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Lo scorso mese il Presidente Rohani ha visitato la provincia del Khuzestan, ove vive la minoranza araba degli Ahwazi. Si tratta di una minoranza da sempre oppressa dal regime iraniano, trattata come entità esterna al Paese e vista come una spina nel fianco, non solo per la prossimità con l’Iraq e le monarchie del Golfo, ma anche e soprattutto per i pozzi di petrolio presenti in larga parte nell’area. Il regime, come detto, non ha mai riconosciuto agli Ahwazi la loro identità culturale, schiacciandola sia etnicamente che religiosamente (gli Ahwazisono in larga parte sunniti). Il Khuzestan, nonostante il petrolio, è una delle regioni più sottosviluppate dell’Iran, intenzionalmente tenuta povera dal regime per evitare di aumentare il potere della popolazione locale. Tra i progetti criminali approvati dal regime, anche il cambiamento coatto del corso del fiume Karoon, bacino idrico fondamentale per gli agricoltori locali.

Durante la visita in Khuzestan, il Presidente Rohani ha avuto modo di prendere in mano alcuni dossier lasciati incompiuti dal predecessore Ahmadinejad. Il dossier principale, secondo indiscrezioni, era quello riservato ai 14 attivisti Ahwazi per i diritti umani arrestati due anni fa con l’accusa, mai veramente provata, di cospirare contro lo Stato. Già alla vigilia della sua elezione, Rohani aveva approvato il trasferimento di questi attivisti arabi dal carcere di Karoun, ad una destinazione ignota. Si è trattato del primo passo compiuto dal neo Presidente iraniano per eliminare definitivamente questi “nemici”: durante gli incontri in Khuzestan, quindi, Rohani ha dato il via libera alla condanna a morte dei 14 attivisti, consegnando il mandato nelle mani di un solo giudice, l’Ayatollah Muhammad-Baqer Mussavi.

Detto, fatto: appena il Presidente Rohani ha lasciato il Khuzestan, due attivisti Ahwazi sono stati impiccati. Si trattava di Hadi Rashedi e di Hashem Shaabani. Shaabani, in particolare, oltre ad essere un attivista pacifista per i diritti del suo popolo, era anche un poeta molto conosciuto. Suo padre, Khalaf Shaabani, aveva combattuto contro Saddam Hussein durante la Guerra Iran-Iraq e si era guadagnato diverse onoreficenze. Hashem aveva rifiutato le armi e si era impegnato nel dialogo con la maggioranza sciita, nel tentativo di far conoscere meglio agli iraniani la cultura degli Ahwazi. Per questo, dopo la laurea in Scienze Politiche presso l’Univesità di Ahvaz, Shaabani aveva aperto l’Istituto per il Dialogo, un centro promuoveva la traduzione di poemi in lingua persiana in Arabo e viceversa.

La sua attività, però, non era amata dal regime. Con la scusa del terrorismo, come suddetto, i Pasdaran due anni or sono fermarono Hasheem Shaabani insieme ad altri 13 attivisti consideranti pericolosi e poco ortodossi, secondo i canoni della Velayat-e faqih. Per condannarli a morte, quindi, il regime ha accusato gli attivisti di essere parte di una locale cellula terrorista, prima sostenuta da Saddam Hussein e, dopo il 2003, dall’egiziano Mubarak e dal libico Gheddafi. Grazie alla tortura, denunciata dallo stesso Hasheem Shaabani in diverse lettere che è riuscito a far passare all’esterno, il regime iraniano ha ottenuto dagli attvisti delle false confessioni, trasmesse tra l’altro sul canale in lingua inglese Press TV. Il secondo video qui sotto, mostra proprio uno criminali servizi mandati in onda da Press TV, un canale messo al bando dall’Unione Europea per i suoi servizi falsi e mafiosi.

La condanna a morte dei due attivisti Ahwazi, purtroppo è stata denunciata quasi unicamente dagli attivisti. Ancora una volta, solamente il Governo canadese si è dimostrato immediatamente pronto a condannare, attraverso l’account Twitter del Ministro degli Esteri John Baird, la criminale azione del regime iraniano. Ottawa, vogliamo ricordarlo, è l’unica realtà politica che – dopo l’accordo di Ginevra sul nucleare iraniano – non ha cancellato alcuna sanzione contro il regime degli Ayatollah, non cedendo all’odore dei soldi e continuando a tutelare i valori della democrazia e dei diritti umani.

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