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Oggi in Iran e’ il “Quds Day”, la Giornata di Gerusalemme, ufficialmente un giorno di protesta in solidarietà al popolo palestinese. L’Ayatollah Khomeini decise di stabilire questa ricorrenza annualmente, in occasione dell’ultimo venerdì del mese sacro del Ramadan.

Il Quds Day, pero’, non e’ solo una generica giornata di protesta per i diritti del popolo palestinese. Al contrario, il Quds Day e’ una giornata in cui il regime iraniano – e i suoi sostenitori – dimostrano tutto il suo odio non solo verso Israele e il mondo ebraico non anti-sionista, ma anche verso tutto l’Occidente. 

Come spesso accade nelle nuove forme di antisemitismo, Israele – o meglio il “Piccolo Satana”, come lo definiscono i clerici iraniani – e’ solo l’ultimo anello di qualcosa di più importante e più pericoloso: con il Quds Day, infatti, il regime iraniano afferma in primis il suo odio verso i valori del “Grande Satana”, ovvero gli Stati Uniti. Quei valori liberali e democratici condivisi anche da buona parte dell’Occidente e considerati dall’establishment iraniano un cancro da estirpare.

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Al-Quds”, ovvero Gerusalemme, e’ diviene perciò solo il simbolo della “lotta al sionismo”. A riprova di quanto affermato, si tenga in considerazione che l’unita’ speciale adibita da sempre all’esportazione della Rivoluzione Khomeinista nel mondo, si chiama proprio Brigata al-Quds. E’ questa Brigata speciale dei Pasdaran che, da anni, finanzia il peggior terrorismo internazionale. E’ questa Brigata che ha contributi alla nascita di Hezbollah, che ha tessuto relazioni con al-Qaeda, che ha elargito armi e soldi al peggior terrorismo di matrice sunnita, quale quello di Hamas o della Jihad Islamica. E’ questa Brigata che controlla parte del narcotraffico in America Latina e che ha fatto saltare in aria l’associazione ebraica AMIA di Buenos Aires nel 1984. E’ questa Brigata che, in nome di Khomeini, ha sparso il seme del conflitto settario in Medioriente negli ultimi 15 anni…

Ecco che, coloro che nel mondo elogiano la Giornata di al-Quds, sono gli stessi che quotidianamente portano avanti le peggiori teorie complottiste. Quelli che contestano la partecipazione della Brigata Ebraica al 25 aprile, quelli che sostengono la Siria di Assad e il Libano controllato da Hezbollah o quelli che, proprio come fa il regime iraniano, danno la colpa agli Stati Uniti per qualsiasi cosa succede nel mondo. Non e’ nemmeno un caso che, tra gli amanti del Quds Day iraniano, ci sono gli esponenti della Fratellanza Islamica: gli eredi di Sayyd Qutb, colui che con Khomeini ha posto le basi del peggior terrorismo islamista, condividono con il regime iraniano gli stessi valori, pur non essendo sciiti. Per questo, anche qui non e’ un caso, proprio l’Ayatollah Khamenei e’ il traduttore dall’arabo al farsi, dei testi di Qutb…

Non condannare il Quds Day iraniano, quindi, significa condannare i valori democratici e antifascisti su cui la storia delle democrazie contemporanee e’ fondata. Significa permettere che le basi ideologiche del complottismo infettino l’Occidente stesso, erodendone lentamente le fondamenta e la memoria.

Il Quds Day iraniano non e’ un giorno per i diritti dei popoli: e’ un momento di odio puro, soprattutto verso l’Occidente. Condannarlo duramente e’ un dovere, perché significa proteggere i valori del pluralismo, il rifiuto dell’antisemitismo e l’affermazione dei diritti civili, di genere e umani. 

Quds Day 2017 a Teheran

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Ieri l’Ayatollah Khamenei – parlando davanti ad una rappresentanza di professori – ha trovato il tempo di riparlare della cosiddetta Agenda Unesco 2030: si tratta di un documento dell’Unesco, purtroppo non obbligatorio, che intende promuovere l’educazione nei vari Paesi del mondo.

