Immagine: Iran Wire

Immagine: Iran Wire

L’intervista che vi presentiamo di seguito non e’ stata realizzata da No Pasdaran. E’ frutto dell’eccellente lavoro di Iran Wire, un sito noto a chi si occupa di Iran, pubblicato sia in lingua Farsi che in inglese. Abbiamo deciso di tradurre questa intervista – non letteralmente – per offrire al pubblico italiano la possibilità di capire.  Capire cosa significa vivere sotto il regime iraniano, soprattutto quando questo ti considera un apostata. A parlare e’ Azita Rafizadeh, una insegnate Baha’i che, tra qualche settimana, finira’ in carcere con il marito, Peyman Kushak-Baghi. Che colpa hanno Azita e Peyman? Sono responsabili di non essersi arresi al razzismo e alle discriminazioni di Stato. Entrambi, infatti, non hanno accettato che il regime iraniano negasse il diritto allo studio universitario ai Baha’i iraniani, unicamente perche’ appartengono ad una fede secolare non riconosciuta. Per questo, Azita e Peyman hanno lavorato alla Università Aperta Baha’i (BIHE), cercando di offrire una istruzione di alto livello a centinaia di ragazze e ragazzi Baha’i.

Di seguito, come detto, l’intervista di Iran Wire a Azita Rafizadeh.

D: Ci può raccontare i recenti sviluppi del suo caso?

A.R.: Certo. Recentemente la Polizia Morale ha contattato il nostro garante legale, chiedendogli di venire nel loro quartier generale. Il garante ha chiesto loro una convocazione scritta. La convocazione e’ arrivata alcuni giorni dopo, con richiesta di presentarsi in data 8 Ottobre. Quando egli e’ arrivato, le autorita’ lo hanno attaccato duramente, chiedendogli come mai gli accusati (ovvero io e mio marito), non fossimo venuto con lui. Lo hanno anche minacciato di arresto. Alla fine, la Polizia Morale gli ha ordinato di ritornare con noi la mattina del 10 Ottobre. Spero solo che ci diano alcuni giorni in più, per preparare mio figlio Bashir per la mia prossima assenza.

D: Quando e’ cominciato il vostro caso?

A.R.: E’ iniziato tutto il 22 Maggio del 2011, quando le autorità sono entrate in casa nostra, sequestrando oggetti religiosi, libri, foto, poster, CD, laptop e computer da tavolo. Ovviamente, hanno anche sequestrato altro materiale non legato alle accuse, come soldi contanti e assegni, ma non li hanno inseriti nella lista degli oggetti confiscati (praticamente hanno rubato, NdA).

D: Che cosa vi hanno chiesto in particolare?

A.R.: Il nostro rapporto con l’università Aperta Baha’i. Avevano contattato mio marito un mese prima, ma io ero fuori dall’Iran. Cosi, hanno attaccato mio marito per avermi lasciato andare senza informarli e gli hanno ordinato di presentarsi con me all’ Ufficio dell’Intelligence. Ad ogni modo, siccome non ci avevano ricontattato, non abbiamo preso la cosa seriamente. Nel Marzo del 2013, quindi, abbiamo ricevuto una richiesta scritta di convocazione presso l’ufficio del Procuratore di Evin. Li, abbiamo appreso le accuse contro di noi. Abbiamo anche compreso che, se avessimo garantito di smettere la nostra collaborazione con l’Universita’ Aperta Baha’i, avrebbero chiuso il nostro caso.

D: Avete quindi firmato una lettera di impegno in questo senso?

A.R.: No, perché nella conversazione con il Procuratore, abbiamo compreso che, se avessimo firmato per noi, le autorità avrebbero usato il nostro documento per forzare gli attivisti impegnati nell’educazione dei Baha’i a smettere il loro lavoro. Per questo, non abbiamo firmato e abbiamo sottolineato che, formalmente, nessuna autorità aveva ancora dichiarato l’Universita’ Aperta Baha’i illegale. Gli abbiamo anche fatto notare che, in Iran, non esistono strutture educative per i Baha’i, non ammessi per legge alle Università pubbliche. Quel giorno, ad ogni modo, ci hanno prima arrestato e poi rilasciato su cauzione, previo pagamento di 50 milioni di Toman (17,000 euro) a testa.

D: L’Università Baha’i funzionava normalmente in quel periodo?

A.R.: Diciamo di si, nonostante le minacce contro gli studenti, gli arresti e l’atmosfera di terrore che le forze di sicurezza avevano creato. Molti studenti venivano convocati dalle autorita’ e minacciati, al fine di forzarli a lasciare gli studi.

D: Hanno emesso una sentenza definitiva contro di voi? Se si, dove verrete imprigionati? 

A.Z.: Si, lo hanno fatto. Siamo stati entrambi accusati di “appartenenza ad una setta eretica e illegale” e di “agire contro la sicurezza nazionale”. Io sono stata condannata a quattro anni di carcere, mio marito a cinque. Abbiamo fatto appello, ma hanno deciso di mantenere la condanna. Io probabilmente finiro’ nel carcere femminile di Evin, mio marito nel carcere di Rajaei Shahr presso Karaj.

D: Quanti anni ha vostro figlio? Con chi stara’ quando sarete in prigione?

A.Z.: Bashr ha cinque anni e nome mesi. I nostri genitori sono anziani e non possono occuparsi di lui, per questo noi siamo molto preoccupati per il suo futuro.

D: Avete provato a chiedere di scontare la pena in tempi differiti?

A.Z.: Certo. Purtroppo l’assistente procuratore ha detto che non ci sono appigli legali in questo senso e possiamo solo sperare di ricevere una “compassione islamica”. Per questo, dobbiamo sperare che ci concedano di scontare la pena in periodi diversi. Ad ogni modo, non abbiamo alcuna rabbia contro nessuno. Speriamo solo in un miglioramento della situazione nel Paese e chiediamo a tutti, anche i vostri lettori, di pregare per la nostra famiglia e per Bashir. Con la speranza che Bashir possa rimanere in salute e felice, senza accumulare odio verso il prossimo e che possa passare gli anni di separazione che ci aspettano con l’amore nel cuore verso tutti gli Iraniani. 

Per leggere l’intervista originale (in inglese), si prega di cliccare su questo link: http://en.iranwire.com/features/6833/

Per avere maggiori informazioni sulle discriminazioni dei Bahai in Iran, si prega di cliccare sul link seguente: http://www.notacrime.me/

Ricordiamo infine che, contro i Baha’i, la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei ha recentemente emesso una fatwa: No Pasdaran

[youtube:https://youtu.be/ox8xU85SOWE%5D

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