraniane si sono sempre ribellate, inventando un modo tutto loro di indossare l’hijab e facendo infuriare le frange più conservatrice del clero locale. Una furia che, solamente lo scorso anno, ha portato i membri della milizia Hezbollah Iran, ad attaccare con l’acido decine e decine di ragazze innocenti, unicamente perché accusate di essere malvelate (No Pasdaran). Per quegli orrendi crimini, il regime iraniano non arresto’ mai alcun colpevole. Teheran, pero’, trovo’ il tempo di reprimere con la forza le proteste di piazza contro la violenza sulle donne (No Pasdaran).

Nonostante le denunce internazionali e nonostante l’elezione di un presidente – Hassan Rouhaniche aveva promesso di lavorare per favorire una maggiore uguaglianza tra uomini e donne in Iran, nella e’ cambiato all’interno della Repubblica Islamica. Al contrario, in particolare dopo la firma dell’accordo nucleare, le repressioni e le chiusure sui diritti civili sono aumentate nel Paese. L’ultima decisione ridicola, e’ stata da poco annunciata dalla polizia iraniana: alle donne che verranno pizzicate con il velo indossato male (o senza velo) alla guida, sara’ ritirata la patente e l’auto per almeno una settimana. Alla confisca del mezzo, quindi, si aggiungerà anche una multa o, peggio, una denuncia davanti al Tribunale Rivoluzionario (The Arab Weekly). La decisione, per la cronaca, vale anche per le donne straniere presenti all’interno della Repubblica Islamica.

Tra le altre cose, e’ noto che molte donne iraniane abbassano il velo alla guida per ragioni di sicurezza. E’ altrettanto noto che al regime iraniano poco importanza della vita dei suoi cittadini (o meglio delle sue cittadine), quando si tratta di applicare la Sharia per perpetuare il potere dell’establishment clericale e dei Pasdaran.

Purtroppo, come sempre, questo nuovo abuso dei diritti umani avviene nella piena indifferenza Occidentale. Un Occidente troppo preso ad spartirsi i ‘beni materiali’ dell’Iran, per passare il tempo a riflettere sui ‘beni umani’ della Repubblica Islamica.

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Ecco, questo articolo potrebbe aprirsi cosi: “Caro Occidente, se almeno non vuoi dare retta alla logica, ascolta la voce dei tuoi alleati curdi”. Perché, sommariamente, di questo si tratta. Non c’e’ miglior risposta a chi propone una alleanza con l’Iran per sconfiggere Isis, di questa denuncia che arriva direttamente dai Curdi, ovvero da una delle forze scelte dall’Occidente per sconfiggere il Califfato.

Secondo quanto denunciando le forze curde, infatti, l’Iran ha avviato una massiccia campagna di reclutamento di jihadisti sciiti da inserire nella sua proxy milizia irachena Hashd al-Shaabi.  Una campagna che avrebbe portato oltre 5000 nuovi miliziani all’interno di questa organizzazione. Tra loro, denunciano dal Kurdistan, ci sono quasi 2000 curdi sciiti. Secondo Erbil, quindi, lo scopo di questa campagna di reclutamento non e’ tanto la lotta contro il Califfato, ma quella contro le forze sunnite curde dei Peshmerga (AINA).

“Hashd al-Shaabi” – anche nota come Forza di Mobilitazione Popolare – rappresenta un ombrello di organizzazioni sciite, creata in seguito ad una fawta emanata dall’Ayatollah al Sistani nel 2014. Nonostante l’obiettivo di al-Sistani fosse quello di creare una forza non settaria, per combattere il Califfato, il regime iraniano ha presto agito per prendere il controllo dell’organizzazione. Basta un breve sguardo alle milizie che compongono Hashd al-Shaabi, per capire che, i comandanti dell’organizzazione rispondono direttamente a Qassem Soleimani, Comandante della Forza Quds (Orsam). Non solo: e’ da tempo noto che l’Iran non gradisce il Governo di Barzani nel Kurdistan iracheno, considerato troppo indipendente. Quindi, a dispetto di diverse collaborazioni, Teheran ha da tempo messo in moto azioni politiche e militari per provocare una rivolta nel Kurdistan iracheno (No Pasdaran, No Pasdaran).