Il documento e’ stato firmato dallo stesso Iran nel 2016, ma con l’approssimarsi della campagna presidenziale – che poi ha visto la nuova vittoria di Rouhani – e’ diventato oggetto di scontro interno. Khamenei ha rimesso al suo posto il Presidente, affermano che la Repubblica Islamica non implementerà tale documento, perché contrario all’Islam.

In realtà, come abbiamo già scritto, l’Agenda Unesco 2030, se applicata in Iran, metterebbe a rischio il regime razzista e misogino in vigore nella Repubblica Islamica. L’agenda, infatti, richiede una eguaglianza tra i generi e la fine delle discriminazioni contro alcune categorie. Come noto, in Iran le donne valgono legalmente meta’ degli uomini e diverse minoranze, in primis i Baha’i, non hanno diritto all’accesso all’istruzione pubblica.

Parlando ieri, Khamenei ha addirittura affermato che l’Agenda Unesco 2030 e’ un complotto “delle potenze arroganti”, per controllare “le nazioni”. Non casualmente, la Guida Suprema iraniana ha voluto riprendere il discorso Unesco, alla vigilia della “Giornata di Gerusalemme”, prevista domani in Iran. La “Qods Day”. come noto, e’ una manifestazione in cui il regime iraniano esprime il suo odio verso Israele, gli Stati Uniti e buona parte dell’Occidente.

Collegando il documento Unesco con la questione di Gerusalemme, Khamenei ha voluto rimarcare come l’opposizione all’Agenda2030, sia una vera e propria jihad, non inferiore a quella contro gli odiati nemici israeliani e americani. Una riprova della follia fondamentalista dei leader della Repubblica Islamica. 

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Anche oggi nella Repubblica Islamica, si celebra il “Mercoledì Bianco” – #WhiteWednesday – ovvero il giorno in cui le donne iraniane portano un velo bianco (o un indumento bianco), come segno di protesta non violenta contro l’hijab obbligatorio (No Pasdaran).

La novità e’ che, in questi ultimi giorni, diversi ragazzi e uomini iraniani, stanno mandando alla pagina Facebook My Stealthy Freedom – la Mia Libertà Rubata – foto e video di sostegno a questa campagna in favore delle donne iraniane. La pagina My Stealthy Freedom, creata dalla giornalista iraniana Masih Alinejad, ha il merito di aver lanciato la campagna per i #WhiteWednesday.

Ricordiamo che non e’ la prima volta che i maschi iraniani esprimo il loro sostegno ai diritti delle donne: in una precedente campagna lanciata sempre da My Stealthy Freedom, tanti uomini iraniani avevano inviato le loro foto con il velo indosso, al fianco delle loro mogli, madri, sorelle o semplici amiche, senza velo (Indipendent).

Uno dei messaggi che più ha commosso i followers, e’ quello che vi riportiamo qua sotto: un giovane adolescente iraniano, vestendo una camicia bianca, con la telecamera del suo telefonino, si riprende mentre esprime il supporto alla campagna contro il velo obbligatorio. Un sostegno che decide di dare soprattutto per sua madre e per tutte le madri iraniane, capaci di decidere del loro destino in piena autonomia!

Nel secondo video che vi proponiamo, addirittura un soldato iraniano si riprende mentre – in servizio – si mette al collo una sciarpa bianca e mostra dei cartelli in favore del diritto delle donne iraniane a non essere obbligate a portare il velo! Secondo questo soldato, il suo dovere non e’ solo quello di difendere il Paese, ma anche quello difendere sua madre e sua sorella nel loro diritto di avere diritti!

 

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“Non e’ islamica”. Con queste parole Ali Majad Ara, il Capo della Federazione per Tutti gli Sport – organizzazione nata in Iran per promuovere uno stile di vita sano – ha annunciato la decisione di bandiere la zumba, il popolare fitness musicale a ritmo di musica afro-caraibica.

Nella Repubblica Islamica, nonostante tutte le proibizioni del regime, negli ultimi anni sono nate sempre più paleste e centri fitness. La Zumba, quindi, ha iniziato a prendere piede anche in Iran, trovando numerosi appassionati.

Nonostante il divieto appena imposto, pare che gli iraniani non abbiano alcuna intenzione di accettare di abbandonare il popolare sport. Come ha dichiarato Sunny Nifisi, istruttore di Zumba iraniano, la Zumba e’ “divertente e positiva e – malgrado questi ultimi giorni siano stati molto tristi – sicuramente non ci fermeremo” (NYT).

