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Questo fine settimana, come vi abbiamo anticipato, il Ministro degli Esteri italiano Gentiloni si è recato in visita in Iran. Prima della sua partenza, purtroppo senza successo, avevamo pubblicato un articolo in cui chiedevamo al Ministro Gentiloni di farsi portatore di un messaggio di libertà per due prigionieri politici detenuti nella Repubblica Islamica, l’attivista Atena Farghadani e l’Ayatollah Boroujerdi. Nessuna risposta positiva è arrivata in tal senso e la questione dei diritti umani – seguendo i lanci di agenzia in Italia e in Iran – non è stata neanche toccata durante la visita diplomatica.

Tralasciando quanto richiesto dal Collettivo No Pasdaran, gli argomenti affrontati durante gli incontri tra Gentiloni e i rappresentanti del regime iraniano, sono rientrati pienamente nei canoni della mera propaganda di Teheran e non hanno affrontato i veri nodi problematici al centro dei rapporti tra la Repubblica Islamica e l’Occidente. Ormai, infatti, il regime iraniano gode di una completa impunità per i suoi crimini, soprattutto per quanto concerne la lotta la terrorismo. In tal senso, il Ministro Gentiloni ha accettato passivamente una lezione di morale dai rappresentati del regime iraniano, in primis dal Capo del Consiglio Nazionale Supremo per la Sicurezza Ali Shamkhani e dal Presidente Rouhani. Shamkhani, secondo quanto scritto da Iran Daily, ha ricordato a Gentiloni che, se oggi l’Occidente ha un problema con il terrorismo , ciò è meramente dovuto agli errori commessi dagli stesso Occidentali nella scelta degli alleati nella regione Mediorientale. Stessa lezione di morale, quindi, è arrivata dal Presidente Rouhani che ha sottolieato come Tehran abbia sempre messo in guardia i Governi Occidentali dal sostenere il terrorismo in Siria, Iraq e Libia.

La Siria e l’Iraq, come noto, restano i casi emblematici della mistificazione iraniana. Come abbiamo già scritto decine di volte, se oggi la Siria è divenuta il centro dello scontro tra Sciiti e Sunniti e se Daesh (Isis) è riuscito a conquistare il supporto di diverse tribu’ sunnite (soprattutto in Iraq), la prima motivazione va ricercata nel sostegno di Teheran ai Governo settari di Bashar al Assad e al Maliki. Il regime iraniano, salvando il potere di Assad, ha trasformato la rivoluzione siriana in una lotta tra due terribili jihadismi, quello khomineista e quello salafita. Stessa cosa dicasi per l’Iraq: Teheran ha reso l’ex Primo Ministro iracheno al Maliki un burattino nelle sue mani, provocando l’estromissione dei sunniti e dei curdi dalla regia del potere in Iraq.

Ritenere, quindi, che la risoluzione del problema di Daesh passi per una alleanza speciale con il jihadismo sciita finanziato dall’Iran, è una risposta drammaticamente errata e destinata ad aumentare lo scontro all’interno del Medioriente. Altrettanto fallimentare, quindi, risulterà il progetto dell’inviato speciale delle Nazioni Unite De Mistura per la Siria. De Mistura ha ormai sdoganato ufficialmente Bashar al Assad, descrivendolo come una presenza essenzale per la risoluzione del conflitto. Damasco ha immediatamente approfittato dell’occasione per dimostrare un pubblico sostegno al piano di De Mistura per una sospensione degli scontro ad Aleppo. Peccato che, tutto questo progetto, abbia sempre incontrato il parere contrario delle opposizioni siriane presenti nell’area di Aleppo (dove ancora combatte una opposizione non qaedista e salafita). Non solo: senza alcuna reazione da parte di De Mistura, Assad ha ordinato l’espulsione di due inviati delle Nazioni Unite, incaricati di portare aiuti umanitari proprio ad Aleppo. La loro colpa è stata quella di aver negoziato con i ribelli per far arrivare gli aiuti umanitari ai civili ancora presenti in città.

A proposito di terrorismo khomeinista, concludiamo questo articolo evidenziando il fatto che la questione dello Yemen non ha meritato alcuna attenzione durante la visita di Gentiloni. Per Teheran, come noto, si tratta di un argomento scottante, considerando il fatto che i Mullah hanno attivamente sostenuto e sponsorizzato il golpe degli Houthi a Sanaa. Anche in questo caso, però, il far finta di nulla rischia di essere un gioco pericoloso. Ciò vale soprattutto per l’Italia, impegnata nella lotta al jihadismo salafita in Libia in stretta alleanza con l’Egitto di al Sisi. Al contrario del Ministro degli Esteri italiano, l’egiziano al-Sisi ha pubblicamente afffrontato la questione dello Yemen, evidenziando una forte preoccupazione per quanto concerne il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb, una porta chiave per l’accesso al Mar Rosso. In tal senso, in una intervista con il quotidiano saudita Asharq al Awsat, al Sisi ha definto la sicurezza dell’Egitto come direttamente connessa a quella degli Stati Arabi del Golfo e lo la stabilità del Golfo come “una redline per l’Egitto”.

Un chiaro messaggio all’Iran, ma anche a tutta  la diplomazia Occidentale: combattere il terrorismo salafita portando avanti una alleanza privilegiata con la Repubblica Islamica dell’Iran – e, indirettamente, tutti i suoi proxy  (leggi Hezbollah in Libano) – può anche essere una sorta di (discutibile) tattica nel breve periodo, ma rappresenta certamente una strategia antiterrorismo fallimentare nel medio e lungo termine.

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