Scontri tra i Peshmerga e le unita’ della Forza di Mobilitazione Popolare sono già avvenuti. L’ultimo di questi scontri e’ accaduto lo scorso 12 Novembre, presso il checkpoint di Tuz Khurmatu, la principale autostrada tra Baghdad e Kirkuk. Lo scontro, durato tre giorni, ha provocato 21 feriti. Una rivalità che si aggiunge a quella già da tempo in corso tra i Curdi e i miliziani sciiti dell’Organizzazione Badr, anche loro al servizio dell’Iran (l’Organizzazione Badr e’ la formazione più importante della Forza di Mobilitazione Popolare).

Nel giugno scorso, Amnesty International ha pubblicamente denunciato Hashd al-Shaabi, accusandola di essere solamente l’ennesima milizia settaria e di portare avanti vere e proprie azioni di pulizia etnica verso i sunniti (East Online). Purtroppo, l’Occidente sta attivamente sostenendo questa milizia, non rendendosi conto che lo stesso Primo Ministro iracheno al-Abadi – ormai avverso a Teheran – ne ha praticamente perso il controllo. Aumentare il potere della Forza di Mobilitazione Popolare, quindi, significa solamente aumentare il potere dell’Iran in Iraq e amplificare lo scontro settario in Medioriente.

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L’Occidente e’ abituato ad una lettura unilaterale della storia. Questo vale per le conquiste positive – non tutte infatti vengono dall’Occidente – ma anche per gli errori negativi – non tutti vengono dall’Occidente. L’Occidente, quindi, e’ abituato anche a pensare la geopolitica intorno a se stesso, guardando alle regioni del mondo confinanti come parte di questa unilateralità. La questione della strategia da applicare contro il Califfato, ne e’ un esempio lampante. 

In questi giorni, infatti, l’Occidente non e’ solo preso a cercare una strada per sconfiggere Daesh con i propri mezzi, ma discute anche di come farlo con gli alleati regionali. Il tutto, senza veramente aver compreso l’altra parte della geopolitica, ovvero quella che riguarda gli interessi dei potenziali “alleati”. Ecco allora che, in questo contesto, in tanti propongono di creare una special relationship soprattutto con l’Iran e le forze sciite (Khomeiniste) in Medioriente, evitando di farsi una domanda centrale: ma l’Iran vuole davvero sconfiggere il Califfato? 

Beh, apparentemente la risposta sarebbe positiva. Il vicino Stato Islamico di al-Baghdadi, infatti, non solo e’ sunnita, ma e’ anche di tradizione Hanbalita, Salafita e jihadista. Ergo, i primi nemici del Califfato sono proprio gli sciiti, in particolare gli sciiti legati alla Repubblica Islamica dell’Iran, vista come un male assoluto. Per questo, dicono analisti e esponenti politici alla D’Alema, l’Iran ha inviato mezzi e Pasdaran per combattere Isis, rappresentando sul terreno una forza che l’Occidente deve sostenere.

Premessa: una tesi simile, apparentemente basata sul realismo, e’ di per se una strategia perdente. Come sottolineato da sempre, pensare di sostenere il jihadismo sciita contro quello sunnita, non farà che aumentare il conflitto settario all’interno della regione Mediorientale, garantendo la nascita di una nuova spirale di violenza e odio nel futuro remoto. Non solo: anche chi propende per una nuova demarcazione di parte dei confini mediorientali fondata sulle divisioni etniche e religione, dovrebbe ricordarsi che in questa parte del mondo non e’ ancora lontanamente giunto quel processo di “laicizzazione” della politica iniziato nel Vecchio Continente con il “Date a Cesare quel che e’ di Cesare” e con il “cuius regio, eius religio“.

Torniamo alla domanda precedente: ma l’Iran vuole davvero sconfiggere il Califfato? Ne siamo davvero certi? Beh, per dare una risposta a questa domanda, proviamo a farlo ripercorrendo alcune fasi storiche centrali e il loro significato sugli interessi del regime iraniano.

