Archivio per agosto, 2015

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Probabilmente e’ il primo caso successo in America e uno dei primi al mondo: 200 ex ufficiali militari USA – tra loro ex Generali e Ammiragli di tutti i Corpi Militari – hanno lanciato un pubblico appello ai membri del Congresso, affinché rigettino l’accordo nucleare con l’Iran (Washington Post). Nel testo dell’appello (qui il testo originalegli ex militari di carriera dichiarano come Iran Deal sia un pessimo compromesso. Una opinione espressa non solamente sulla base della mancanza di una reale verificabilità delle reali intenzioni del regime iraniano, ma anche dettata dalle preoccupazioni relative al prossimo “sanction lifting. Un alleggerimento delle sanzioni internazionale che permetterà ai Mullah e ai Pasdaran di incamerare oltre 150 miliardi di dollari. Concludendo, si legge alla fine dell’appello, grazie ad Iran Deal il regime clericale di Teheran potrà rafforzarsi e aumentare la destabilizzazione di tutto il Medioriente. 

Aggiungiamo, quindi, qualche parola sul contenuto dell’ultimo rapporto dell’AIEA sullo stato del programma nucleare iraniano (Isis Online). Non solo l’Agenzia ONU rileva un aumento dell’uranio arricchito al 3,5%, ma denuncia anche attività di ampliamento della base militare di Parchin. Un sito di estrema importanza sotto il profilo del programma nucleare, perché e’ qui che il regime iraniano ha testato gli effetti di una esplosione nucleare (No Pasdaran). E’ sempre qui che vengono portate avanti le ricerche principali in merito al programma di missili balistici dei Pasdaran.

A proposito di AIEA, ricordiamo infine che, in una drammatica ammissione, il Segretario Amano ha dichiarato che l’agenzia nucleare non dispone dei fondi necessari per svolgere serie attività di monitoraggio del programma nucleare iraniano (IAEA.org). Attività che, per la cronaca, richiederebbero oltre 800 mila euro al mese e che, in buona sostanza, dipendono dalla “buona volontà e generosità” dei Paesi membri. Considerando l’interesse politico ed economico delle maggiori Potenze ad un appeasement verso il regime iraniano, e’ assai lecito dubitare di questa “buona volontà”.

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Lo hanno impiccato ancora prima che arrivasse la sentenza d’appello finaleBehruz Alkhani, prigioniero curdo iraniano di 30 anni, e’ stato ammazzato dal regime senza preavviso, mentre cercava ancora di dimostrare la sua innocenza rispetto alle accuse mosse contro di lui dalla Corte Rivoluzionaria. Behruz, infatti, era un membro del PJAK, il movimento di liberazione attivo del Kurdistan iraniano ed e’ stato condannato a morte con l’accusa di aver ucciso il Procuratore della citta’ di Khoy. Come sempre denunciato dal prigioniero curdo e come rimarcato anche dagli attivisti internazionale, Behruz ha sempre negato di aver preso parte a quell’assassinio, rimarcando come il suo coinvolgimento nelle attivita’ del PJAK fosse posteriore ai fatti imputatigli (Hrana).

Come dimostrato dalla Ong Hrana, quando Behruz Alkhani e’ stato arrestato nel 2009, l’accusa contro di lui era quella di essere parte del PJAK, una accusa mai negata dal detenuto. Solamente successivamente – su influenza dell’intelligence iraniana – alle accuse già formulate e’ stata aggiunta quella relativa all’uccisione del procuratore di Khoy (Hrana). Una indiretta dimostrazione del non coinvolgimento del detenuto nella morte del Procuratore, e’ data dal fatto che la Corte Suprema iraniana aveva inizialmente accolto l’appello di Behruz e cancellato la condanna a morte emessa dalla Corte Rivoluzionaria di Urumia. Nonostante tutto, a dimostrazione della decisione meramente politica della condanna, la Corte di Appello dell’Est Azerbaijan ha deciso nuovamente di condannare a morte il prigioniero curdo. Ancora una volta, quindi, Behruz Alkhani ha fatto un nuovo appello alla Corte Suprema ed era in attesa del nuovo verdetto. Una attesa terminata tragicamente ieri, con la decisione del regime di impiccare il prigioniero prima della nuova sentenza (Amnesty International).

