terzi

 Giulio Terzi di Sant’Agata non ha bisogno di lunghe presentazioni: figlio di un contadino Bergamasco di nobili origini, ha cominciato la sua lunga carriera diplomatica negli anni ’70 ed ha ricoperto incarichi di primo piano per conto del Ministero degli Affari Esteri, prima di essere nominato Ambasciatore d’Italia in Israele, Rappresentante permanente presso le Nazioni Unite e infine Ambasciatore negli Stati Uniti. Un lavoro denso di successi, culminato  – nel novembre del 2011 – con la nomina dello stesso Terzi al ruolo di Ministro degli Esteri.

Giulio Terzi si è soprattutto sempre contraddistinto per il suo impegno personale in favore della libertà e dei valori democratici: dalla battaglia per la moratoria sulla pena di morte, alla mozione ONU contro le mutilazioni genitali femminili, dall’impegno per i bambini soldato ai progetti di cooperazione culturale internazionale per i paesi in via di sviluppo. Una battaglia che, una volta terminata l’esperienza governativa, Terzi sta oggi continuando a portare avanti senza sosta attraverso i mass-media, i social networks e con la personale partecipazione a numerose conferenze e seminari di primo pianoUno dei principali temi spesso trattati dell’Ambasciatore Terzi è l’Iran. Coraggiosamente, infatti, Giulio Terzi ha preso parte a diversi incontri organizzati dalla resistenza iraniana, chiedendo pubblicamente e a più riprese al governo iracheno il rispetto dei diritti dei residenti di Camp Ashraf e Camp Liberty.

Proprio per questo suo impegno diretto e per il suo coraggio, abbiamo chiesto a Giulio Terzi di rilasciarci un intervista. L’Ambasciatore ha risposto positivamente e con entusiasmo. Siamo quindi profondamente onorati di riportarvi quanto da lui dichiarato al nostro sito.

NP: Lei è personalmente impegnato nella battaglia per i membri dell’opposizione iraniana rifugiati a Camp Asharaf in Iraq. Nel settembre scorso, un vero e proprio attacco militare è stato lanciato dalle forze irachene contro il campo. Un massacro che ha causato la morte di oltre 52 persone e il rapimento altre sette. Di recente, quindi, un attacco missilistico ha colpito Camp Liberty, presso Baghdad. Nonostante le condanne internazionali, il Governo iracheno sembra restio ad agire preferendo, al contrario, avviare una special relationship con il regime degli Ayatollah. Come pensa che evolverà la questione e cosa può fare la diplomazia occidentale per aiutare gli oppositori iraniani e liberare i rapiti? A Suo avviso potrebbero essere individuate delle responsabilità dirette di Teheran in quanto sta accadendo in Iraq?

GT: Da oltre un anno, la situazione degli espatriati iraniani residenti a Camp Ashraf,e ora a Camp Liberty è intollerabile e scandalosa per l’intera comunità internazionale. Dopo ripetuti attacchi che avevano già provocato vittime e feriti, lo scorso settembre chi muove milizie e forze speciali sciite in Iraq ha dato prova di tutta la sua criminale efferatezza. Cinquantadue residenti di Camp Ashraf suno stati brutalmente giustiziati da miliziani lasciati impunemente entrare nel campo, mentre i poliziotti iracheni di sorveglianza hanno finto di non vedere. Sono stati rapiti sette ostaggi. Durante il trasferimento dei superstiti a Camp Liberty ci sono stati altri attacchi. Nelle scorse settimane si sono abbattuti su Camp Liberty altri razzi, con morti, feriti e ingenti danni alle infrastrutture.Tutto ciò è ancor più orribile perché queste azioni mirate all’eliminazione fisica di un intero gruppo di tremila oppositori al regime iraniani colpisce persone tutte ufficialmente protette dalle Nazioni Unite. I motivi di sdegno e di preoccupazione aumentano. Dopo ben cinque mesi di appelli all’ONU, a Baghdad e a Washington, nessuna misura e’ stata ancora presa per proteggere Camp Liberty. E vi sono indizi evidenti che le milizie sciite sie preparano a colpire ancora. E’ urgentissimo trasferire il maggior numero possibile di residenti di Camp Liberty in Paesi sicuri. Insieme ad altri Paesi che si sono impegnati in Iraq, l’Italia ha il dovere di contribuire a salvare queste persone. Un centinaio di loro ha consolidati rapporti con l’Italia. Ho lanciato martedì scorso da Radio Radicale un appello al Governo affinché vengano prese tempestive decisioni per riconoscere loro l’asilo politico. Deve essere fatto ogni sforzo affinchè ciò avvenga.