Partiamo da un nome: Nuri al Maliki. Ex Primo Ministro iracheno, al-Maliki era in carica quando gli Stati Uniti decisero il ritiro delle truppe dall’Iraq (ritiro definitivo nel dicembre 2011). Lo stesso momento in cui, per mezzo di una strategia impressa dall’allora Generale Petraus, gli Usa cercavano di recuperare il sostegno delle tribù sunnite irachene e riportarle ad essere parte del gioco politico di Baghdad. Fu al-Maliki, a terminare il sostegno alle tribù sunnite irachene e ai cosiddette “Comitati del Risveglio”, creati appositamente per combattere le forze salafite presenti in Iraq, quelle da cui e’ originato Isil (Che cos’e’ l’Isis?). Perché? La risposta e’ semplice: al-Maliki volle approfondire lo scontro settario all’interno dell’Iraq – non solo con i sunniti ma anche con i curdi – per aumentare il suo potere. Lo fece nonostante la sua alleanza formale con gli Usa e appoggiandosi totalmente all’Iran. Fu il regime iraniano, infatti, a sostenere maggiormente il Governo al-Maliki, non solo politicamente, ma anche militarmente, rafforzando la presenza nel Paese di milizie sciite al servizio dei Pasdaran, quali l’Organizzazione Badr e Khata’ib Hezbollah. Senza capire questo passaggio, senza comprendere il peso di questa decisione, non e’ possibile comprendere l’evoluzione di Isis e la sua presa del potere a Musul, avvenuta praticamente quasi senza combattere. Quale interesse geopolitico per l’Iran? Il regime iraniano, geograficamente parlando, ha una sola via naturale di espansione territoriale: quella nel pianeggiante Iraq sciita, per anni religiosamente controllato dall’Ayatollah al Sistani, da sempre contrario al Khomeinismo. Grazie ad al-Maliki e al vuoto di potere creatosi, l’Iran e’ riuscito ad infiltrare radicalmente questa area – sia militarmente che religiosamente – con lo scopo di cambiare la natura dello sciismo locale, una volta venuto a mancare il ‘competitor’ al Sistani.

Ora un secondo nome: Bashar al Assad. Il regime di Assad, dopo il 2003, ha favorito l’ascesa del jihadismo sunnita in Iraq in funzione anti-americana. Lo ha fatto esattamente come l’Iran: lasciando a disposizione il proprio territorio per il libero passaggio di milizie salafite legate ad al-Zarqawi, in quel momento naturale alleato contro l’Occidente. In seguito, centinaia di questi jihadisti sunniti – non più utili dopo il ritiro USA – sono finiti nelle carceri siriane. Dall’Ottobre 2011, quindi, il regime iraniano e Assad, hanno scientificamente avviato una campagna di delegittimazione dell’opposizione siriana. Lo hanno fatto, ovviamente, liberando dalle prigioni siriane i peggiori jihadisti sunniti e lasciandoli liberi di unirsi a quello che poi sarebbe diventato il Califfato. Quando Isis ha conquistato Raqqa, quindi, Assad e i Pasdaran iraniani, si sono ben guardati dall’attaccare quella città. Al contrario, hanno avviato una indiretta collaborazione con il Califfato, comprando indirettamente il petrolio da al-Baghdadi e avviando di concerto con Isis, una campagna di attacco alle altre formazioni ribelli presenti in Siria. Per la cronaca, tra coloro che sono stati liberati dalle carceri siriane, c’era anche Abu Musab al-Suri, ideologo di Isis e dei attentati terroristici nello stile di quelli recentemente avvenuti a Parigi. Quale interesse geopolitico per l’Iran? Grazie alla “jihadizzazione dell’opposizione siriana”, avvenuta in primis grazie a Isis, il regime iraniano e’ riuscito a dare nuova legittimita’ ad Assad, presentandolo al mondo come il campione della “Siria pluralista”. Salvando il sistema Assad – anche grazie all’intervento militare della Russia – l’Iran e’ riuscito a salvare i suoi sbocchi nel Mediterraneo (Alawiti e Hezbollah). Che si salvi o no Assad, il regime iraniano ora non teme più di vedere le aree Alawite e i contatti diretti con Hezbollah, cadere in mano ai ribelli siriani. 

