alavi

Dopo l’accordo di Ginevra, come spesso abbiamo detto, Teheran è diventato il punto di approdo di molti politici, diplomatici e uomini d’affari occidentali, personaggi pronti a passare sopra alle violazioni dei diritti umani che il regime iraniano commette, in nome di soldi e petrolio. Prossimamente, parlando d’Italia, una delegazione di imprenditori si recherà in Iran sotto l’egida dell’organizzazione Isiamed, da sempre molto vicina all’ambasciata iraniani a Roma. Or bene, a dispetto del giudizio politico negativo in merito a queste aperture di credito eccessive, vogliamo mettere in guardia coloro che intendono fare affari con gli Ayatollah dal rischio di prendere enormi fregature: il regime iraniano, infatti, è molto bravo a vendere fumo, ma basta scavare un pochino più a fondo per capire che il sistema economico della Repubblica Islamica è fragile e non fornisce le dovute assicurazioni per chi investe.

La fragilità dell’economia iraniana, si badi bene, ha ben poco a che fare con le sanzioni internazionali, ma è quasi interamente legata al sistema di corruzione che esiste all’interno dell’Iran. Un sistema assai dispendioso per chi intende investire e che, soprattutto, favorisce personaggi legati a poteri occulti quali i Pasdaran o la rete controllata dalla Guida Suprema Ali Khamenei. La corruzione in Iran è talmente elevata che, anche le stesse autorità locali, sono consapevoli del rischio che essa pone dinnanzi ad un potenziale investitore straniero. In queste ore, clamorosamente, un monito è stato lanciato ai media dal Ministro dell’intelligence iraniano in persona, l’Ayatollah Mahmud Alavi.

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Parlando all’agenzia Mehr News, il Ministro dell’Intelligence Alavi ha dichiarato che i media non devono riportare notizie in merito a tutti gli scandali legati al contrabbando e alla corruzione che scoppiano constamente in Iran. Il rischio, sottolinea il Ministro, è che queste notizie legate al livello altissimo di corruzione in Iran colpiscano direttamente l’economia iraniana, allontanando potenziali investitori esteri dal cercare di fare affari nella Repubblica Islamica. Vogliamo ricordare che, proprio in questi giorni, è stato arrestato il miliardario iraniano Babak Zanjani, legato a doppio filo con tutto l’establishment politico locale, accusato di evasione fiscale grazie ad un network di compagnie che passava daIl’Iran, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Malesia e Tajikistan. Solamente un anno fa, invece, era scoppiato nella Repubblica Islamica uno scandalo di frode contro diversi instituti bancari iraniani per una cifra record di oltre 2,6 miliardi di dollari. Tra le banche coinvolte, tra l’altro, c’era anche la popolare Bank Sederat. Lo scandalo, secondo quanto scritto dai media iraniani, arrivò fino a sfiorare il coinvolgimento di Rahim Mashaei, fedele consigliere, genero e capo dello staff dell’ex Presidente Ahmadinejad.

TI

Se non volete credere a noi, credete almeno a Trasparency International, nota  e affidabile organizzazione che si occupa di monitorare il livello di corruzione nei vari Paesi del mondo. Secondo Trasparency International l’Iran si classifica al 144 posto (su 177) per quanto concerne il livello di trasparenza e lotta alla corruzione. Praticamente, in poche parole, si tratta di un Paese dove l’economia in nero è assolutamente la regola e dove investire presenta un rischio elevatissimo. Per la cronaca, il livello di corruzione misurato da Transparency International, riguarda in primis le instituzioni pubbliche, ovvero direttamente lo Stato iraniano…

Ergo, chiunque intendesse investire nella Repubblica Islamica, se non ha a cuore i diritti umani, farebbe bene almeno ad avere a cuore i propri soldi, controllando bene che dall’altra parte, in Iran – al di là della propaganda di questi tempi- ci sia davvero dall’altra parte un partner affidabile, pulito e non legato a doppio filo con le cerchie corrotte e perverse che controllano i fili dell’economia iraniana…Impresa assai ardua… 

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