NPL’elezione di Hassan Rohani è stata salutata dal mondo come una grande vittoria del moderatismo. Nonostante tutto, le pene capitali in Iran sono aumentate, giornali riformisti sono stati chiusi, le spese militari del regime sono aumentate e lo stesso esecutivo iraniano formato da Rohani ha al suo interno personaggi alle dipendenze del MOIS o responsabili di atroci crimini in passato. Possiamo parlare davvero di moderatismo o l’Occidente sta guardando a Teheran in maniera forse troppo ingenua e superficiale?

GT: Se l’atteggiamento di maggior apertura mostrato dal Presidente Rohani costituisca una vera svolta per l’Iran o un mero espediente tattico per fare uscire il Paese dall’isolamento e superare la pesante crisi economica, lo si vedrà rapidamente alla prova dei fatti. Allo stato delle cose, vi sono piu’ motivi di preoccupazione che di facile ottimismo. Sul piano interno, negli ultimi sei mesi le esecuzioni capitali sono aumentate; i prigionieri politici restano in carcere, continuano le torture, le restrizioni ai leaders riformisti e ai partecipanti alle manifestazioni del 2009 contro l'”elezione truccata” di Amadinejad. Né hanno cambiato la situazione le poche liberazioni simboliche avvenute per preparare la visita di Rohani alle Nazioni Unite lo scorso settembre. A livello regionale, come ha scritto recentemente anche il NYT, l’Iran “continua a nutrire sogni di egemonia regionale. Non vi è segnale che indichi che l’elezione di Rohani abbia cambiato alcunché. Sta aumentando il sostegno ai gruppi militanti nella regione. Recentemente l’Iran avrebbe fornito sofisticati missili a lungo raggio agli Hezbollah via Siria e inviato una nave, intercettato dalle autorità del Bahrain, carica di armi destinate agli oppositori sciti di quel governo sunnita”. Sarebbe pericoloso per i paesi occidentali rivedere completamente la loro strategia  sulla base di mere speranze sulla “svolta Rohani”, anziché su dati verificabili che dimostrino  un radicale  mutamento di rotta: sia sul piano interno – quello del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali – sia sul piano internazionale, in Siria, in Iraq, in Libano, nei confronti di Israele, e sulla questione nucleare.

NP: L’accordo di Ginevra ha, praticamente, riconosciuto il diritto iraniano ad arricchire l’uranio. Ciò, a dispetto delle sanzioni internazionali e delle denunce fatte dall’AIEA nei numerosi report dedicati al programma nucleare iraniano. Nonostante si tratti di un accordo ancora da definire, l’Occidente – Europa in testa – sta facendo la corsa per riavviare i rapporti commerciali con la Repubblica Islamica ponendo, tra l’altro, la questione dei diritti umani assolutamente in secondo piano. Pensa che possiamo fidarci degli Ayatollah o, come nel 2003,stiamo rischiando di prendere un clamoroso abbaglio?

GT: Rohani ha annunciato dall’inizio della sua presidenza di voler riprendere seriamente il negoziato nucleare con il Gruppo “5+1”, e soprattutto con gli Usa. Abbiamo successivamente appreso che contatti riservati tra Washington e Teheran erano già in corso da circa un anno. Per la verità ciò non mi ha stupito: tre anni prima c’era stato – ad esempio – un incontro bilaterale a margine di una riuione “5+1” tra i negoziatori iraniano e americano, con un’intesa di massima che era poi stata “lasciata cadere” dai vertici del regime. Non vi è però dubbio che una trattativa sulla sostanza della questione si è resa possibile solo ora. Per ammissione delle stesse autorità iraniane, la pressione economica delle sanzioni ne è il motivo determinante. L’intesa interinale costituisce un passo avanti su un terreno peraltro molto insidioso, che offre a Teheran maggiori opportunità e spazi di manovra di quelli che hanno gli occidentali. In estrema sintesi, i “5+1” iniziano per parte loro a smantellare il sistema sanzionatorio, mentre gli iraniani si impegnano a congelare l’arricchimento a livelli superiori al 5% (che però rapidamente si può convertire in bombe atomiche…). Il problema è che le sanzioni, una volta ritirate, non sono affatto facilmente riproponibili in caso di inadempimento iraniano… C’é  voluto molto tempo per convincere paesi come Cina, India, Brasile, Russia e persino taluni paesi europei a rispettarle. L’infrastruttura nucleare iraniana – centrifughe di ultima generazione, reattore di Arak, siti protetti – restano invece intatti, anche se – per ora – parzialmente “spenti”. Questo è il vero nocciolo del problema. Ottimismo, grande cautela, unità d’intenti tra Paesi occidentali mi sembrano quindi le parole chiave.

