Ormai è un dato di fatto, ben noto anche alla diplomazia americana: dalla caduta di Saddam Hussein in poi, ovvero dal 2003, l’Iran ha approfittato dell’instabilità irachena per iniziare un graduale e costante controllo di buona parte dell’Iraq. Questo controllo, per la precisione, si estende dall’ambito degli accordi economici, a quello degli affari diplomatici, militari e religiosi. E’ bene avere bene chiaro quanto sta succedendo tra Teheran e Baghdad perché, con l’approssimarsi del completamento del ritiro delle forze armate americane dall’Iraq, la geopolitica della regione mediorientale ne sta risentendo in maniera decisiva.

Il coinvolgimento dell’Iran in Iraq è cominciato, come detto, dal 2003 con una forte iniziativa militare ed economica da parte di Teheran. Militarmente, l’Iran ha cominciato a finanziare e armare i miliziani da lei controllati per determinare un veloce ritiro dall’Iraq delle forze militari americane. Di questo finanziamento abbiamo parlato report scaricabile dal nostro blog intitolato “Il sostegno dell’Iran al terrorismo internazionale”. In questa sede basti solo ricordare che tra questi gruppi c’è la Milizia Badr appartenente al Consiglio Supremo per la Rivoluzione in Iraq (ISCI o SCIRI), il partito Dawa del premier iracheno Nuri al-Maliki, i Sadristi e i partiti curdi iracheni KDP e PUK.

Per quanto concerne l’economia, ormai è impossibile citare tutti gli accordi fra Iran e Iraq. Teheran e Baghdad firmarono nel 2009 un accordo da 1,5 miliardi di dollari per la ricostruzione della città di Basra (cinquemila case e tre hotel), al confine con l’Iran. Proprio l’area di Basra, il 14 aprile del 2010, è stata dichiarata “zona di libero scambio” tra Iran e Iraq.  Il 25 aprile del 2010, l’allora responsabile economico dell’Ambasciata d’Iran in Iraq, Ali Heidari dichiarò che il volume di scambi tra i due Paesi aveva superato di dieci volte il valore del 2003, raggiungendo gli otto miliardi di dollari. In ultimo, per iniziativa dello stesso Ahmadinejad, è stato creato il Dipartimento per lo Sviluppo Economico tra Iran e Iraq, una organizzazione per mezzo della quale Teheran invia numerosi agenti segreti a Baghdad sotto la maschera di businessmen.

Se possibile, però, la parte più interessante del coinvolgimento iraniano in Iraq è quella che riguarda la “diplomazia” e la religione. Per infiltrare i propri agenti in territorio iracheno, infatti, la Guida Suprema si è affidata alla Forza Quds, l’unità speciale delle Guardie Rivoluzionarie responsabile per le azioni fuori dall’Iran. In particolare, l’uomo forte dell’Iran in Iraq è il Generale Qassem Suleimani, comandante della stessa Forza Quds. Come non riportare alla mente il messaggio che Suleimani inviò nel 2008 all’allora comandante delle forze americane in Iraq David Petraeus: “Generale, probabilmente lei saprà che io, Qassem Suleimani, controllo la politica dell’Iran in Iraq, Libano, Gaza e Afghanistan. Infatti, l’Ambasciatore a Baghdad è un membro della Quds Force. Chi lo sostituirà sarà, anch’èegli, un membro della Quds Force…”. Detto e fatto: nel luglio del 2010 s’instaura in Iraq come nuovo Ambasciatore iraniano Hassan Danaifar, nato a Baghdad cinquant’anni fa, espulso dall’Iraq di Saddam Hussein ed ex ufficiale dei Pasdaran iraniani. Ex veterano della guerra contro l’Iraq, Danaifar ha precedentemente ricoperto il ruolo di vice comandante della Forza navale delle IRGC, vice Presidente del Centro per la Ricostruzione dei Luoghi Santi, per divenire infine il capo del “Mobayen Center”, il centro che della Forza Quds responsabile per l’esportazione del fondamentalismo khomeinista fuori dall’Iran. Insomma, un pedigree perfetto…

Infine, dulcis in fundo, l’ambito religioso: il 60% degli iracheni è di fede sciita. Da sempre, però, il polo di Najaf si è contrapposto a quello di Qom e il Grande Ayatollah Al-Sistani ha impedito la propagazione dell’interpretazione khomeinista della Velayat-e Faqih (il Potere del Giureconsulto) nei confini iracheni. Oggi, però, Al-Sistani è anziano e dal 2004 non si muove più dalla sua casa di Najaf. Risultato: dal 2003 l’Iran ha lanciato la sua offensiva religiosa su Kerbala e Najad, le due città sante sciite in Iraq. L’uomo forte di Teheran, in questo caso, è il Grande Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, 63, nato anch’egli in Iraq, ma rifugiatosi in Iran dal 1979, dopo che il regime di Saddam iniziò a perseguitare il suo maestro Mohammed Baqir al-Sadr (poi ucciso nel 1980).

Shahroudi ha importanto in Iraq la versione politicizzata dello sciismo iraniano e mira a divenire il nuovo “al-Marjaa al-akbar”, ovvero una “fonte di emulazione”, il gradino più alto che è possibile raggiungere all’interno del clero sciita. Per ora quest’onore spetta unicamente ad Al-Sistani. Hashemi Shahroudi, grazie all’appoggio di Teheran, si sta preparando a raccogliere l’eredità di al-Sistani e, come previsto, ha già pubblicato testi religiosi inerenti ai regolamenti religiosi (precisamente i “Tawdih al-Masail”, ovvero  la “Chiarificazione delle Questioni”).

L’Iraq, la battaglia per la permanenza del massacratore Bashar al-Assad in Siria e il programma nucleare, rappresentano in questo momento le azioni principali che la Repubblica Islamica sta portando avanti senza limiti per ritagliarsi quel ruolo da potenza regionale che, se realizzato, determinerebbe uno sconvolgimento della geopolitica internazionale dalle conseguenze imprevedibili.

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