I parenti di Behruz Alkhani, dopo aver denunciato l’accaduto, hanno rimarcato come il regime ha sinora negato di restituire il corpo del giovane curdo ai famigliari. I genitori, purtroppo, hanno potuto vedere la salma del figlio dopo l’esecuzione, mentre veniva caricata su un veicolo. Nonostante si siano recati persino al Ministero dell’Intelligence per richiedere l’applicazione di un loro diritto, hanno visto tutte le porte sbattute in faccia.  Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights, ha dichiarato: “il procedimento legale avuto da Behruz e’ totalmente ingiusto. Lui, come altri detenuti politici, non ha avuto accesso ad un legale ed e’ stato torturato e abusato durante tutta il suo periodo in carcere” (Iran Human Rights).

Dall’inizio del 2015, sotto la presidenza di Hassan Rouhani, sono stati impiccati piu’ di 700 detenuti. Di tutte queste esecuzioni capitali, il regime ne ha ufficialmente ammesse solamente 250…(Iran Human Rights Documentation Center).

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Il prigioniero politico Ebraham Firuzi – giovane cristiano condannato per motivi religiosi – e’ ormai entrato nel sesto giorno di sciopero della fame. La decisione estrema presa dal detenuto iraniano e’ arrivata dopo la mancata accettazione della sua richiesta di trasferimento in un altro reparto del carcere di Rajai Shahr. Ebraham Firuzi, infatti, pur essendo stato condannato per motivi di coscienza, e’ stato rinchiuso nel braccio riservato ai criminali comuni e non in quello dedicato ai prigionieri politici (HRANA).

In passato avevamo già parlato di Ebraham: convertitosi dall’Islam al Cristianesimo, e’ stato arrestato per la prima volta nell’agosto del 2013. Rilasciato subito dopo, e’ stato quindi fermato nuovamente nel marzo del 2013, per essere definitivamente condannato a cinque anni di detenzione dal giudice Moghiseh. Per il paranoico regime dei Mullah, questo giovane ragazzo, rappresentava un “pericolo alla sicurezza nazionale” (No Pasdaran). Ricordiamo anche che nell’ultimo report rilasciato da Ahmed Shaheed nel marzo del 2015, inviato speciale dell’ONU per i Diritti Umani in Iran, e’ scritto che sono 92 i prigionieri cristiani rinchiusi oggi nelle carceri iraniane, tutti per motivi religiosi (Report). Solamente pochi giorni fa Teheran ha arrestato altri otto cristiani presso Karaj (No Pasdaran).

Non possiamo non rilevare la completa indifferenza della diplomazia internazionale e dell’opinione pubblica verso i prigionieri politici iraniani. Ad esempio, se sulle dichiarazioni di sciopero della fame dei detenuti palestinesi si creano spesso casi politici, quelle dei prigionieri iraniani restano completamente nell’oscurità (Gaia Espana). Eppure, al contrario di molti altri casi, i detenuti iraniani non sono incarcerati per aver partecipato ad azioni violente o ad atti di terrorismo internazionale, ma semplicemente per aver manifestato pacificamente il loro dissenso verso la Repubblica Islamica. Questa indifferenza generale, e’ un chiaro segno della mera politicizzazione dei diritti dei detenuti e della doppia morale attualmente usata nei confronti del regime iraniano.

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Secondo quanto riporta The Art Newspaper, Miuccia Prada sarebbe in prima linea nella promozione della diplomazia culturale tra Italia e Iran. In questo contesto, grazie all’omonima Fondazione, la Signora Prada porterà una serie di antiche sculture al Museo Nazionale di Teheran (The Art Newspaper). Si tratta di una esibizione parte del Memorandum of Understanding firmato tra il Ministro della Cultura iraniano Ali Jannati e quello Italiano Franceschini nel marzo del 2015 (Press TV). Come sempre, almeno teoricamente, le collaborazioni bilaterali tra due Paesi nel campo culturale devono essere sempre viste come un fattore positivo. Il problema e’ che, come noto, nei sistemi non democratici la cultura e’ la prima forma di propaganda dei regime e la prima forma di opposizione dei dissidenti.