Al fine di bloccare il divieto, alcuni si stanno anche appellando a clerici considerati moderati come Hossein Ghayyoumi, vicino al Presidente Hassan Rouhani. Ghayyoumi, 66 anni e sofferente di artrite, ha ammesso che la Zumba e’ molto salutare. Come clerico, pero’, ha ribadito il fatto che si tratta di uno sport “haram”, ovvero peccaminoso e illegale. 

Ricordiamo che, appena qualche mese fa, il regime iraniano aveva vietato alle donne di andare in bicicletta in pubblico, al fine di non provocare la libido maschile. Un divieto, anche in questo caso, costantemente sfidato dalle donne iraniane, ormai stanche delle decisioni fondamentaliste di clerici anziani e misogini.

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Reza Shahabi e Davoud Razavi, due sindacalisti iraniani dell’Unione degli Autisti di Autobus di Teheran (TBDU), sono stati bloccati dalle autorità del regime mentre si apprestavano a partire per recarsi ad una conferenza dell’agenzia ILO delle Nazioni Unite, organizzata a Ginevra (CHRI).

Il fermo e’ avvenuto nonostante Reza Shahabi abbia scontato già la pena al carcere a cui era stato condannato. Per Davoud Razavi, già condannato a cinque anni di detenzione in primo grado, il divieto di lasciare il Paese e’ stato emesso dalla magistratura già nel processo preliminare contro di lui. Entrambi, neanche a dirlo, sono stati arrestati con l’accusa di aver organizzato delle proteste sindacali (pacifiche). Questo perché nella Repubblica Islamica, la legge vieta l’esistenza stessa dei sindacati. 

Il solo rappresentante della TBDU a cui e’ stato concesso di raggiungere Ginevra e’ stato Hassan Saeedi, membro del direttivo dell’Unione Sindacale.

Chiediamo che le tre grandi sigle sindacali italiane – CGIL, CISL e UIL – protestino contro questo abuso e chiedano l’immediata sospensione del regime iraniano dall’ILO!

Possiamo tranquillamente dire che, il 13 giugno del 2017, e’ stato un giorno davvero nero per i Baha’i iraniani. In poche ore, infatti, ben 11 iranaini di fede Baha’i sono stati arrestati.

I primi arresti sono avvenuti presso Shahin-Shahr, nella Provincia di Isfahan: qui, due donne Baha’i sono state fermate. I loro nomi sono Noushin Salekian e Farideh Abdi. Dopo due ore di interrogatorio, le ragazze sono state arrestate e trasferite nel carcere femminile di Dolatabad. Per loro l’accusa e’ di “propaganda contro il regime” e “minaccia alla sicurezza nazionale” (Iran Press Watch).

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Noushin Salekian e Farideh Abdilia

Poche ore dopo gli arresti di Shahin-Shahr, almeno 9 cittadini iraniani di fede Baha’i sono stati arrestati nella Provincia del Golestan. In questo caso, i Baha’i fermati, sono stati arrestati per iniziare a scontare in carcere la condanna ricevuta nel 2015. In quell’anno, infatti, numerosi Baha’i vennero arrestati nel Golestan e condannati a diverse pene detentive. Pene a cui, ovviamente, gli imputati si sono opposti, presentato appelli. I nomi dei Baha’i arrestati nel Golestan sono: Maryam Dehghani Yazdeli, Mojdeh Zohouri (Fahandezh), Farah Tebyanian (Sana’i), Parisa Shahidi (Kashani), Mitra Nouri, Houshmand Dehghan Yazdel, Shayda Ghodousi, Pouneh Sana’i (Teimouri) e Nazi Tahghighi (Iran Press Watch).

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Alcuni dei Baha’i fermati nel Golestan

Purtroppo non e’ finita qua: il 20 maggio scorso, lo studente Baha’i Farzad Safaei e’ stato espulso dall’università Islamica di Azad nella città d Ahvaz, provincia del Khuzestan. Farzad aveva celato la sua fede Baha’i, per poter accedere all’università: una scelta forzata, considerando che ai Baha’i e’ negato il diritto all’istruzione pubblica da parte del regime. Purtroppo, dopo ben quattro anni di studi, le forze di sicurezza hanno scoperto la religione di Farzad e lo hanno immediatamente espulso (CHRI).

