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Il prigioniero politico Ebraham Firuzi – giovane cristiano condannato per motivi religiosi – e’ ormai entrato nel sesto giorno di sciopero della fame. La decisione estrema presa dal detenuto iraniano e’ arrivata dopo la mancata accettazione della sua richiesta di trasferimento in un altro reparto del carcere di Rajai Shahr. Ebraham Firuzi, infatti, pur essendo stato condannato per motivi di coscienza, e’ stato rinchiuso nel braccio riservato ai criminali comuni e non in quello dedicato ai prigionieri politici (HRANA).

In passato avevamo già parlato di Ebraham: convertitosi dall’Islam al Cristianesimo, e’ stato arrestato per la prima volta nell’agosto del 2013. Rilasciato subito dopo, e’ stato quindi fermato nuovamente nel marzo del 2013, per essere definitivamente condannato a cinque anni di detenzione dal giudice Moghiseh. Per il paranoico regime dei Mullah, questo giovane ragazzo, rappresentava un “pericolo alla sicurezza nazionale” (No Pasdaran). Ricordiamo anche che nell’ultimo report rilasciato da Ahmed Shaheed nel marzo del 2015, inviato speciale dell’ONU per i Diritti Umani in Iran, e’ scritto che sono 92 i prigionieri cristiani rinchiusi oggi nelle carceri iraniane, tutti per motivi religiosi (Report). Solamente pochi giorni fa Teheran ha arrestato altri otto cristiani presso Karaj (No Pasdaran).

Non possiamo non rilevare la completa indifferenza della diplomazia internazionale e dell’opinione pubblica verso i prigionieri politici iraniani. Ad esempio, se sulle dichiarazioni di sciopero della fame dei detenuti palestinesi si creano spesso casi politici, quelle dei prigionieri iraniani restano completamente nell’oscurità (Gaia Espana). Eppure, al contrario di molti altri casi, i detenuti iraniani non sono incarcerati per aver partecipato ad azioni violente o ad atti di terrorismo internazionale, ma semplicemente per aver manifestato pacificamente il loro dissenso verso la Repubblica Islamica. Questa indifferenza generale, e’ un chiaro segno della mera politicizzazione dei diritti dei detenuti e della doppia morale attualmente usata nei confronti del regime iraniano.

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