Per quanto concerne la Repubblica Islamica, la cultura che il regime khomeinista promuove e’ volta a rappresentare l’attuale Iran come una continuazione storica dell’antica Persia. Una pura falsità, utile solo ai fini della propaganda, soprattutto in questo contesto di appeasement internazionale. Purtroppo, la rivoluzione del 1979 e’ stata completamente snaturata dal regime clericale e il suo effetto diretto e’ stata la creazione di una Repubblica teocratica che, in pochi anni, ha cancellato tutta una serie di diritti civili ottenuti dal popolo iraniano, nonostante la dittatura dello Shah. Mentre espone fieramente statue greche (sfruttando la collaborazione di realtà come la Fondazione Prada), il regime iraniano nasconde completamente il lavoro di molti giovani artisti iraniani, non allineati con il volere dei clerici. Peggio, quando necessario, le forze di sicurezza intervengono arrestando gli artisti e condannandoli a decine di anni di carcere.

Sono decine i casi di artisti iraniani non allineati perseguitati dal regime. Per citarne alcuni, possiamo parlare del regista Jafar Panahi – oggi rinchiuso agli arresti domiciliari e costretto a girare film di nascosto –  di Mohammad Nourizad, di Mostafa Azizi (The Guardian), di Shahriar Siroos – artista Baha’i recentemente imprigionato per ragioni religiose (Payvand) – o degli artisti curdi Salar Sablaghyee e Hazhar Hadadi – arrestati nel marzo del 2015 per aver partecipato ad una celebrazione del Nowrouz, l’antico capodanno Persiano (Kurdish Human Rights). Oggi, pero’, possiamo soprattutto parlare di Atena Farghadani, giovane artista iraniana, condannata a 12 anni di carcere per aver pubblicato sul suo Facebook una vignetta sgradita al regime (No Pasdaran). Atena ha appena ricevuto un premio internazionale per il suo coraggio e le sofferenze che sta patendo in carcere.

Senza contare che, proprio il Ministero della Cultura e della Guida Islamica, e’ il primo responsabile della censura culturale presente all’interno della Repubblica Islamica. E’ questo il Ministero che impone la censura alla letteratura, al cinema, al teatro e alla musica in tutto l’Iran (a tal proposito, consigliamo alla Signora Prada la lettura dell’opuscolo “Cultural Censorship in Iran“). Non solo: e’ sempre il Ministero della Cultura e della Guida Islamica a gestire la censura dei media e quella di Internet, impedendo ai giovani iraniani il libero accesso al diritto di informazione (Iran Human Rights).

In tutta questa storia, spiace dover vedere che proprio la Fondazione Prada abbia deciso di prestarsi alla collaborazione culturale con il regime iraniano. Spiace, perché sappiamo che per anni la Signora Miuccia Prada si e’ battuta per i diritti delle donne e dei lavoratori, ottenendo anche importanti riconoscimenti internazionali (Il Sole 24 Ore). Rattrista, quindi, dover ricordare proprio alla Signora Prada che, nella Repubblica Islamica, la vita delle donne vale meta’ di quella degli uomini, il velo e’ obbligatorio, i matrimoni forzati ancora molto diffuso e la segregazione di genere imposta in molti posti di lavoro. Senza contare che, a dispetto della propaganda del Governo Rouhani, alle donne continua ad essere negato l’accesso agli stadi e il diritto di cantare liberamente in pubblico. 

Concludiamo citando proprio le parole di Miuccia Prada. Una volta la Signora Prada ha affermato: “quello che indossi rappresenta il modo di presentarsi al mondo – soprattutto oggi, quando i contatti umani sono veloci. La moda e’ un linguaggio istantaneo. Come non concordare. Se quello che si indossa rappresenta il modo di presentarsi al mondo, riteniamo allora che la Signora Prada dovrebbe lottare per il diritto delle donne iraniane – e di tutto il popolo – di scegliere autonomamente e indipendentemente come presentarsi all’esterno. Perché per il popolo iraniano, rattrista ricordarlo, la moda e’ ancora un “linguaggio di regime”.

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Otto cristiani arrestati per motivi religiosi presso Karaj. E’ questa l’ultima drammatica notizia che arriva dalla Repubblica Islamica, ove l’abuso dei diritti umani continua quotidianamente. Un abuso permesso soprattutto dal silenzio di un Occidente, ormai totalmente indifferente alle sorti della popolazione iraniana. Secondo quanto riportato dall’agenzia HRANA, le forze di sicurezza del regime sono intervenute presso Karaj all’inizio di Agosto, arrestando sette iraniani che avevano deciso di abbandonare l’Islam per abbracciare il Cristianesimo. Di seguito i nomi di cinque dei sette fermati: Hayedeh Shadnia, Shahin Bashiri, Mona Chahardoli, Ismail Falahati, Nematullah Yousefi e un uomo di nome Razmik (HRANA).

