IL VERO SIGNIFICATO DELLA RIVALITA’ TRA IRAN E ARABIA SAUDITA

Pubblicato: marzo 8, 2012 in Iran Diplomazia, Iran Nucleare, Iran politica
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Con l’acuirsi della crisi sul nucleare iraniano e delle repressioni siriane – da Teheran finanziate e militarmente sostenute – si acuisce lo scontro tra la Repubblica Islamica dell’Iran e l’Arabia Saudita. Certo non è un mistero che tra Riyadh e Teheran non sono mai intercorse buone relazioni diplomatiche, non fosse altro perché l’Arabia Saudita rappresenta l’anima del radicalismo sunnita e gli Al Saud si ritengono i custodi unici dei luoghi santi dell’Islam (La Mecca e Medina), mentre velayat-e faqih – il cosiddetto regime del “potere del giureconsulto” creato da Khomeini nel 1978 – si considera il polo principale dello sciismo e si caratterizza per avere un’ideologia rivoluzionaria in completa opposizione alle monarchie ancestrali del Golfo.

Dopo il 2003, anno della caduta del regime Saddam Hussein, Riyadh ha guardato costantemente crescere il potere sciita in Iraq, fino a quando il capo della Forza Qods – il generale Qassem Soleimani – è diventato praticamente l’Ambasciatore “non ufficiale” del regime iraniano in territorio iracheno. Se si considera che l’attivismo iraniano in Iraq si è accompagnato poi con lo sviluppo di un programma nucleare a chiari fini militari e al tentativo di uccidere l’Ambasciatore saudita negli Stati Uniti (qui poco importa quale fazione dei Pasdaran sia responsabile del fallito attentato), si capisce bene come Riyadh abbia deciso di passare ad una controffensiva.

L’Iraq in primis: un recente articolo uscito sull’agenzia di stampa iraniana MehrNews si intitolava molto significativamente “che cosa vogliono veramente i sauditi da Baghdad?”. Nell’articolo si sostiene che gli Al Saud stanno tentando di riallacciare le relazioni diplomatiche con l’Iraq, terminate dopo la crisi del Golfo del 1990. Secondo l’agenzia iraniana, però, il tentativo saudita fallirà perché gli iracheni si sentono più vicino all’Iran e alla sua rivoluzione (che, per la cronaca, secondo Teheran è stata l’ispiratrice della cosiddetta “Primavera Araba”). Nel pezzo, quindi, i sauditi vengono attaccati per la loro vicinanza agli Stati Uniti, per l’azione militare in Bahrain e per la posizione assunta sulla Siria.

Ed è proprio sulla Siria che Riyadh e Teheran giocano la partita più importante: mentre, come suddetto, l’Iran rappresenta da oltre trent’anni il principale alleato della Siria (da cui invia le armi a Hezbollah) ed è oggi il maggior sostegno all’economia e all’esercito siriano dallo scoppio delle manifestazioni contro gli Assad, i sauditi sono chiaramente schierati a favore dell’opposizione siriana e stanno cercando di convincere gli occidentali a prendere una chiara decisione in merito al sostegno diretto ai ribelli (armamenti in primis). Non è un caso, alla recente riunione dei Ministri degli Esteri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), il Ministero degli Esteri saudita Saud Al Faisal ha chiaramente fatto intendere che la caduta di Assad rappresenta un dovere necessario per fermare l’espansionismo iraniano.

Come noto, la battaglia che si gioca tra Riyadh e Teheran non rappresenta una contrapposizione in nome della democrazia dei diritti umani. Si tratta di regimi autoritari (Teheran con la sua militarizzazione potrebbe presto avviarsi verso il totalitarismo) entrambi pienamente coinvolti nel sostegno a gruppi terroristici in Medioriente. Da questa contrapposizione, però, ben si capisce quale sarebbe l’effetto di un Iran con la bomba nucleare. Dal 2003, prima attraverso il Pakistan e successivamente con un accordo firmato nel gennaio del 2012 con la Cina, Riyadh sta cercando di sviluppare il suo programma nucleare. Se Teheran riuscisse davvero a superare la “linea rossa” i risvolti per l’equilibrio mediorientale rischierebbero davvero di portare il Medioriente in una fase di destabilizzazione incontrollata.  

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