Una indiretta conferma di quanto affermato, arriva anche da un altro fattore. Pur avendo a disposizione un esercito ufficiale – l’Artesh – il regime iraniano ha sempre e solo agito in Siria e Iraq per mezzo dei Pasdaran. In altre parole, ha sempre e solo agito per mezzo di quella Guardia Rivoluzionaria che, ufficialmente, non ha il compito di difendere la “nazione iraniana”, ma “l’Iran Khomeinista”. Allo stesso tempo, lo ha fatto privilegiando il potere della Forza Quds – controllata dal Generale Qassem Soleimani – il cui compito e’ quello di esportare la rivoluzione Khomeinista nel mondo. Eppure, logica vuole che, se davvero una realtà come il Califfato fosse una minaccia esistenziale per l’Iran, la Repubblica Islamica dovrebbe usare tutte le sue forze per eliminarla. Al contrario, l’Artesh non e’ praticamente nella “partita Isis”, se non in maniera secondaria, ovvero dopo i Pasdaran e gli stessi Basij. Quando il comandante delle Forze di Terra dell’Artesh, Generale Mohammad Pakpour, si azzardo’ qualche mese fa a denunciare i rischi di una presenza di Isis ai confini iraniani, ad azzittirlo fu direttamente il Capo di Stato Maggiore iraniano, Generale Hassan Firouzabadi, un uomo legato ai Pasdaran. Firouzabadi dichiaro’ perentoriamente che “l’Iran non ha preoccupazioni per la minaccia di Isis” (Critical Threats).

Diviene allora fondamentale ricordare quanto affermato dal Capo dei Pasdaran, Mohammad Ali Jafari, solamente qualche giorno fa. In un pubblico discorso, Jafari ha dichiarato che l’Iran sta formando una sola grande nazione Islamica con Siria, Iraq e Yemen (No Pasdaran). Un obiettivo di propaganda ovviamente, ma che ben disegna il quadro geopolitico perseguito dalla Repubblica Islamica. Un quadro che, per poter esser minimamente realizzato, ha bisogno della “contrapposizione”, ovvero di un “nemico provvidenziale”, come il Califfato islamico di al-Baghdadi. Proprio grazie a questo nemico provvidenziale – e a coloro che follemente propongono di sconfiggere il salafismo sunnita con il khomeinismo sciita – l’Iran può presentarsi al mondo Occidentale come il solo rappresentante di un “Islam del dialogo”. Peccato che, quando dalla propaganda si passa alla realtà, si tratta dello stesso Iran che, perseguendo questo imperialismo, sta ponendo in atto tutte le premesse per lo scoppio di una crisi senza fine. Che si chiami Isis o altro, nessun sunnita, infatti accettera’ di farsi dominare o rischiare di essere dominato da agenti dell’Iran.

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Vladimir Putin e’ arrivato il 23 Novembre scorso a Teheran. Durante la sua visita (Iran Wire), come noto, ha incontrato anche la Guida Suprema Ali Khamenei, a cui ha consegnato un enorme Corano. Il Presidente russo, e’ noto per saper scegliere i regali migliori da fare ai suoi interlocutori. Basti qui ricordare che, visitando qualche mese fa l’Egitto, Putin regalo’ ad al-Sisi un Kalashnikov.

La visita di Putin nella Repubblica Islamica, e’ stata anche la nuova occasione per il regime per aumentare la repressione contro gli attivisti per i diritti umani. Pochi lo sanno, ma in Iran un gruppo di attivisti – e di parenti dei detenuti politici – si raccoglie ogni domenica nel nord di Teheran, per protestare contro gli abusi dei Mullah (Gaiaespana.com). La dimostrazione fattuale che un Iran diverso esiste, ma che purtroppo non ha alcuna attenzione da parte delle democrazie Occidentali, troppo impegnate a fare affari con i Pasdaran. I coraggiosi attivisti iraniani sono monitorati a vista dalle forze di sicurezza che decide, di volta in volta, se chiudere un occhio o arrestare qualche manifestante.

Questa domenica, il regime ha deciso di usare il pugno duro. Per evitare che la settimanale protesta per i diritti umani si trasformasse anche in una manifestazione contro Putin, i Pasdaran hanno arrestato 9 attivisti (DW.com). Tra coloro che sono stati arrestati, c’era anche Mohammad Nourizad, popolare oppositore politico iraniano e regista (Pagina Facebook). Ex sostenitore del regime ed ex giornalista dell’ultraconservatore quotidiano Kahayn, Nourizad ha cambiato la sua posizione dopo la repressione delle proteste popolari del 2009. In quella occasione, egli ebbe il coraggio di scrivere una lettera a Khamenei, capo delle Forze Armate, intimandogli di chiedere perdono per aver ordinato l’uccisione di innocenti manifestanti. Non solo: per combattere il razzismo conto i Baha’i in Iran, Nourizad ha anche baciato i piedi di un bimbo Baha’i e reso pubblica la foto di questo incontro. Ovviamente, Nourizad ha pagato personalmente il suo coraggio, con il carcere e le torture fisiche (No Pasdaran).

