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In Iran il termine “economia di resistenza” è molto conosciuto. Venne coniato per la prima volta durante la guerra contro l’Iraq, in un momento in cui la popolazione iraniana era direttamente colpita dalle bombe irachene e il regime di Khomeini sembrava per crollare. All’epoca, in pieno conflitto, quello slogan fu direttamente funzionale alla necessità di unire il popolo iraniano in un momento drammatico. Nonostante la fine della guerra – ricordiamo che il conflitto poteva terminare nel 1982, ma Khomeini in persona rifiutò la tregua con Baghdad – il concetto di economia di resistenza è ancora oggi usato dall’establishement iraniano. Questa volta, però, l’unione del popolo è solo la scusa per creare un modello ecomico basato sul potere della Guida Suprema Khamenei e su quello dei Pasdaran. Oggi, infatti, sono loro a controllare praticamente l’intera economia della Repubblica Islamica grazie a centinaia di società e attraverso una dilagante corruzione.

Nel 2010, fu Khamenei in persona a rispolverare l’economia di resistenza. Cogliendo l’occasione dello scontro internazionale con l’Occidente, la Guida Suprema Khamenei sostenne che solamente per mezzo dell’autosufficienza l’Iran avrebbe sconfitto i suoi nemici e ottento il progresso. Usando come giustificazione le sanzioni internazionali, Khamenei e l’allora Presidente Ahmadinejad, inserirono le società dei Pasdaran in ogni settore economico. Nel 2012, lo stesso comandante dei Basij Mohammad Reza Naqdi, ammise che “le sanzioni sono la più grande benedizione per la nostra economia e noi dobbiamo pregare quotidianamente che loro [l’Occidente, N.d.A.], le aumentino sempre di più”.

Oggi, a dispetto dell’accordo sul nucleare raggiunto a Ginevra e dell’alleggerimento delle sanzioni internazionali, l’economia di resistenza sembra ancora l’unico modello che gli Ayatollah intendono imporre all’Iran. Nonostante l’alto numero di disoccupati tra la popolazione giovanile (tra il 15% e il 24%), il regime iraniano non sembra avere alcuna intenzione di aprire se stesso all’esterno. Al contrario, nel febbraio del 2014 Khamenei ha rilasciato un piano economico di 24 punti, interamente fondato sul concetto di “economia di resistenza” e sulla riduzione della dipendenza dal petrolio. A dispetto dei suoi stessi obiettivi politici e delle promesse fatte durante la campagna elettorale, lo stesso Presidente Rohani ha elogiato il piano proposto da Ali Khamenei.

Cambiano le parole, quindi, ma il risultato resta lo stesso: il regime iraniano perpetua a non tenere conto delle esigenze della popolazione e continua a lavorare per indirizzare tutti i proventi verso i pretoriani. Khamenei, da parte sua, controlla un impero da 95 miliardi di dollari, attraverso conti bancari e proprietà sparsi per l’intero globo.  Per quanto concerne le Guardie Rivoluzionarie, per capire la forza del loro impero economico, consigliamo la lettura di un report del 2009 pubblicato dalla Rand Corporation, intitolato “The Rise of Pasdaran“.

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=AG3-X_XN3lM%5D

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