NP: L’Italia, come sa, è la capofila in Europa di queste nuove relazioni con l’Iran. Il Ministro Bonino a Teheran ha espressamente dichiarato che Roma vuole vincere la gara di amicizia con l’Iran. In poco tempo, quindi, sono arrivati nella Repubblica Islamica altri esponenti politici italiani di primo piano, tra i quali il Senatore Casini. Presto, quindi, lo stesso Letta potrebbe visitare l’Iran. Il messaggio che l’Italia sembra mandare, purtroppo, è quello di voler stabilire legami preferenziali con un regime autoritario, a dispetto delle azioni repressive e delle violenze quotidiane che questo commette. Non le sembra – soprattutto alla luce della Sua importantissima esperienza di Ambasciatore e Ministro degli Esteri – che il Governo italiano dovrebbe assumere un atteggiamento più prudente, improntato anche alla tutela dei valori di libertà e democrazia che sono rappresentati dalla stessa Costituzione Italiana?

GT: L’Italia ha rapporti consolidati e antichi con l’Iran, e le relazioni diplomatiche non si sono mai realmente interrotte. Un miglioramento di clima può suggerire scambi di visite a livello politico, di Governo e Parlamentare. Non si tratta evidentemente, in una realtà così complessa come quella iraniana, di competere per chi arriva primo, o di dare patenti di totale affidabilità e di fare “protagonismo”. Si tratta invece di lanciare messaggi precisi su quello che la comunità internazionale si attende, finalmente, da un Governo iraniano desideroso di riportare il paese a pieno titolo nella comunità internazionale: necessità di rispettare i diritti umani, le libertà fondamentali, il pluralismo politico, l’abolizione della tortura, la cessazione di un utilizzo “politico” e terribilmente diffuso della pena di morte. Sono fiducioso che questa impostazione, coerente con i valori fondamentati della politica politica estera del nostro Paese, continui a essere sostenuta con forza dal nostro Governo.

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commenti
  1. favero Marina scrive:

    Hanno impiccato un giovane in Iran perché colpevole di inimicizia con Dio
    di Shorsh Surme
    Continuano senza sosta le esecuzioni di massa in Iran.
    Solo dopo la vittoria del neoletto presidente cosidetto “riformista” Hassan Rohani, sono stati impiccati 270 persone, tra questi 27 attivisti politici curdi, nella prigione di Saghez nel kurdistan Iraniano.
    Infatti, pochi giorni fa è stato impiccato Sherko Moarefi, classe 1980, che è stato giudicato da un tribunale islamico degli Ayatolla, colpevole di moharebeh (inimicizia con Dio).
    Sherko è stato ucciso dal regime Iraniano senza avvertire i genitori e il suo avvocato. Lo stesso Sherko aveva parlato per telefono con i suoi la sera prima. Egli era stato arrestato alla fine del mese di ottobre 2008, e accusato di “comportamento ostile a Dio“.
    Il 13 novembre 2009, è stato trasferito in una cella di isolamento, dove i prigionieri sono detenuti prima dell’esecuzione. Per la mente contorta degli Ayatolla la lotta per la libertà significa “comportamento ostile a Dio”. Ma Dio non c’entra niente. Dio viene usato strumentalmente per tappare la bocca di milioni come Sherko.
    Gli 8 milioni di curdi in Iran chiedono la libertà a un regime che non ha nessun rispetto per l’essere umano, bastarebbe dare un’occhiata alla rete per vedere le immagini di esseri umani penzolanti come spaventapasseri nelle piazze pubbliche nella città Iraniane.
    Di fronte a questa atrocità la comunità internazionale e in primis gli Stati Uniti sono in silenzio, anzi cercano di dialogare con il regime su una sola questione che è quello nucleare, senza condannar fermamente queste esecuzioni.
    Dell’ultimo colloquio telefonico, dopo più di 30 anni di silenzio tra i due Stati, tra Obama e Hassan Rohani , è stato lo stesso inquilino della Casa Bianca a riferire nel corso di una conferenza stampa: “Quella con il presidente iraniano Hassan Rohani è stata la prima comunicazione tra i nostri due Paesi dal 1979: è indicazione che stiamo andando verso il superamento delle difficoltà affrontate nel corso della storia. Credo ci siano le basi per una soluzione”.
    Ci piacerebbe sapere signor presidente Obama quale soluzione, quello di lasciare il regime a massacrare i popoli dell’Iran?

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