Mohammad Nourizad e’ stato rilasciato dopo 24 ore dall’arresto e dopo che tre degli arrestati avevano proclamato uno sciopero della fame. Per tutta la durata dell’arresto, nessun membro della sicurezza ha comunicato a Mohammad Nourizad le accuse contro di lui (Journalism is not a Crime).

Un film documentario di Mohammad Nourizad, dedicato alla sofferenza dei genitori che hanno perso un figlio per la libertà dell’Iran

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General Mohammad Ali Jafari is seen in this 2005 file photo. Iran's highest authority, Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei, on September 1, 2007 replaced the commander of the Revolutionary Guards, a force U.S. officials have said Washington may label a terrorist group. Guards commander-in-chief Yahya Rahim Safavi was replaced by Jafari, who has been a commander in the Guards, Khamenei said in an order reported by state television. No reason was given for the move. REUTERS/Stringer/Files (IRAN) - RTR1TCEB

Parla il Capo dei Pasdaran e non usa mezzi termini per dichiarare i reali obiettivi del regime. Parlando a venerdì scorso davanti ai Basij, Mohammad Ali Jafari, ha dichiarato che l’Iran stra creando una sola nazione islamica con Iraq, Siria e Yemen (EA World View). Nello stesso discorso, Jafari ha ribadito l’importanza dell’intervento dei Pasdaran in Siria e minacciato il Governo, ribadendo la necessita’ di opporsi alle forze “della sedizione” presenti all’interno della Repubblica Islamica. Alla fine del suo discorso, in piena estasi religiosa, Jafari ha affermato: “Se Dio vuole, questa unita’ continuerà sino all’arrivo dell’Imam Nascosto, il dodicesimo Imam aspettato dai Mussulmani Sciiti”. Le parole di Jafari sono arrivate nello stesso giorno in cui i Basij mettevano in atto una simulazione (video in basso) della conquista Israele e della presa della Moschea di al Aqsa a Gerusalemme (qualcosa al limite del ridicolo…).

Sempre parlando di Pasdaran, riportiamo la notizia – non verificabile – del ferimento del Generale Qassem Soleimani ad Aleppo. Secondo quanto riportato dall’opposizione siriana e iraniana, il Capo della Forza Qods, sarabbe stato gravemente ferito durante un attacco con missili anti-carro contro il tank in cui si trovava. Nell’attacco, un altro Pasdaran iraniano sarebbe deceduto. Trasferito d’urgenza a Teheran, Soleimani sarebbe ora ricoverato in ospedale. Secondo alcuni (Twitter), quindi, il ferimento di Qassem Soleimani sarebbe addirittura stato confermato dalle stesse Guardie Rivoluzionarie (e alcuni parlando di una sua morte in seguito alle ferite). Ribadiamo: la notizia del ferimento (ne tantomeno della morte) del generale iraniano non e’ per il momento confermabile con certezza. Per ora la sola conferma del ferimento di Soleimani arriva dalla pagina Facebook giornalista iraniano Amir Mousawi (Facebook). Alcuni pero’ sostengono che questa pagina Facebook sia un fake.

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La scorsa settimana, poco dopo la fine della Conferenza di Vienna sulla Siria, qualcuno si era illuso che la fine del conflitto fosse vicina. Si era illuso che il meeting di Vienna rappresentasse un nuovo “Congresso di Vienna”, che entro 18 mesi Bashar al Assad sarebbe stato messo da parte e che una nuova Siria, pluralista e democratica, sarebbe nata di conseguenza.

Come suddetto, queste aspettative probabilmente resteranno solo illusioni, o quasi. Per diversi motivi. Il primo, lampante, e’ che la Conferenza di Vienna sulla Siria non e’ il Congresso di Vienna. Al contrario del grande incontro del 1815, tra le nazioni partecipanti non esiste molto spesso un comune linguaggio e un comune obiettivo. Basti pensare che, mentre il regime iraniano intende “conservare” il potere di Assad (e del suo clan) in Siria, l’Arabia Saudita intende “rivoluzionario”, attraverso un cambiamento radicale. Tralasciando la Siria, non esiste un accordo su altre questioni internazionali che, indirettamente, si ripercuotono sul conflitto siriano. Un esempio e’ lo Yemen, dove l’Arabia Saudita intende “conservare” il precedente Governo, mentre il regime iraniano intende “rivoluzionario”, portando al potere totale gli Houthi.