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Lo scorso mese di maggio, poco dopo essere stato rieletto, il Presidente iraniano Hassan Rouhani aveva dato mandato al Ministero dell’Educazione e della Guida Islamica, di lavorare per integrare l’Agenda 2030 sull’Educazione approvata dall’Unesco, con il sistema in vigore nella Repubblica Islamica.

Considerando le polemiche da tempo in corso in Iran sul tema, Rouhani aveva sostenuto che Ali Khamenei, la Guida Suprema, fosse stata male informata in merito al contenuto dell’Agenda 2030 Unesco, da alcuni membri della fazione conservatrice, contrari al testo stesso (Payvand).

Il tema dell’Agenda Unesco 2030 – firmata dal regime iraniano nel 2016 – era diventato anche un tema di scontro durante la campagna elettorale e, già nel maggio 2017, Khamenei ne aveva vietato l’implementazione (Fars News).

Purtroppo per Rouhani, a smentirlo ci ha pensato direttamente Khamenei che, ancora una volta, ha dimostrato come in Iran il vero potere non sia nelle mani del Presidente. Parlando davanti all’Unione degli Studenti islamici lo scorso 8 giugno, Khamenei ha negato che qualcuno avesse mal riportato il contenuto del documento Unesco e ha ribadito che, “la grande Repubblica Islamica”, non si farà dettare la politica nazionale sull’educazione dall’estero. Infine, chiudendo la questione, Khamenei ha aggiunto: “Perché poche persone all’Unesco o alle Nazioni Unite devono scrivere la nostra politica sull’educazione? Questo colpisce la nostra indipendenza” (Tasnim News).

La domanda e’ ora una sola: perché Khamenei & Co., si oppongono con estrema tenacia all’Agenda Unesco 2030 sull’Educazione? Perché tanto clamore in Iran, anche se questa agenda Unesco che, tra le altre cose, non e’ considerata vincolante? Le ragioni sono almeno due.

La prima riguarda la lotta interna fra fazioni in Iran: Rouhani punta a sfruttare l’Agenda Unesco, come tema per colpire la fazione conservatrice. Lo stesso identico ragionamento, quindi, va fatto per la fazione contraria al Presidente, che preme sulla questione dell’educazione, al fine di bloccare ogni tentativo di cambiare le regole del gioco in Iran.

Purtroppo, pero’, c’e’ qualcosa di peggio: l’Agenda Unesco 2030 sull’Educazione, infatti, ha tra i suoi obiettivi il diritto all’accesso all’educazione senza discriminazioni e la parità di genere. Due temi che, nella Repubblica Islamica, sono praticamente un tabù. Il sistema iraniano, ad esempio, discrimina l’accesso all’istruzione ad alcune minoranze, primi fra tutti i Baha’i, considerati dal regime una setta peccaminosa. Praticamente su base settimanale, dei Baha’i vengono esclusi dal sistema educativo nazionale. Secondariamente, come noto, nel sistema iraniano le donne valgono legalmente la meta’ dell’uomo e a loro e’ negato l’accesso agli stadi pubblici e persino il diritto di pedalare in pubblico. Divieti a cui le donne iraniane si ribellano costantemente, ma che formalmente restano costantemente in vigore.

L’Agenda Unesco 2030 sull’Educazione, in poche parole, tocca le basi discriminatorie su cui il sistema della Repubblica Islamica e’ fondato. Non a caso, il sociologo dell’Unesco Said Peyvandi, ha espressamente sottolineato che “il documento Unesco e’ diametralmente opposto al pensiero dell’Ayatollah Khamenei” (CHRI).

Ecco perché, se davvero si vuole parlare di “nuovo Iran” e avere con questo Paese delle relazioni fondate sullo Stato di Diritto, e’ assolutamente centrale che documenti Unesco come l’Agenda 2030 sull’Educazione, siano considerati una condizione fondamentale dei rapporti tra Occidente e Iran. Di converso, prendere una posizione diversa, significherà permettere a Teheran di perpetuare il suo sistema fondamentalista e razzista.

Servizio del canale del regime iraniano in inglese, Press TV