SETTE ANNI DI CARCERE AD UN EX NEGOZIATORE NUCLEARE. ECCO PERCHE’ I NEGOZIATI DI BAGHDAD FALLIRANNO

Pubblicato: maggio 21, 2012 in Iran armamenti clandestini, Iran Diplomazia, Iran Nucleare, Iran Politica Estera, Iran Regime
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Sette anni di carcere per Shahin Dadkhah!!! Questa la pena inflitta all’ex negoziatore nucleare, ai tempi in cui il team di negoziatori era guidato da Hassan Rohani. La notizia arriva dall’Iran alla vigilia della ripresa delle trattative tra l’Iran e il Gruppo del 5+1 a Baghdad (23 maggio) e ci permette di avere una chiara indicazione sulle volontà della Guida Suprema Ali Khamenei e sul conseguente comportamento che terranno nella capitale irachena i diplomatici iraniani. Purtroppo, dopo un’attenta analisi, è possibile dimostrare come l’Iran stia ancora una volta prendendo in giro la Comunità Internazionale e preannunciare che, purtroppo, i prossimi negoziati di Baghdad falliranno.

Chi c’è dietro questa lotta per il potere

La notizia della condanna di Dadkhah rientra in una battaglia tutta interna all’Iran che si può definire come una vera e propria lotta per il potere. E’ centrale, allora, capire chi c’è dietro questa lotta? quali sono i personaggi coinvolti in questa storia? Per avere una risposta bisogna andare con la mente a qualche anno addietro. Quando Hassan Rohani era il capo dei negoziatori nucleari, al potere c’era il Presidente riformista Mohammad Khatami.  Sebbene l’Iran non abbia mai smesso di portare avanti il suo programma nucleare clandestino, in quel periodo Teheran si dimostrava sicuramente meglio disposta alle trattative internazionali. Con l’avvento al potere di Mahmoud Ahmadinejad, quindi, Ali Khamenei impresse al Paese una netta svolta conservatrice, rompendo il negoziato e riprendendo pubblicamente l’arricchimento dell’uranio. Non soltanto quindi Rowhani cadde in disgrazia, ma diversi del suo team negoziale furono perseguitati a livello giudiziario con l’accusa di “aver passato informazioni a Paesi ostili”. Tra questi, va ricordato il noto caso di Hussein Mousavian, incarcerato nel 2007 e oggi praticamente rifuguato politico negli Stati Uniti.

Dietro questa lotta di potere, quindi, c’è una parte centrale dell’establishment iraniano: da una parte Mohammad Khatami e il pragmatico Ayatollah Ali Akbar Rafsanjani, favorevoli ad una sorta di accordo con l’Occidente; dall’altra parte la Guida Suprema Ali Khamenei, supportato dai Pasdaran, favorevole unicamente a guadagnare tempo e, a seconda degli interessi, ad esacerbare lo scontro con gli Stati Uniti.

Il significato dello scontro alla luce dei prossimi negoziati di Baghdad

Dal caso di Mousavian, però, sono passati ormai diversi anni. Perchè allora questa nuova condanna? Quale significato dare a questo scontro alla luce dei prossimi negoziati di Baghdad? La risposta non è difficile e rientra perfettamente nelle tattiche intraprese dalla diplomazia iraniana negli ultimi anni. Iniziamo con il menzionare alcuni fatti accaduti in questi giorni, alla vigilia del negoziato di Baghdad. Qualche settimana fa, infatti, proprio Hassan Rohani ha rilasciano una intervista al mensile Mehrnameh dichiarando che, nel 2004, Bush aveva fatto una offerta a l’Iran per trovare un accordo sul programma nucleare, ma la trattativa non era andata in porto per l’intransigenza di Khamenei. Nel 2006, invece, gli iraniani trovarono una sorta di accordo per riprendere le trattative con i negoziatori europei in un incontro a Berlino, ma Washington si oppose perchè non coinvolta opportunamente nel negoziato. Alla domanda dell’intervistatore su cosa tutto ciò volesse dire per il presente, ovvero per il negoziato di Baghdad, Rohani ha risposto nel seguente modo: “noi dovemmo scegliere tra una Peykan (una macchina iraniana di scarsa qualità che simboleggia l’Europa) e una Mercede Benz (ovvero gli Stati Uniti). All’epoca scegliemmo la Peykan”.

Tradotto in termini più chiari, Rohani critica espressamente la scelta dei deboli partners europei fatta nel 2006 e, indirettamente, auspica una apertura agli Stati Uniti – il partner forte – nei prossimi negoziati di Baghdad. Va detto che, l’idea della necessità di un “appeasement” tra Iran e Stati Uniti è stata proposta in questi mesi proprio da Ali Akbar Rafsanjani, che ha ricevuto enormi critiche dall’elità militare-conservatore oggi al potere nella Repubblica Islamica. L’arresto di Shahin Dadkhah, quindi, rientra precisamente in questa lotta interna all’Iran che, bada bene, nulla ha a che fare con la democrazia e la fine del programma nucleare militare iraniano. Tutti i personaggi sinora nominati, infatti, sono coinvolti appieno nel progetto iraniano di ottenere la bomba atomica. Ciò che varia, invece, è la concezione di regime, gli interessi economici e il gruppo di potere coinvolto nello scontro.

Cosa succederà a Baghdad il 23 maggio?

Cosa succederà a Baghdad il 23 maggio? La risposta non è facile. L’Iran e l’Occidente stanno cercando un accordo per reciproci interessi. L’Iran vuole guadagnare tempo prezioso per portare avanti clandestinamente il suo programma nucleare e sta, fortemente, subendo il peso delle sanzioni internazionali. Il prossimo luglio, teoricamente, entrerebbero anche in vigore le sanzioni americane ed europee sul settore petrolifero iraniano. L’Occidente, da parte sua, è in piena crisi economica e non ha – almeno in buona parte – il coraggio di portare fino in fondo la mano contro Teheran. Soprattutto dopo gli effetti dell’Afghanistan e dell’Iraq. Tutto questo, quindi, rischia di portare ad un accordo diplomatico al ribasso nei prossimi negoziati di Baghdad, un accordo che rappresenterebbe una sconfitta per l’Occidente e una vittoria per Teheran. Praticamente l’ennesimo fallimento e la certezza che il problema si ripresenterà tra qualche tempo. La prossima volta, però, per la Comunità Internazionale potrebbe essere troppo tardi e l’Iran potrebbe avere già in mano la bomba nucleare per diventare una potenza regionale e minacciare la stabilità e gli interessi dell’intero Occidente. A buon intenditor poche parole…

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