Al nodo della questione siriana, insieme ad Isis, c’e’ la figura di Bashar al Assad. Nell’accordo firmato a Vienna, se per un verso si menzionano come gruppi terroristi Daesh e al Nusra (giustamente), non si fa alcuna parola dei gruppi sciiti e dei Pasdaran entrati in Siria per difendere Assad. Cosi come, altro punto chiave, non si menziona direttamente la sorte del dittatore siriano. Ecco allora che, poco dopo l’annuncio turco della non ricandidatura di Assad alle prossime elezioni Presidenziali, lo stesso “macellaio di Damasco”, rilascia una intervista alla TV cinese dichiarando di “essere pronto a ricandidarsi” se le condizioni lo permetteranno (EA WorldView). Nella stessa intervista, come ciliegina sulla torta, Assad ha bollato Erdogan di essere solo un Imam dei “Fratelli Mussulmani” e l’Arabia Saudita di essere da sempre un nemico della Siria (SANA). Più esplicito ancora, se possibile, e’ stato il Capo di Stato Maggiore del regime iraniano, il grassoccio Generale Hassan Firouzabadi. Parlando lo scorso Sabato, Firouzabadi ha chiaramente affermato che “dichiarare guerra allo Stato Islamico, mentre si scaglia contro il Presidente Assad, non e’ accettabile” (Press TV).

Purtroppo, come ha recentemente sottolineati l’ex Ministro degli Esteri Terzi in un articolo su Newsweek, senza una chiara posizione contro Bashar al Assad e contro il regime iraniano, sara’ difficile credere ad una vera risoluzione del conflitto siriano. Soprattutto perché, come denuncia Terzi, “prima di Isis e’ stato l’Iran a inventare la nozione di esportazione dell’estremismo islamico…incoraggiando l’implementazione del settarismo e il dilagante spargimento di sangue” (Newsweek). Ergo, senza una presa di coscienza di questa verità storica, la fine della violenza e la sconfitta del salafismo e dei terroristi di Isis, non sembrano realmente a portata di mano.

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Finalmente una notizia positiva, una notizia che merita di essere sottolineata con gioia e pubblicamente elogiata. Il Consiglio Regionale del Piemone, ha approvato l’11 Novembre scorso, un Ordine del Giorno che testualmente, invita  il Governo “a farsi parte attiva nelle sedi internazionali, tra cui le Nazioni Unite, al fine di adottare politiche finalizzate a fermare le esecuzioni capitali nel paese. Ancora più importante, lo stesso documento, ritiene che sia necessario “valutare l’ipotesi di condizionare ogni negoziato e ogni rapporto commerciale con l’Iran all’arresto delle impiccagioni e al rispetto dei diritti umani (Consiglio Regionale Piemonte).

L’ordine del giorno, approvato dall’intero consiglio, ha visto come primo firmatario Mauro Laus, membro del Partito Democratico, Presidente dell’Assemblea Regionale e del Comitato regionale per i diritti umani. Si tratta di una iniziativa davvero importante perché, a dispetto degli interessi economici che anche il Piemonte ha nel nuovo business con la Repubblica Islamica, pone la questione economica in secondo piano, rispetto alla necessaria precondizione del rispetto dei diritti umani da parte del regime clericale iraniano.

Riteniamo che il Piemonte, in questo senso, debba rappresentare un modello per tutte le regioni italiane. Tutte le Assemblee Regionali presenti in Italia, infatti, debbono fungere da pressione sul Governo centrale italiano e sui gruppi di potere economici, affinché non si dimentichi la sofferenza del popolo iraniano e i rischi di un business con Teheran senza chiare leggi e valori. Rischi a cui incorrono direttamente gli imprenditori italiani, invitati a fare affari con l’Iran, senza conoscere la realtà di quel Paese, l’alto livello di corruzione (Transparency) e la guerra interna tra le diverse fazioni politiche (The Rise of Pasdaran).

Lanciare gli imprenditori italiani nella mischia senza norme sicure, oggi inesistenti, significherebbe unicamente esporli al rischio di essere cacciati (o peggio arrestati) da parte di gruppi di potere economici, quali i Pasdaran, non intenzionati a dividere il loro business con gli Occidentali! 

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