I sette fermati, sono stati tutti arrestati mentre pregavano. Le forze di sicurezza sono intervenute improvvisamente, picchiando i presenti e sequestrando libri di preghiera e altro materiale sacro. Nel raid, secondo quanto denuncia la HRANA, sarebbero state sequestrate anche antenne satellitari, la sola fonte in mano agli iraniani per poter accedere ad una informazione diversa da quella promossa dal regime. In seguito all’arresto, tre dei fermati sono stati rilasciati su cauzione, mentre non si ha alcuna notizia degli altri prigionieri.

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Purtroppo le notizie in merito agli abusi contro i cristiani in Iran non sono finite qui: il Pastore Saeed Abedini, condannato ad otto anni di carcere per la sua attività religiosa, e’ stato malmenato dalla guardia carceraria del carcere di Rajai Shahr, durante una ispezione. La denuncia degli abusi contro il Pastore Abedini e’ stata data dall’American Center for Law and Justice (Christian Today). Non e’ la prima volta che il Pastore Abedini viene percosso: già nel 2014, il Pastore era stato ricoverato in ospedale, dove era stato prima malmenato e poi riportato in prigione (HRANA). Ad oggi, nonostante tutte le richieste di grazia ricevute, non sembra che il regime iraniano abbia alcuna intenzione di liberare Saeed Abedini (UANI).

Vogliamo ricordare che, non solo i cristiani, sono soggetti a persecuzioni religiose in Iran. In questi mesi, in particolare, la recrudescenza del regime contro la minoranza Baha’i e’ drammaticamente aumentata. Solamente qualche giorno fa, con l’inganno, una ragazza Baha’i e’ stata espulsa dal una Università privata (No Pasdaran).

Il Pastore Abedini si racconta poco prima del suo nuovo arresto

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L’ultima notizia in ordine di tempo e’ l’arresto in Egitto di quattro esponenti di Hamas, comandanti dell’ala navale del gruppo terrorista, mentre tentavano di raggiungere Teheran con un volo dal Cairo. Ovviamente, il viaggio nella Repubblica Islamica non era finalizzato ad una “vacanza di piacere”, ma a scopi militari. I quattro, infatti, avrebbero dovuto ricevere un addestramento militare da parte dei Pasdaran, per poter compiere attentati in Israele (Arutz Sheva). L’arresto dei quattro esponenti di Hamas, pero’, e’ solo l’ultima di una serie di notizie a raffica che coinvolge il rapporto tra la galassia palestinese e l’Iran. Sempre per quanto concerne Hamas, infatti, solamente la scorsa settimana il servizio segreto interno di Gerusalemme – lo Shin Beth – aveva rivelato i dettagli dell’arresto di Ibrahim Adel Shehadeh Shaer, responsabile della costruzione di alcuni tunnel tra Gaza e il confine con Israele. Durante l’interrogatorio, Ibrahim Shaer aveva ammesso che l’Iran (nonostante la questione siriana) ha inviato nella Striscia di Gaza soldi, armi ed equipaggiamento elettronico, per organizzare attentati. Non solo: Teheran ha anche addestrato diversi terroristi di Hamas per azioni di infiltrazione all’interno di Israele (Ynet). Tutto questo, nello stesso momento in cui – sui media – viene riportata la crisi dei rapporti politici tra Hamas e l’Iran, derivata dal riavvicinamento tra il movimento terrorista palestinese e l’Arabia Saudita (Huffington Post Arabi).

La vera novità pero’ e’ il corteggiamento che Fatah – il partito di Abu Mazen – sta facendo in queste settimane all’Iran. Dopo la firma dell’Iran Deal, infatti, Abu Mazen ha sguinzagliato i suoi fedelissimi, per riuscire a raccogliere qualche spicciolo dal regime iraniano. Ecco allora che e’ sceso in campo un tale Ahmed Majdalani, membro dell’esecutivo dell’OLP, che ha immediatamente consegnato una lettera di congratulazioni a Rouhani, firmata dal Presidente dell’ANP (Before it’s News). Non solo: poco dopo la consegna della lettera, si e’ iniziato a parlare di un viaggio di Abu Mazen nella Repubblica Islamica e della nomina di un ambasciatore iraniano nei Territori Palestinesi (Fars News). Non e’ dato sapere, ad oggi, se il viaggio di Abu Mazen in Iran avverrà veramente. Per un verso, infatti, i palestinesi hanno già inviato a Teheran Abbas Zaki proprio per organizzare la visita (PMW); per un altro verso, pero’, dall’Iran arrivano reazioni negative all’arrivo del Presidente dell’ANP. Hussein SheikhoIeslam, consigliere dello speaker del Parlamento Larijani, ha dichiarato Abbas “persona non grata in Iran”, rimarcando la volontà della Repubblica Islamica di voler ristabilire le relazioni con Hamas, a dispetto delle differenze sulla Siria (Times of Israel).

