LA “CAMPAGNA DELLE GRU” PER DIRE BASTA ALLA PENA DI MORTE IN IRAN!!!

Pubblicato: luglio 6, 2011 in Iran Diritti Umani, Iran economia, Iran politica
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Il Medio Oriente si rivolta. In Egitto i giovani continuano ad occupare Piazza Tahrir, mentre in Siria migliaia di persone persistono nel scendere in piazza, nonostante le brutali repressioni del regime (sostenuto economicamente e militarmente dai Pasdaran iraniani).

Perché in Iran tutto sembra fermo? Perché nel paese dove le ribellioni sono cominciate – non dimentichiamo, infatti, le manifestazioni di piazza del 2009 – ora tutto appare calmo? Abbiamo usato un verbo adatto: “apparire”. E’ esattamente così, nel senso che il malcontento del popolo iraniano è sempre più forte e con questo anche la voglia di scendere in strada e abbattere il regime. Ciò che frena oggi il popolo iraniano è il terrore. Il terrore e la paura in cui gli Ayatollah hanno sprofondato l’Iran dopo l’inizio della cosiddetta “Primavera araba”.

Secondo statistiche di Amnesty International e delle Nazioni Unite, infatti, il regime iraniano ha nell’ultimo anno triplicato le esecuzioni pubbliche e commesso ogni sorta di crimine umanitario violando ogni normativa del diritto internazionale. E’ stato stimato che più di 140 persone sono state impiccate dall’inizio del 2011, tre volte tanto rispetto all’anno precedente. Tra loro anche numerosi minorenni.

Come noto, molte di queste impiccagioni sono pubbliche, proprio allo scopo di incutere terrore nella popolazione. Quasi tutte queste esecuzioni avvengono per mezzo di gru: le stesse gru che servono per costruire palazzi, sono usate per impiccare pubblicamente i nemici. E’ per questo che l’organizzazione americana UANI – United Against the Nuclear Iran – ha lanciato la “crain campaign”, una campagna per chiedere alle società straniere che vendono le gru alla Repubblica Islamica, di interrompere immediatamente i rapporti economici.  Alcune di queste società hanno risposto positivamente all’appello (tra queste l’americana Terex Corp, Caterpillar e la giapponese Komatsu), mentre altre ancora non hanno avuto il coraggio di fare un passo indietro (tra loro la cinese XCMG, la svizzera Liebherr e le giapponesi Tadano e Unic).

La speranza è che questa battaglia dell’UANI si concluda con un successo e che venga seguita anche dalla fine dei rapporti economici tra il regime iraniano e l’italiana FIAT. Un business che vale milioni di dollari e che garantisce alla teocrazia degli Ayatollah nuove risorse per continuare a sopravvivere.

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