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A dispetto della trombata ricevuta, Abu Mazen e il suo movimento, continuano ad avvicinarsi al cosiddetto “asse della resistenza”: a riprova di quanto affermato, va riportata la notizia della riapertura dell’ufficio di Fatah a Damasco, dopo ben 33 anni di assenza. La riapertura, decisa proprio nel periodo in cui la Siria e’ occupata dal regime iraniano, e’ un dettaglio di assoluta importanza (Middle East Monitor). Infine, sempre per quanto riguarda il partito di Abbas, riportiamo un video trasmesso da Al Alam, canale in arabo del regime iraniano. Nel video, girato a Gaza, un comandante dell’ala militare di Fatah – le Brigate dei Martiri di al Aqsa – prega il regime iraniano di dar loro soldi per costruire altri tunnel per compiere attentanti contro Israele (PMW).

Comunque vada a finire la strategia di Abu Mazen e comunque la si pensi sul conflitto, la deriva filo-Teheran della galassia palestinese, dovrebbe preoccupare tutta la diplomazia internazionale. In un Medioriente ormai privo di una guida forte e sempre più in balia delle alleanze di convenienza (spesso economiche), un nuovo prepotente ingresso del regime iraniano nel conflitto israelo – palestinese, avrà come solamente una drammatica conseguenza: aumento della violenza e delle sofferenze. 

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Mai successo prima“, cosi Olli Heinonen, ex Vice Direttore Generale dell’AIEA, ha definito il documento rivelato ieri dall’Associated Press. Secondo quanto svelato dall’AP, infatti, l‘Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), avrebbe concesso all’Iran di auto-controllarsi i siti militari dove ha effettuato test per la produzione della bomba nucleare e di auto-fornire all’Agenzia ONU i risultati (AP). Praticamente, come chiedere ad uno spacciatore di auto-provare alla polizia di essere pulito…Quando parliamo di siti militari, ovviamente, parliamo della base di Parchin, ove Teheran ha compiuto in apposite strutture dei test per simulare gli effetti di una esplosione nucleare. Test svolti lavorando anche sulle ricerche dello scienziato ucraino V. Danilenko che, dopo la caduta dell’URSS, ha messo il suo sapere al servizio dei Pasdaran (No Pasdaran).

Questa incredibile concessione fatta dall’Agenzia ONU al regime iraniano e’ parte di un accordo segreto negoziato tra l’AIEA e l’Iran. Un accordo che e’ separato da quello nucleare raggiunto il 14 luglio e che, secondo quanto ammesso dallo stesso Segretario di Stato Kerry al Senato americano, non e’ stato reso noto nemmeno alla Casa Bianca. L’accordo, infatti, e’ definito “Separete arrangement II” e, per quanto concerne l’Iran, e’ stato firmato da Ali Hosseini Tash, Vice Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale per gli Affari Strategici. Ali Hosseini Tash, per la cronaca, e’ un ex comandante dei Pasdaran, responsabile diretto della militarizzazione del programma nucleare iraniano, in coordinamento con il Ministero della Difesa di Teheran. Di lui parla nel suo libro “The Iran Threat” Alireza Jafarzadeh, membro della dissidenza iraniana a cui va il merito di aver rivelato, nel 2002, l’esistenza dei due impianti nucleari clandestini di Natanz e Arak (The Iran Threat).

La parte più folle di questa storia e’ che, proprio mentre emergono i dettagli assurdi dell’accordo separato AIEA-Iran, il regime khomeinista continua a lavorare attivamente per ripulire Parchin da ogni traccia di attività nucleari illegali. Meno di due settimane fa, infatti, il think tank americano Institute for Science and International Security (Isis) ha pubblicato nuove immagini satellitari che mostrano le attività di Teheran nella base di Parchin, proprio nell’area delle strutture ove ha svolto i test nucleari clandestini (Isis). Alla comicità si aggiunge la beffa…

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